Silvia Favaretto, AUTRICE PREMIATA al XVI° Premio Letterario Internazionale NCC luglio 21, 2021 \\

Iniziativa "Una vetrina in più" riservata agli Autori e alle Opere premiate



Silvia Favarettoautrice dell'Opera "La scatola delle parole"
vincitrice del 2° Premio per la Narrativa Inedita

LA SCATOLA DELLE PAROLE
 
Quando misero la tassa sulle parole io e la mamma cominciammo ad utilizzare molto di più i gesti. Alla mattina, invece che dirci buongiorno, ci abbracciavamo. Invece che raccontarmi i piani della giornata, lei mi pettinava sorridendo e io guardavo quanto era bella, riflessa nello specchio. Il suo sguardo così dolce parlava di quanto mi amasse, anche senza parole. E pure lei capiva il mio affetto dagli occhi. Tuttavia eliminare le parole non significava eliminare la voce e quindi mamma canticchiava lievemente suoni indecifrabili ma armoniosi mentre mi preparava la colazione, apriva e chiudeva il cartone del latte con gesti sicuri e io la guardavo trovandola molto più interessante dei cartoni animati: la televisione e il computer ora mandavano in onda solo programmi senza audio per rispetto delle leggi anti-parola. Mamma sedeva di fronte a me con la tazza fumante di caffè, ma non senza prima aver aperto la finestra, da cui entrava un’arietta primaverile e i primi raggi di sole. Si sentiva anche il cinguettio degli uccellini, di cui non mi ero mai accorto, prima, quando si potevano pronunciare e ascoltare le parole e il sottofondo della nostra colazione era il telegiornale con tante brutte notizie. Gli uccellini pure portavano notizie ma stava a noi interpretarle e quindi io pensavo sempre a belle notizie tipo “anche se aumenta il costo delle parole, le caramelle invece scendono al minimo storico! Caramelle per tutti ad ogni angolo della strada!”. La mamma forse stava interpretando il canto dell’uccellino come “saldi del negozio all’angolo! Tutte le borsette a metà prezzo!”, ognuno poteva essere felice ad immaginare le notizie che voleva. 
Mamma non poteva chiedermi se preferivo una cosa o l’altra per colazione, ma tanto lei sapeva benissimo quali cibi adoravo e in quel periodo avevo imparato anch’io a prestare più attenzione ai suoi gusti. Quindi, di ritorno dalla scuola sapevo cosa portarle, caramelle alla menta. La scuola poi, senza noiose spiegazioni, era uno spasso: i contenuti da imparare li leggevamo sul libro (quelli in adozione da prima del 2019 li potevamo usare), invece con la maestra facevamo un sacco di attività pratiche, esperimenti di scienze, costruzione di modellini, ginnastica. L’insegnante non potendoci più dare valutazioni a parole, veniva a farci una carezza fino al banco, per dire che avevamo fatto bene, oppure uno scuffiotto dietro la testa (ma piano) per rimproverarci. Disegnavamo tanto e per dirci che era soddisfatta di noi, la maestra pure disegnava rapidamente un fiore alla lavagna. Aveva anche comprato i gessetti colorati per fare fiori più belli quando proprio ci comportavamo in maniera eccellente: vedere il prato sulla lavagna dava tanta allegria. Quando invece era molto arrabbiata e delusa disegnava un fiore senza petali. Lei partiva sempre col gessetto giallo dal centro, un tondino era il nettare e poi cambiava il colore di gesso per fare i petali. Speravamo sempre che ne facesse tanti. Quando restava solo il cerchio giallo rimanevamo molto male, speravamo tutti che aggiungesse un petalo, almeno uno. Un giorno non ho resistito, sono corso alla lavagna e ho disegnato un petalo io al suo fiore spoglio. Invece di arrabbiarsi la maestra mi ha abbracciato e ha anche pianto un po’. Poi con un gesto della mano ci ha fatto andare tutti lì a disegnare e la lavagna si è riempita di fiori mentre la maestra tornava a sorridere.
Il pomeriggio scorreva in genere tranquillo, la mamma finiva le ultime cose di telelavoro e io giocavo a calcio col pallone di spugna per non fare troppo rumore dato che i vicini, che non potevano più gridarmi parolacce, ora battevano forte con la scopa sul muro se facevo troppo baccano. Dalla terrazza si sentiva risuonare musica classica (la musica, senza testo, era consentita) e si vedeva la gente ballare persino nella piazza, avevano riscoperto i balli di una volta, quelli dove si sta attaccati e si piroetta assieme. Ma tra tutte le cose da fare, mentre aspettavo che mamma finisse con le sue incombenze, c’era giocare col mio cane Tobia. Lui era proprio identico a prima della legge anti-parole, perché in quanto animale lui non aveva mai parlato con delle frasi comprensibili dagli umani, lui parlava con gli occhi, coi guaiti, tirando il guinzaglio, nascondendo il muso tra le mie gambe, scodinzolando, ansimando con la lingua fuori, e io e la mamma capivamo “ti voglio bene”, “soffro”, “voglio uscire”, “ho paura”, “sono felice”, “sono stanco” e questo bastava per amarlo, comprenderlo e cercare di renderlo felice. A lui non servivano mai le parole e, studiandolo, nei primi periodi che erano stati i più difficili, prima di riuscire ad adattarci alla nuova legge, avevo trovato molti spunti da imparare: primo fra tutti, eliminare tutte le sollecitazioni e le richieste non necessarie, tipo se mi faceva male un ginocchio aspettare che passasse, quando non trovavo una cosa cercarla per conto mio fino a trovarla, quando mi veniva da lamentarmi di una cosa, cercare invece di sentirmi grato per qualcosa che avevo e così mi sentivo in perfetta comunione con Tobia, ero diventato più autonomo e ci mancava poco che cominciassi a scodinzolare pure io quando ritrovavo il temperino sotto al letto o quando mi rendevo conto che ogni ferita è sempre momentanea. L’altra cosa che avevo imparato da Tobia era a comunicare solo la verità, cioè in un battibaleno persi l’abitudine alle bugie, agli inganni, alle adulazioni, ai giri di parole, ai pettegolezzi, alle critiche, alle paranoie, alle supposizioni, alle offese. Utilizzavo solo gesti comunicativi che avessero come base la verità e la necessarietà, tutto il resto mi resi conto che era inutile nella relazione con le altre persone, se non addirittura dannoso. Com’era saggio Tobia! 
Quando la mamma spegneva il computer potevamo scendere con Tobia e passeggiare verso il parco del laghetto, c’erano anche le giostre e altri bambini, la mamma sedeva sull’altalena e mi guardava giocare con gli altri: non potevamo parlare ma potevamo ridere, spingerci, lanciare biglie e palloni, saltare la corda, disegnare quadrati e numeri col gesso sull’asfalto, raccogliere le foglie, piegare la carta in origami, costruire spade coi rami caduti, dipingere i sassi, insomma c’era sempre da divertirsi. Poi, la sera, tornando a casa, Tobia scodinzolava poco davanti a noi, io e la mamma camminavamo per mano, mentre guardavamo in fondo al viale il cielo tinto dai più bei colori del tramonto e mi sentivo felice. Per dirlo alla mamma, stringevo la sua mano tiepida e liscia per tre volte di seguito, era il nostro segnale segreto e lei, per dirmi che aveva capito, rispondeva con altre tre strette, poi ci guardavamo con complicità e la frase aveva compiuto la sua missione. Se mamma guardava qualcosa alla vetrina capivo che avrebbe voluto comprarla, se io la tironavo verso l’edicola, sapeva che desideravo le figurine dei calciatori. Mi prendeva sempre anche il gelato, pure se mancava poco alla cena, perché sapeva che mangiavo tutto comunque! Il gelato era freddo e delizioso. Non so, nel silenzio, all’improvviso, sembrava che i cibi avessero più gusto, i colori più intensità, i gesti più calore. Mancando le parole, ci si concentrava di più sul resto, ci si accorgeva di sguardi, ferite, rancori, emozioni, delusioni. La gente stava più attenta, percepiva di più, rifletteva, ragionava e poi agiva con un gesto secco, unico, significativo e diretto, evidente e facile da interpretare. Tante incomprensioni precedenti scomparvero.
A cena qualche volta venivano anche nonno e nonna. A loro costava molta fatica non parlare, perché erano abituati a farlo da tutta la vita! Quando ero piccolo la nonna mi raccontava un sacco di storie ed era quello che più mi mancava quando venivano a trovarci: prima c’erano aneddoti della campagna, storie e leggende del mondo contadino, battute scherzose e canzoncine che ricominciavano sempre, fiabe favolose e ricordi di quando la nonna era piccola, che si intersecavano senza farmi mai veramente capire dove finisse la realtà e cominciasse la finzione. Per fortuna me ne aveva raccontate tante negli anni precedenti, così le tenevo strette nella memoria e me le ricordavo bene, delle volte mentre disegnavo me le ripassavo a mente. Con le storie della nonna avevo fatto come i cammelli con l’acqua, le avevo messe tutte al sicuro nella mia gobba e da lì nessuno avrebbe mai potuto toglierle, anche adesso che la nonna non poteva più parlarmi con la voce e lo faceva solo con gli occhi e portandomi delle cose. La nonna arrivava sempre con una borsa di stoffa che aveva dentro qualcosa per la mamma (tipo una bottiglia di vino che le portava il nonno o delle carte di cose che sapevano i grandi, ma solo con numeri, niente lettere) e naturalmente un regalo per me. All’inizio portava dei giocattoli di plastica tipo macchinine, quei regali che si comprano nei negozi, poi senza che glielo dicessi, perché tanto non potevo parlare, ha capito da sola che di quei giochi lì ne avevo tanti e allora mi costruiva delle cose proprio con le sue mani, una sciarpa, una copertina di patchwork, la fodera nuova per il cuscino (ha trovato una stoffa bellissima con i draghi!) e quindi io mi mettevo addosso dei regali che la nonna aveva costruito con amore e pazienza, pensando a me mentre eravamo separati, facendo del suo meglio per farmi capire che mi amava. E io lo capivo bene, e la abbracciavo forte quando finito di mangiare salutava con la mano assieme al nonno e tornavano a casa loro. 
Dopo cena, prima di andare a letto ficcandoci sotto alle coperte cucite dalla nonna, io e la mamma avevamo comperato fin dall’inizio 4 parole da poter dire. Erano molto costose, soprattutto la parola “sei” che poteva essere usata sia come numero che come verbo essere. Quella era costata proprio un patrimonio quindi la tenevamo da conto in una scatola apposita insieme alle altre tre. Usavamo sempre le stesse, ma ci bastavano perché racchiudevano tutto quello che avevamo bisogno di dirci. La mamma estraeva dalla scatola le sue due parole e le pronunciava piano con la sua bellissima voce, per godercele tutte, e diceva “SEI BRAVO”, sorridendo. Io pescavo dal contenitore le mie due parole e le rispondevo: “ANCHE TU”.

Motivazione della Giuria
Talvolta, quando sono veri, i racconti ci parlano dei loro autori, ci dicono quanto sia tersa ed estesa la visuale del loro sentire. In un momento storico in cui i valori sembrano aver perso quota, la genuinità dei sentimenti, esposti con altrettanto candore, ci riporta in alto, come fossimo tornati di nuovo bambini. L’arte di raccontare è per l’autrice una continua e vitale ricerca di emozioni, un’attitudine la sua, capace di restituire all’essere la sua umanità.
Assunta Spedicato.
Motivazione del Presidente di Giuria
Bello questo testo rievocativo di un mondo ideale probabilmente in estinzione. Quello di un figlio che segue con passione gli insegnamenti non solo espliciti della sua mamma e la contraccambia amorevolmente, senza parole, nei fatti. Bello considerare superfluo il parlare, specie quando l’agire è frutto di grande sensibilità, di intuizione, di osservazione, di amore per il prossimo.
E in effetti cosa dovrebbe essere la “solidarietà” anche fra non parenti, se non la capacità di prevedere i bisogni altrui e andargli incontro, anticipare, non attendere che questi chieda aiuto, l’elemosina, senza creare sensi di disobbligo per quanto ricevuto, che significa invece sottomissione e sudditanza subdola. Un brano quindi di forte intensità morale, che immagina un mondo idilliaco al cospetto degli attuali rapporti degradati nelle famiglie, allorché i figli devono pretendere tutto e subito.
Giuseppe Laterza.


Breve BIOGRAFIA dell'Autrice

Dottore di ricerca in studi iberici e angloamericani, si dedica all’insegnamento e alla traduzione. Giurata dei concorsi internazionali di poesia Castello di Duino e Premio di poesia Altino. Ha pubblicato 13 libri tra poesia e prosa tra cui, per la casa editrice colombiana Artificios, un volume di poesie edito nel maggio 2002 dal titolo “La carne del tiempo”, la cui seconda edizione è apparsa in Argentina nel 2004. Nel 2007 esce, in seguito alla vincita del concorso Ibiskos, il libro bilingue di poesie “Parole d’acqua- Palabras de agua”. Nel 2008 viene pubblicata in Messico un’antologia di tutta la sua opera, a cura della casa editrice Atemporia “Entre la carne y las palabras”. Nel 2011 viene pubblicato in Costa Rica un ulteriore volume antologico di tutta la sua opera con l’aggiunta di alcuni inediti “Jardín Ardiente”, presentato nel corso del Festival internazionale di poesia del Costa Rica. Del 2014 sono la plaquette “Sacrobosco” e “La noche de los cuerpos” (El Salvador, Proyecto Editorial La Chifurnia). Nel 2016 pubblicano in Messico il suo primo libro di racconti dedicati a Julio Cortázar “Quiero tanto a Julio” (Poetazos), nel 2018 pubblica in Honduras il libro di microracconti Minotaura (Malpaso ediciones) e nel 2019 in Messico il libro di poesie “E vissero infelici e contente” (Morgana Ediciones) risultato menzione d’onore al Premio Paese delle donne. 
Ha pubblicato con Lupieditore il volume di microracconti “L’estate del nostro scontento”. Vincitrice del premio Torresano 2020, nel 2021 è venuto alla luce il suo libro “La notte dei corpi” con Gilgamesh edizioni.
Ultime sue pubblicazioni sono le favole vincitrici del Premio Giovanelli “La Farfalla e il Millepiedi”, “Voglio essere un drago!” e “Il colibrì smeraldo”, “La medusina Aguaviva” , “Brutta e cattiva” e “Ricetta contro la paura” (Giovannelli edizioni), usciti tra il 2020 e il 2021. Ha partecipato a Festival internazionali come quello di Medellín (Colombia), Rosario (Argentina), Amada Libertad (El Salvador), De los confines (Honduras). E’ Presidente dell’associazione culturale Progetto 7LUNE



 
Pagina Facebook del Progetto 7LUNE

TORNA ALLA CLASSIFICA DEFINITIVA del XVI° Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic

Facebook
Disclaimer.

Le foto presenti su www.culturalclassic.it sono state in larga parte prese da Internet,e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione - indirizzo e-mail info@culturalclassic.it, che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.

Photo Stream.
Chi Siamo

Siamo una Associazione nata nel 2000, apartitica e interconfessionale, denominata “Napoli Cultural Classic” (Associazione Culturale volta alla diffusione dell’arte e della cultura, diretta alla promozione di artisti e di studiosi in fase di  affermazione nel campo del cinema, teatro, televisione, musica, danza, arte figurativa, moda, scrittura, scienze giuridiche e tecnologiche e di tutte le altre forme di scibile che i soci ordinari riterranno opportuno inserire.).

Privacy Policy