Maria Grazia Bergantino, AUTRICE PREMIATA al XVI° Premio Letterario Internazionale NCC luglio 22, 2021 \\

Iniziativa "Una vetrina in più" riservata agli Autori e alle Opere premiate



Maria Grazia Bergantino - autrice dell'Opera "Antichi sapori"
vincitrice del 3° Premio ex aequo per la Narrativa Inedita

ANTICHI SAPORI
 
Il “Cardone”, piatto tipico della tradizione natalizia beneventana, era qualcosa d’irrinunciabile per la mia famiglia. Nei primi giorni di dicembre si cominciava a cercare la qualità migliore di verdura in vendita al mercato e si prenotava la quantità che poteva occorrere, da preparare per il pranzo di Natale e da distribuire ai nonni, a zio Michelino e zia Nannina che avevano abitato per anni con noi e che, ormai, venivano considerati come parenti, alla signorina Lucia che aveva preso in fitto, nel nostro palazzo,  l‘appartamentino del primo piano dove abitava ed aveva organizzato un doposcuola per i bambini del vicinato e ad amici che sicuramente ne avrebbero fatto richiesta perché si sapeva che mia madre era molto brava nel cucinarlo e tutti aspettavano di assaggiarlo.
La verdura, portata a casa in grossi fasci, veniva accuratamente pulita e tagliata in piccoli pezzetti precisi, bollita e poi tenuta a bagno nell’acqua in cui veniva premuto succo di limone perché non diventasse scura e dove avrebbe perso il tipico sapore amarognolo. L’acqua veniva cambiata spesso, il limone aggiunto ogni volta ed il cardone alla fine risultava di un bel colore chiaro con un aspetto lucido ed invitante. Si procedeva, in seguito, preparando un buon brodo di cappone o misto, con carne di vitello di vari tagli (punta di petto, muscolo, piccione),qualche osso spugnoso che avrebbe conferito un buon sapore, carote, sedano, aggiunta di pomodorini e cipolla. Il cappone, non sempre reperibile al mercato o in macelleria, veniva provvidenzialmente portato in regalo da un Compare, caro amico di mio padre, un uomo simpatico, dal carattere gioviale, il volto rubicondo e la risata facile che nutriva la segreta speranza di poter combinare un matrimonio tra me e suo figlio e rafforzare così l’unione tra le nostre famiglie. Quando, però, la mia vita prese altre direzioni, i capponi cambiarono improvvisamente strada e mia madre dovette accontentarsi di normalissimi e più comuni polli e tacchini che cercarono di fare del loro meglio per sostituirlo ma non riuscirono mai pienamente nel loro intento. Il brodo risultava ottimo ma, con il cappone, sarebbe stato tutta un’altra cosa. Mentre osservavo mia madre che, in cucina, preparava la laboriosa pietanza, spesso la sentivo borbottare : “Con il figlio del Compare avresti dovuto fidanzarti! Che ti sarebbe mancato? Hanno tante proprietà, ti vogliono bene, sono brave persone!” e non sapeva ancora che il giovane, con il passare degli anni, avrebbe fatto una sfolgorante carriera diventando uno dei migliori cardiologi della città. Ma la vita segue il suo corso e non le si può imprimere la direzione che si vorrebbe anche se le madri sanno vedere lontano e parlano per il bene dei figli che fanno finta di non ascoltarle e poi, in futuro, ripenseranno e mediteranno su quelle parole rimaste impresse nella memoria e mai dimenticate. 
C’era una grande pentola verde, smaltata, che compariva ogni anno in quel periodo. Solo allora veniva tirata fuori dallo stanzino ripostiglio dove riposava per undici mesi e perfino mio fratello, il dolcissimo angelo Down della nostra famiglia, aveva imparato a riconoscerla. Appena la vedeva, gli brillavano gli occhi per la contentezza e, indicandola, esclamava gioiosamente ad alta voce : “Il cardone! Il cardone!”. Noi tutti ci guardavamo  ridendo alla sue parole che diventavano come un canto natalizio che accompagnava allegramente quei giorni.
La preparazione del cardone proseguiva con l’acquisto di una buona carne di vitello fatta macinare due volte che veniva mescolata con la mollica della pagnotta di pane di casa cotto nel forno a legna, portato da Costanzo, un altro fraterno amico di mio padre. “Il pane per Graziuccia!” annunciava ogni volta ed era veramente felice di farmene dono anche se non apprezzavo quel diminutivo del mio nome e replicavo, adirata oltre ogni dire, che non mi chiamavo così. Venivano, quindi, preparate numerose polpettine piccole, bollite in un brodo a parte e poi unite a quello di cappone e carne mista. Solo all’ultimo momento, nel giorno di Natale, venivano aggiunte uova fresche battute con parmigiano, sale e altra noce moscata. Il prelibato cardone era finalmente pronto e veniva portato in tavola, ancora fumante, in una zuppiera di fine porcellana e distribuito generosamente ai commensali che lo aspettavano in religioso silenzio. Il rumore dei cucchiai, sul fondo dei piatti, era l’unico suono che accompagnava il pranzo al suo inizio. Poi, dopo un primo assaggio, mentre cominciavano a riscaldarsi gli animi perché tutti ci sentivamo affettuosamente rincuorati dalla squisita minestra appena servita ed il calore si diffondeva pian piano nei nostri corpi intirizziti dal gelo invernale, si potevano sentire gli apprezzamenti : “Buono il cardone, quest’anno! Ancora più saporito che a Natale scorso!”, “ Cottura perfetta! Brava la cuoca!” ed ogni anno erano le stesse frasi ma, ascoltarle, era gratificante dopo tanta fatica e faceva sempre piacere. Tutti chiedevano il bis ed il cardone, rimasto al caldo nella zuppiera, veniva servito ancora una volta sempre colmando i piatti e aggiungendo generosamente altro formaggio parmigiano grattugiato. Un piacere per gli occhi ed un sapore di vero Natale beneventano, un confortante calore che ritemprava il cuore e riscaldava più del braciere durante la giornata in cui il freddo pungente intorpidiva gambe e mani. Ogni anno si ripetevano le stesse scene e la pentola verde faceva la sua comparsa in cucina. Si aspettava il momento del cardone per dodici mesi; nessuno avrebbe potuto impedire di prepararlo più volte in periodi diversi ma si rispettava rigorosamente la tradizione e questo aumentava l’attesa della buonissima zuppa sannita di verdure, ne rendeva più forte il desiderio e lasciava che l’assaporassimo con tutti e cinque i sensi : la vista catturata dal colore verde del cardone e dal giallo delle uova, l’olfatto solleticato dall’aroma di noce moscata, il tatto perché le mani e le dita cercavano di riscaldarsi attorno ai piatti, l’udito nell’ascoltare il piacevole rumore delle posate affondate nel brodo che raschiavano il fondo dei piatti dove il parmigiano ormai sciolto aveva formato un denso strato ed il gusto deliziato da così particolari sapori.
Al sopraggiungere del nuovo secolo, il 2000 che sembrava tanto lontano e che invece ci travolse senza darci il tempo di rendercene conto, improvvisamente il cardone non fece più la sua presenza sulla nostra tavola. Un po’ alla volta erano scomparse tutte le persone che l’avevano apprezzato nel tempo e l’ultimo fu mio fratello che mai più avrebbe cantato la sua allegra canzone alla minestra tipica beneventana, all’apparire della pentola verde. Alla  tavola del Natale, un semplice brodo con i tortellini la cui preparazione risultava meno elaborata e più veloce, avrebbe preso il posto dell’antica verdura ma il ricordo mi avrebbe sempre accompagnata mentre, insieme a mia madre, rievocavo nostalgicamente il passato. Ormai non c’era più tempo di attardarsi in lunghe preparazioni in cucina o, forse, il cardone non avrebbe più avuto il sapore di una volta quando eravamo in tanti, una vera famiglia, ad aspettarlo.
A Natale 2020, un po’ per la nostalgia sempre crescente, un poco per cercare di far terminare nel modo migliore un anno che aveva portato solo momenti tanto brutti per la pandemia che avevamo dovuto affrontare, decisi di riproporre la tradizione confidando nella presenza di mia madre per essere guidata nella preparazione ma l’unico aiuto che mi ritrovai fu il dover stare obbligatoriamente in casa per il lockdown imposto dai decreti governativi in seguito agli aumenti dei casi di coronavirus. Avevo tutto il tempo per dedicarmi alla preparazione; ponevo continue domande a mia madre su cosa avrei dovuto comprare ma mi sentivo rispondere con tono di voce infastidito : “Tu tieni tempo da perdere!” oppure : “ Ma chi te lo fa fare?”. Uscii per gli acquisti del necessario: carne, pollo, uova, verdure varie compreso il cardone ordinato e fatto scegliere con tante raccomandazioni da Carmine, il fruttivendolo che aveva il suo negozio vicino casa, parmigiano, noce moscata e feci ritorno a casa dove sistemai ogni cosa in bell’ordine in modo da avere tutto pronto davanti ai miei occhi. Iniziai dal brodo e, mentre lo preparavo, mia madre ostinatamente mi volgeva le spalle mentre, seduta su di una sedia in cucina, sembrava profondamente interessata ad un programma televisivo di giochi ed ignorava le mie domande. “Ma’, va bene così?”. Inutile domanda che mai avrebbe ricevuto risposta. “Ma’, che dici, le polpettine hanno la grandezza giusta?”. Interrogato, il morto non rispose. Forse avrei fatto meglio a scendere per strada e chiedere a qualche raro passante. Sicuramente, lo sconosciuto, si sarebbe degnato di rispondere qualcosa.   Quando, a tarda sera, ultimai la preparazione del brodo ed esausta esclamai :  “Che stanchezza!” mi sentii dire:  “E così ora capisci quanto lavoro ci vuole! E chi te lo ha ordinato? Era necessario farlo? Dopo tanti anni che siamo sopravvissuti al Natale senza cardone, anche ora avrebbe potuto essere così. Tanta fatica e per chi, per che cosa?” . Veniva da piangere nel non vedere apprezzati i miei tentativi di riproporre sulla nostra tavola natalizia quella benefica vivanda di cui avevo tanta nostalgia. “Domani aggiungerò le uova battute con parmigiano, sale e noce moscata!”. Non l’avessi mai detto! Sconvolta, sentii un urlo : “Le uova? E quando mai si sono messe le uova nel cardone? Mai aggiunte!”  Non credevo alle mie orecchie. Ma come? La caratteristica della saporita minestra! Il giallo delle uova freschissime che ben si armonizzava con il tenero verde del cardone, uno spettacolo di vera allegria per gli occhi. Sembrava impossibile che mia madre avesse dimenticato. Forse voleva confondermi le idee o doveva essere improvvisamente diventata gelosa della sua ricetta. “Mamma, anche Nunzia che ha il più famoso ristorante della città, aggiunge le uova battute al cardone!” ma lei, imperterrita, continuava nel dire : “Che pasticcio combini? Non ci vogliono le uova! Non sono necessarie. L’ho detto io che non dovevi preparare niente!” Cercai di ignorare le sue parole e, affranta, andai a sdraiarmi sul divano nel salone per riprendere le forze mentre mia madre, come un’ossessa , gridava : “E anche stasera c’è stata la rappresentazione (pensava, forse, di essere a teatro?). Chi me lo doveva dire! Buona gioventù e mala vecchiaia!”. Stoccata finale quando, verso mezzanotte l’accompagnai in camera da letto perché andasse finalmente a dormire. Lapidaria sentenza di una madre inspiegabilmente arrabbiata : “ Quest’anno ci sono. Il prossimo Natale chissà se ci sarò ma, se dovessi essere ancora qui, andrò alla Caritas insieme a Filomena (la signora che aiuta per qualche lavoro pesante in casa) e mangerò lì il cardone.”
Con la morte nel cuore, mi ritirai nella mia camera senza sapere se era più forte la voglia di piangere o quella di chiudere gli occhi per dormire e cercare di dimenticare quella che sembrava solo tanta cattiveria immeritata e gratuita nei miei confronti. Il giorno di Natale feci finta di nulla e, ad ora di pranzo, preparai le uova battute così come si doveva e le aggiunsi al brodo con il cardone che stava bollendo in pentola. Mi sembrava che l’aspetto fosse proprio quello che ricordavo ed il profumo era decisamente invitante. Mia madre, seduta a tavola dove avevo steso una bella tovaglia rossa e sistemato bicchieri dal sottile bordino rosso con tovaglioli dai decori natalizi, aspettava impaziente il suo piatto. Naturalmente, il suo fu il primo ad essere abbondantemente riempito e glielo poggiai davanti dicendo con aria da sfida : “Questo è il cardone!”. Iniziò a mangiare in silenzio perché ormai, offesa, mi aveva tolto la parola e intanto ascoltavamo dalla televisione il telegiornale; la voce del giornalista che leggeva le ultime notizie era l’unica che potesse farci compagnia. Finì tutto, fino all’ultimo: cardone, polpettine, uova battute, brodo. Il piatto risultava pulitissimo come se fosse stato appena lavato e lucidato meticolosamente. Fu allora che mi sentii chiedere con un filo di voce : “Se ne può avere un altro poco?” Mi alzai pur non avendo ancora finito la mia porzione e, senza commenti, le servii altri mestoli della gustosa pietanza. In silenzio, senza profferir parola, mentre avrei voluto rispondere : “Ma’, che fai ancora qui? Comincia ad avviarti alla Caritas. Forse, fino al prossimo Natale, sottobraccio a Filomena, piano piano riuscirai ad arrivare alla meta e a mangiare un buon cardone cucinato a dovere!”
Sospirai, cercando di nascondere un sorriso. Per fortuna il lockdown non era riuscito ad annullare il senso di humor che aveva sempre caratterizzato la mia vita aiutandomi ad affrontare e superare, senza lasciarmi abbattere, tanti momenti difficili.
Il cardone, patrimonio della cucina beneventana e della nostra famiglia, dopo tanti anni era ricomparso sulla tavola del Natale e giurai a me stessa che ogni anno vi sarebbe ritornato.
 
 
Motivazione della Giuria
Con mano leggera e sottile ironia l’autrice riesce a trasportare il lettore in un’atmosfera gozzaniana. E gli antichi sapori –pur se riferiti a un pranzo natalizio a base di cardone- trionfano nella magia di un’attesa, nelle minuzie di una preparazione e nella responsabilità di una scelta. Così, ancora una volta, le parole narrate riescono a far bene alla mente ed al cuore.
Ciro Raia.
Motivazione del Presidente di Giuria
Interessante e magistrale l’incipit di questo bel racconto che introduce con determinazione il lettore all’interno di un focolare domestico, alle prese con la vita che scorre nell’alternanza delle giornate normali e festive, con il grande desiderio di riacciuffare per i capelli le tradizioni in quel tempo che va sfumando e ancora concesso ai cari nostri anziani. Certo la maestria e la cura di una volta per la preparazione dei pranzi, non necessariamente di quelli delle grandi festività, ma anche i più umili di ogni giorno, rappresentano solo ricordi teorici. Gli anni tra un secolo e l’altro sono corsi veloci e in pratica crescono i dubbi sulle ricette e i segreti della cucina.  Aumentano in misura opposta alla perdita di memoria di chi si vorrebbe sempre pronti a dare suggerimenti preziosi.
Grande tragedia quella vecchiaia che distacca dal reale e che fa rimpiangere ai giovani il tempo che avrebbero potuto e dovuto dedicare ai propri cari per continuare a catturare i loro segreti, di come per farne esperienza, anche per una semplice ricetta prelibata che oggi si potrà, a mala pena, acquistare a caro prezzo, ma mai più contenente quell’amore e quel calore della famiglia di un tempo.
Giuseppe Laterza.


Breve BIOGRAFIA dell'Autrice

Nata a Benevento il 15 dicembre 1954, dopo aver conseguito la Maturità Classica, si è laureata in Scienze Turistiche con il massimo dei voti e lode discutendo la tesi: “L’Economia nel turismo della Tunisia” presso la Libera Facoltà di Scienze Turistiche che, negli anni ’80, aveva sede a Napoli. Ha frequentato tre corsi di Lingua Araba classica organizzati dalla Caritas Diocesana di Benevento per il progetto El-Arabiya ottenendo, dopo gli esami finali, tre attestati di conoscenza della Lingua Araba parlata e scritta. Ha conoscenze di Lingua tedesca appresa frequentando corsi presso il Goethe Institut di Napoli e conoscenze di Lingua Inglese. E’ socia benemerita dell’Associazione culturale Dante Alighieri, sede di Benevento, per cui ha scritto diversi articoli pubblicati su riviste culturali come: “L’Areopago letterario” diretto a Fisciano dal Dott. Michele Sessa.
Ha iniziato a scrivere racconti fin da bambina quando trascorreva il tempo libero dagli studi nella storica Cappelleria di famiglia le cui origini risalgono al 1794 di cui, attualmente, si occupa e dove si riunivano come in un salotto gli amici del padre e dello zio, personaggi noti in città e provincia, avvocati, medici, prelati e gente di ogni ceto sociale. Seduta per terra, spesso nascosta dietro l’alto bancone di vendita, con un quaderno poggiato sulle ginocchia e l’immancabile penna in mano, prendeva nota delle caratteristiche delle varie persone che entravano nel negozio ed ascoltava attentamente le loro conversazioni che diventavano, poi, piacevoli racconti da leggere in famiglia. Ancora oggi le è facile scrivere prendendo spunto da quanto le accade intorno, dei suoi viaggi o raccontando quello che capita nel suo negozio.
Ha partecipato a numerosi Concorsi letterari nazionali ed internazionali ottenendo diversi riconoscimenti. Tra i più recenti :
 
2.a classificata per la Narrativa al Concorso Bognanco Terme 2017
 
2.a classificata alla 10.a edizione del Premio “Poesia dell’anno” a Quartu Sant’Elena (Ca) il 10 marzo 2018
 
1.a classificata per la Narrativa al VI Premio Internazionale Iside, il 14 novembre 2018 a Benevento
 
1.a classificata per la Narrativa al VI Concorso “Padre Pio, Santo del nostro tempo” il 30 maggio 2021 a Salerno
 
Premio speciale per la Narrativa al Concorso “Picaturi de Suflets” a Bucarest, Romania, Maggio 2021
 
1° Premio per la Narrativa inedita al I Concorso Nazionale “Mata e Grifone” a Messina , 21 novembre 2020
 
1.a classificata per la Narrativa a Lanciano il 4 ottobre 2020 al 26° Concorso Internazionale : “Amico Rom”
 
1.a classificata sezione racconto al VI Concorso Internazionale :  “Avellino in versi”, il 3 luglio 2021
 
1° posto per la Poesia Sezione “Mare” al II Concorso di Poesia : “Gaeta, perla del Lazio” il 25 giugno 2021
 
1.a classificata per la Narrativa al Premio Nazionale Paestum 2020- 60.a Edizione , Accademia Nazionale di Paestum Mercato San Severino
 
Una sua Poesia composta in tempo di pandemia, è stata pubblicata su di un volume antologico in Argentina nel 2021
 
Ha pubblicato una silloge di Poesie intitolata : “Nello scrigno dell’anima”
 
Ha partecipato, in tempo di pandemia da Coronavirus con altri cinque autori, alla stesura del Romanzo : “Il tempo sospeso” edito da Mnamon
 
Molte sue poesie e racconti sono stati inseriti in volumi antologici. L’ultimo è stato pubblicato su “Alimenta” edizioni Il Foglio
 
Ha partecipato alle inaugurazioni di importanti Mostre pittoriche e scultoree con declamazione di sue poesie composte a tema.


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Siamo una Associazione nata nel 2000, apartitica e interconfessionale, denominata “Napoli Cultural Classic” (Associazione Culturale volta alla diffusione dell’arte e della cultura, diretta alla promozione di artisti e di studiosi in fase di  affermazione nel campo del cinema, teatro, televisione, musica, danza, arte figurativa, moda, scrittura, scienze giuridiche e tecnologiche e di tutte le altre forme di scibile che i soci ordinari riterranno opportuno inserire.).

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