Emanuele Cavarra, AUTORE PREMIATO al XVI° Premio Letterario Internazionale NCC luglio 24, 2021 \\

Iniziativa "Una vetrina in più" riservata agli Autori e alle Opere premiate



Emanuele Cavarra - autore dell'Opera "Soldato Mario"
vincitore del 1° Premio per la Narrativa Inedita


SOLDATO MARIO
 
Solda (BZ), 14 gennaio 1965
La neve, che si posava senza tregua da una settimana, aveva sommerso di nuovo la piccola baita, nonostante il paziente lavoro del vecchio che ogni mattina, armato di pala e di una volontà granitica, riusciva a farla riemergere. Era un combattimento antico il loro, che ogni anno, dall’autunno a primavera inoltrata, si ripeteva come quotidiano rito. Entrambi, il vecchio e la neve, sapevano che non ci sarebbe mai stato un vincitore e un vinto, almeno fin quando lui avrebbe avuto la forza di imbracciare il badile. Inoltre, non si consideravano dei veri nemici. Si conoscevano da tempo immemorabile.
La sera aveva già ceduto il passo alla notte e dentro la baita due anziani e un bambino si preparavano ad affrontarla. Il vecchio, con la sicurezza di uno sciamano, resuscitava il fuoco, ora offrendogli in pasto un ciocco, ora soffiandoci, ora agitandolo con l’attizzatoio. Sua moglie, coi gesti lenti e pazienti delle donne di montagna, scodellava fumanti zuppe che avevano qualcosa di decisamente magico. Nessuno studioso sarebbe mai riuscito a spiegare in modo scientifico come pochi, poveri ingredienti potessero trasformarsi in piatti dal sapore ricco e dal profumo inebriante.
Il nipotino, annoiato dai lunghi giorni trascorsi in solitudine senza uscire di casa, chiedeva con insistenza dei genitori. «Nonnino, perché la mia mamma e il mio papà non mi hanno portato con loro in Germania?»
Al vecchio, ogni volta, dare una risposta risultava arduo ed era colto da uno struggimento dal quale non riusciva a liberarsi per un pezzo. Nonostante egli stesso, qualche anno prima, avesse suggerito al figlio di portare con sé il bambino, invano, ora era costretto a rispondere al piccolo accampando ragioni secondo le quali non c’era altra soluzione: che in Germania i suoi genitori avevano solo il tempo di lavorare e non avrebbero potuto occuparsi di lui, oppure che le scuole tedesche non erano all’altezza di quella di Solda, oppure ancora che i nonni non avrebbero potuto vivere senza di lui. Questa, di tutte, era la menzogna più vicina alla verità: crescere il piccolo Luigi era una vera gioia e i due vecchi facevano di tutto per coccolarlo e farlo stare bene.
 
«Nonnino, mi costruisci un giocattolo?»
«Va bene, ma solo se finirai la tua zuppa.»
In un batter d’occhio la scodella di Luigi fu vuota.
Il nonno sorrise, poi, rovistando nella legna da ardere, scelse due tavolette. Prese le sgorbie, il succhiello e la lima e si sedette davanti al fuoco. Le grosse mani iniziarono a danzare sui pezzi che, sotto lo sguardo incantato del nipotino, prendevano forma. Quando li assemblò, il bambino esclamò deluso: «Una croce?»
«No… Una spada» rispose il vecchio, sorridendo.
Man mano che il giocattolo, come per magia, era perfezionato alla luce tremolante del fuoco, l’entusiasmo del bambino cresceva, così come la sua impazienza di impugnare lo spadino.
Anche la nonna si sedette davanti al fuoco, incantata dall’abilità di quel vecchio che ancora amava. «Tieni» disse il nonno, con aria solenne, consegnando al nipotino la spada finita.
Luigi, felice, prese a brandirla nell’aria. «Sono un moschettiere!»
«Ti sbagli,» lo corresse il vecchio, «questa non è una spada da moschettiere. È molto più antica. Si tratta di una spada medievale.»
«Ah,» fece Luigi «e tu come lo sai?»
«È una vecchia storia. Se vuoi, te la racconto.»
Il piccolo si sedette sulla sua sediolina e sgranò gli occhioni.
Il vecchio accese la pipa, si mise comodo sulla sua poltrona e iniziò a raccontare: «Era il giugno del 1917, nel pieno della prima guerra mondiale. Nonostante fosse estate, sul ghiacciaio della Marmolada, dove gli italiani e gli austriaci si fronteggiavano, faceva un gran freddo. Qualche settimana prima i soldati italiani avevano iniziato a scavare una galleria nel ghiaccio per raggiungere l’accampamento che i nemici avevano realizzato proprio nel cuore del ghiacciaio. Lo chiamavano “Eisstadt”. Tradotto in italiano era “città di ghiaccio”. Il tenente Leo Handl era stato proprio bravo a pensarsela e gli altri genieri abilissimi a realizzarla, esattamente come lui l’aveva progettata. Così, sebbene non fosse una comoda sistemazione, gli austriaci se ne stavano ben protetti dai bombardamenti dell’artiglieria italiana e dalle estreme condizioni del tempo che imperversavano all’aperto. Inoltre, restandosene protetti dentro il ghiacciaio, non rischiavano di essere travolti dalle valanghe, com’era accaduto nel 1916 a Tablà Palazza, a Malga Ciapèla e ai Serrai di Sottoguda. Pensa che il 13 dicembre di quell’anno una valanga travolse la baraccopoli del “Gran Poz” e circa trecento soldati austriaci trovarono la morte. Ora, dentro la loro “Eisstadt” erano molto più al sicuro. Tutto questo, però, agli italiani non andava bene. Ecco perché stavano scavando quella galleria. Volevano raggiungere e distruggere la “città di ghiaccio”.»
«Ma tutto quel ghiaccio non scioglieva?»
«No, Luigino. Quel ghiaccio era lì da secoli e secoli e non si era mai sciolto. Era così duro che per scavarlo si doveva fare molta fatica. Inoltre, lavorare in quelle condizioni era veramente difficile. C’era tanto freddo e non si potevano impiegare i sistemi usati per scavare la roccia, come la dinamite. Si doveva lavorare col piccone, cercando di non fare troppo rumore perché il nemico avrebbe potuto sentire. Infatti, affinché l’attacco andasse a buon fine, era necessario coglierli di sorpresa.»
«E poi?» chiese Luigino.
«Devi sapere che qualche volta tra i soldati, da entrambe le parti, qualcuno si chiedeva che senso avesse quella stupida guerra. Sapevano che la maggior parte dei nemici erano ragazzi come loro, mandati a patire le stesse sofferenze solo perché qualcuno, che se ne stava al caldo e al sicuro, così aveva deciso. Inoltre, non erano rari i figli di coppie miste: padre italiano e madre austriaca o viceversa. Uno di questi era il soldato Mario.»
«Si chiamava come te!» esclamò Luigi.
«Proprio così» confermò il vecchio. «Ogni giorno, il soldato Mario svolgeva il suo dovere, felice di imbracciare il piccone anziché il fucile, ma sapeva che presto, al completamento di quel tunnel, sarebbe scoppiata la carneficina. Quel giorno non avrebbe potuto tirarsi indietro: uccidere o essere ucciso, era la cruda legge della guerra!»
Luigi poggiò il capo sulle ginocchia della nonna.
«Ciò che il soldato Mario non sapeva» riprese il vecchio «era quanto sarebbe accaduto quella mattina. Aveva da poco iniziato a picconare il ghiaccio quando vide partire una scintilla dalla punta del piccone. Laggiù non ne aveva mai viste prima. Cercando di capire cosa avesse cozzato, fece luce con la lampada e notò qualcosa di metallico: una specie di rete composta da anelli. Temendo che fosse una trappola degli austriaci, chiamò i commilitoni e gliela mostrò, ma nessuno riuscì a capire cosa fosse. Delicatamente, con la punta dei picconi, iniziarono a liberare dal ghiaccio quella strana cosa. A un certo punto, si sentirono gelare il sangue, non per la temperatura vicina allo zero ma perché era spuntata una grossa mano!»
«Una mano?!» fece Luigi sgranando gli occhi.
«Proprio così. La mano di un uomo congelato da chissà quanto.»
«E chi ce l’aveva messo?» chiese il piccolo.
«Non lo sapevano, ma anche loro erano curiosi di saperne di più. Così si affrettarono a liberare dal ghiaccio quel corpo. E ogni colpo rivelava una sorpresa. Subito dopo, spuntò l’elsa di una spada.»
«Una spada!» esclamò Luigi.
«Una spada medievale, come la tua» confermò il vecchio. «Era solo un po’ più grande. In breve i soldati riuscirono a liberare il corpo per tutta la sua lunghezza. Era un cavaliere con tanto di elmo e scudo, disteso come se dormisse. La carne, la pelle e i capelli erano intatti, come se fosse morto qualche giorno prima, ma era lì da diverse centinaia di anni. Il ghiaccio l’aveva conservato in condizioni perfette.»
Il bambino, tra le braccia della nonna, ascoltava a bocca aperta.
«I soldati rimasero lì, in silenzio, senza sapere cosa fare. Avevano compreso di aver ritrovato un prezioso reperto, ma quelli erano il momento e il luogo peggiore in cui potesse accadere. Mentre si guardavano perplessi chiedendosi cosa fare, un ticchettio attirò la loro attenzione. Sembravano colpi di piccone in lontananza.»
«Erano gli austriaci!» affermò Luigi.
«Proprio così. Anche loro stavano scavando nel ghiaccio ed erano vicinissimi. Gli italiani non sapevano cosa fare. A parte i picconi, non avevano armi per affrontare un corpo a corpo col nemico. Si allontanarono in fretta, forse per fifa o forse per chiamare rinforzi. Tutti eccetto Mario, così entusiasta di quella scoperta da non temere di mettere a repentaglio la propria stessa vita.»
Il nonno tirò una lunga boccata dalla pipa.
«E dopo cosa accadde?» incalzò Luigi.
«Mario spense la lampada. Fu a quel punto che intravide il bagliore dietro il cavaliere. Intanto il rumore dei colpi si era fatto sempre più forte, segno che i nemici erano ormai vicinissimi. Sapeva che presto se li sarebbe trovati di fronte, ma decise di aspettarli.»
«Non aveva paura?» chiese il bambino.
«Sì che ne aveva, ma ebbe una pensata. Come ti ho detto, il soldato Mario era per metà italiano e per metà austriaco. La madre gli aveva voluto insegnare la lingua imparata durante l’infanzia a Innsbruck, così lui parlava perfettamente le lingue dei due fronti. Decise che li avrebbe attesi e avrebbe spiegato loro l’importanza di quella scoperta. Non dovette aspettare molto. La parete di ghiaccio dietro il corpo del cavaliere cominciò a sgretolarsi e, oltre a vedere la luce delle loro lampade, poté sentire chiaramente le voci degli austriaci. Anche loro avevano smesso di picconare e si chiedevano a chi appartenesse quello strano corpo congelato. Fu a quel punto che il soldato Mario decise di rivelare la propria presenza. Accese la lampada e pronunciò le parole “Hey ich bin hier”, che significano “ehi sono qui”.»
Il vecchio aspirò ancora dalla pipa.
«E poi?» domandò Luigi.
«Dall’altra parte dissero “Wer bist du?”, cioè “Chi sei tu?”. Lui rispose “Mein Name ist Mario. Ich bin ein italienischer Soldat. Aber ich bin nicht bewaffnet” che può tradursi più o meno così: “Il mio nome è Mario. Sono un soldato italiano. Ma non sono armato.” Gli austriaci rimasero in silenzio per un po’. Forse si consultarono, poi qualcuno chiese: “Was machen Sie?”, cioè: “Cosa stai facendo?”.»
Il nonno si schiarì la gola e ricominciò: «Mario rispose: “Ich habe diesen alten Schatz gefunden. Ich möchte es wiederherstellen, ohne es zu beschädigen. Kannst du mir bitte helfen?” che significa: “Ho ritrovato questo antico tesoro. Voglio recuperarlo senza danneggiarlo. Potete aiutarmi per favore?”.»
«E loro cosa fecero?» chiese il bambino.
«Risposero: “Gut. Warte”, cioè “Va bene. Aspetta”. Mario obbedì. Intanto dall’altra parte qualcuno riprese ad allargare il varco, finché poterono vedersi. Con le mani alzate, si avvicinò ai nemici, poi, lentamente, abbassò la destra, la introdusse nel cunicolo che conduceva dall’altra parte e pronunciò le parole “Schön Sie zu treffen”. Di là qualcuno gli strinse la mano e pronunciò le stesse parole, che significano “Piacere di conoscerti.”
A quel punto il soldato Mario recuperò il piccone e si mise al lavoro anche lui per liberare del tutto l’antico corpo congelato.
Quale sorpresa per i rinforzi italiani quando, non appena arrivati, trovarono Mario e due soldati austriaci, seduti accanto, che conversavano tranquillamente davanti al corpo del cavaliere. “Abbassate le armi” disse il primo, rivolto ai suoi compatrioti, “questa è un’operazione di pace.”
Subito dopo arrivò anche la delegazione austriaca. Tra di loro c’era il tenente Gruber, docente di archeologia, che al vedere i reperti rimase senza parole. Dopo un primo esame, confermò che si trattava di un cavaliere Templare risalente al XIII secolo. Non riuscì a spiegare cosa lo avesse portato ad attraversare le Alpi a quelle altitudini. Forse, affermò, era di ritorno dalla Terra Santa e voleva raggiungere la Francia, ma si sarà smarrito.
«Mario,» sussurrò la nonna «il piccolino si è addormentato.»
«Ah… devo proprio averlo annoiato con le mie storie di guerra.»
«No. Ti sbagli. Non l’ho mai visto così attento e interessato. È solo che la stanchezza ha avuto il sopravvento.»
Il vecchio tolse il nipotino dalle braccia della moglie e lo adagiò sul suo lettino.
I due anziani sedettero di nuovo davanti al fuoco.
«Sei stato molto bravo stasera.»
«Dici?»
«Sì. Prima la bella spada che gli hai costruito e poi questa storia che ti sei inventato…»
«Non ho inventato nulla. Ho solo ricordato....»
«Vuoi dire che il soldato Mario eri tu?»
«Proprio così.»
«E perché non me l’hai mai raccontata questa storia?»
«Perché non finisce bene come potrebbe sembrare. Avevo provato a dimenticarla, ma oggi, con quella spada, mi è tornata in mente.»
«Cosa accadde dopo?»
«Quel giorno, grazie al ritrovamento, non ci furono scontri. Per la prima volta, italiani e austriaci collaborarono per un obiettivo comune. Mi piace pensare che quella fu la prima missione di pace nella storia, tra due schieramenti nemici.»
«Chi si appropriò del corpo del cavaliere?»
«Noi italiani. Ma col consenso degli austriaci. Ammisero che eravamo arrivati noi per primi e non fecero storie per cedercelo. Anzi, grazie alla professionalità del tenente Gruber, il recupero avvenne nel modo migliore e senza provocare danni.»
«Perché allora dici che andò a finire male?»
«La collaborazione col nemico è un gesto non gradito a chi comanda gli eserciti. La sospensione dei combattimenti, sebbene per un solo giorno, fu interpretata come un atto di sabotaggio nei confronti della missione, qualcosa di simile al tradimento. Non posso negare che a causa di quanto accaduto l’effetto sorpresa sul nemico venne meno, l’operazione fallì è vero, ma non fummo certo noi a organizzare quell’incontro tra i ghiacci. Ad ogni modo io ne fui considerato responsabile, così venni subito trasferito in un altro fronte e, in seguito, dovetti affrontare un processo militare e scontare persino qualche mese di detenzione.
Il 4 luglio gli italiani iniziarono una nuova galleria che completarono 79 giorni dopo. Stavolta riuscirono a coglierli di sorpresa. Era il 21 settembre del 1917 e si concluse con la disfatta degli austriaci. I generali italiani finalmente poterono gioire. Il tritacarne della guerra aveva distrutto tante vite, perlopiù appartenenti al nemico. Non importava se erano giovani costretti a raggiungere quei luoghi senza sapere perché.»

Motivazione della Giuria
Solda, 1965. In un’isolata baita di montagna della provincia di Bolzano, dove il miracolo economico italiano non riverbera ancora i propri benefici, una coppia di anziani nonni si prende cura del nipotino affidato loro dai genitori emigrati in Germania. Una sera nonno Mario, intagliata una spada di legno, accende la fantasia del bambino raccontandogli un episodio che lo vide protagonista negli anni della Prima guerra mondiale: lo straordinario e fortuito ritrovamento di un cavaliere templare del XIII secolo, congelato nei ghiacciai di quelle stesse montagne. Soldato Mario è un racconto dall’intreccio ben strutturato ed equilibrato nel ritmo; un racconto intriso di dolcezza e di saggezza, che pone con forza la cultura ad argine del tritacarne della guerra.

Raffaele Messina.
Motivazione del Presidente della Giuria
Molti sono i punti su cui il racconto offre occasione di riflessione. Dal focolare domestico in cui i nonni svolgono il loro ruolo di educatori e custodi dei nipoti, mentre i genitori sono costretti a dedicarsi pienamente al lavoro, spesso lontani dalle proprie residenze. Per arrivare alla suggestione del racconto fantastico, con la storia del ritrovamento delle spada medioevale, a ribadire o educare il giovane nipote a ben considerare la Storia e le sue evoluzioni nel succedersi dei tempi. Infine, la narrazione della guerra, quella delle trincee, voluta dai politicanti, ma che non riguarda i soldati nelle prime linee, costretti ad uccidersi tra loro al primo comando, ma sempre inclini a dare ascolto al proprio animo ricco di umanità, per cogliere ogni pretesto per un abbraccio collettivo e fraterno con il nemico, annullando le barriere e oltre ogni filo spinato.
Lavoro completo, senza errori, e di una buona maturità; i dialoghi italiano-tedesco, rendono, infine, più veritiera la vicenda.
 Giuseppe Laterza.

Consegna il premio l’Assessore alla Cultura del Comune
di Marigliano, la dott.ssa Irene Sorgente

Breve BIOGRAFIA dell'Autore

Emanuele Cavarra è un creativo in ambito grafico e pubblicitario.
Si dedica anche alla scrittura di racconti, romanzi, soggetti per il cinema e sceneggiature.
Titolare dal 1993 dello studio di Comunicazione KreativaMente (Ragusa), ha pubblicato i romanzi:
 
- La casualità apparente (2014)
- Non dire il mio nome (2015)

- Il ciliegio e la montagna (2016) vincitore del Premio Internazionale “Mario Luzi”
 - Il disegno delle ombre (2016) vincitore del Premio Internazionale “Mario Luzi”

- Il brigante e il legionario (2018)
- La Ballata del Tonno magico (2019)
- C’era… due volte (2020)
 
Il suo racconto REVICTURIS è stato selezionato e inserito nell’antologia RACCONTI SICILIANI 2020 edita da HISTORICA Edizioni a conclusione dell’omonimo contest letterario.
 
Il suo racconto LO SKIPPER SORRIDE è stato selezionato e inserito nell’antologia PROFESSIONE VIAGGIATORE 2020 edita da IDROVOLANTE Edizioni a conclusione dell’omonimo contest letterario.
 
Il suo racconto SALVATO DAL CORONA VIRUS ha vinto il 3° Premio nel Contest Letterario STORY RIDERS – COMMON PEOPLE 2020 di Torchiara (SA).
 
Il suo racconto CONOSCETE NARCISUS BLONDEAU? è stato selezionato e inserito nell’antologia FANTASCIENTIFICO edita da IDROVOLANTE Edizioni a conclusione dell’omonimo contest letterario.
 
Il suo racconto IL VIAGGIO DI MARION ha vinto il 2° PREMIO al concorso VAGABONDANDO 2020/2021 organizzato da SWAN BOOK Edizioni (che lo sta pubblicando).

 
 

INTERVISTA a Emanuele Cavarra

TORNA ALLA CLASSIFICA DEFINITIVA del XVI° Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic

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