L'attore Oltjon Bilaj: " Recitare è terapeutico per la persona, per se stessi, non tanto recitare di per sé ma per tutto quello che vi è dietro." ottobre 13, 2021 \\

Oltjon ci racconti di Lei, chi è   Oltjon Bilaj come persona?
Sono una persona molto semplice. Mi fanno arrabbiare le cose che fanno arrabbiare un po’ tutti, e mi rende felice fare le cose che amo fare e stare con le persone che mi vogliono bene. Sono molto sensibile quindi anche facilmente irascibile. Sono molto curioso, verso la vita in generale. Mi appassiono facilmente e mi disinteresso con altrettanta facilità, alle cose, alle situazioni, alle persone, a ciò che mi circonda. Sono istintivo e spesso molto ingenuo. Sincero e schietto. Ho il grosso problema a volte di parlare ed esprimermi senza filtri. Sono molto autocritico con me stesso. Mi piace molto scrivere. Amo fare il karaoke con gli amici, mi piacciono i videogiochi. Amo la musica in generale, non ho un genere preciso, non sono tipo da generi o mode, ascolto quello che mi piace e basta. Mi piace suonare, mi piacciono i motori, viaggiare, leggere ed ascoltare. Più di tutto mi incuriosiscono le persone, le loro storie, il loro vissuto, quello che li ha portati ad essere quello che sono. Ho avuto la fortuna per un periodo di lavorare insieme a gruppi di studenti del liceo, grazie all’attrice e regista Marina Garroni, che mi ha dato l’opportunità di affiancarla nella gestione di alcuni laboratori teatrali liceali, ed in seguito di condurli in prima persona. È stato un percorso che mi ha fatto crescere molto a livello artistico, ma soprattutto a livello umano. 
Come nasce la sua passione per la recitazione?
Sono cresciuto appresso a mio nonno, che ogni sera si faceva la sua carrellata personale di film, guardandoli in tv. Questa cosa senza che me ne rendessi conto mi è servita e come. Un esempio. Mi è successa una cosa strana quando ero più piccolo. Ci sono alcuni momenti in cui ti senti impotente verso quello che ti sta succedendo. È come se il cervello andasse per conto suo, si dirige completamente da un'altra parte, tu sai che sta succedendo ma non hai la minima idea di cosa fare, ti senti impotente. A me in quel momento sono venuti in mente spezzoni di film che vedevo la sera con nonno e senza rendermene conto ho cominciato a ripetere battute che mi venivano in mente a casaccio, sbracciando, saltellando, in modo agitato e scoordinato. Una volta realizzato cosa era successo, sono scoppiato a ridere come un pazzo. Sono stato confuso per giorni su cosa fosse effettivamente successo, ma da quell’ episodio ho cominciato a sospettare che la cosa potesse essere divertente ed interessante, oltre che terapeutica, come si era dimostrato per me in quella situazione. Direi che questo è il momento che mi ha fatto avvicinare alla recitazione. Con il passare degli anni è diventata, oltre che una passione, una necessità, ma forse lo è sempre stata, per come sono fatto. Per me rappresenta una filosofia di vita, forse è azzardato dirlo ma è così. Recitare è terapeutico per la persona, per se stessi, non tanto recitare di per sé ma per tutto quello che vi è dietro. Non a caso William Shakespeare diceva che “Tutto il mondo è un palcoscenico.”  
Che io lo faccia per strada, sul palco di un teatro, in un cinema, dentro la cameretta o il salone di casa, a me basta farlo. 

Allora mi descriva il suo giorno lavorativo perfetto…
Un attore ha la consapevolezza che questo lavoro è molto duro, i problemi e gli imprevisti sono spesso dietro l’angolo. 
Sei circondato da persone stanche, stressate perché fanno duemila cose in un minuto, figuratevi nell’arco della giornata, con 3 ore di sonno se sono fortunate, e lo fanno in maniera continua per mesi.  Con questi presupposti non ti aspetti gente pimpante, paziente che ti sorrida tutto il giorno. Questo per dire che il giorno lavorativo perfetto è fatto di consapevolezze e soprattutto buon senso. L’importante per me, è arrivare a fine giornata, soddisfatto del lavoro che ho fatto in un ambiente che per quanto vivace possa essere, sia comunque sano, dove tu sei il primo ad essere disponibile, positivo e comprensivo. Se a fine giornata non sono arrabbiato, e mi sento soddisfatto del lavoro fatto, allora mi dico che sono stato fortunato e quello sì, per me è un giorno di lavoro perfetto.  

Quali sono gli artisti dai quali si sente maggiormente influenzato o da cui trae ispirazione?
Ne apprezzo veramente troppi, ognuno per motivi diversi. Potrei fare una lista ma sarebbe lunghissima. Per citarne alcuni, James Stewart. Lui iniziò con il teatro, debuttò a Broadway ed in seguito al cinema. Lo ammiro molto per la sua versatilità, ha fatto film di vario genere in maniera sempre eccelsa. Sono affascinato dal carisma di Marlon Brando, dalla sua unicità. Lui era imprevedibile, una presenza fortissima. Rivoluzionò il metodo recitativo che fino ad allora era saldamente ancorato alla teatralità di quel periodo. Charlie Chaplin, qui c’è poco da dire, il nome dice tutto. La sua incredibile capacità di comunicare senza le parole, maestro assoluto. Jack Nicholson, lo adoro, i suoi personaggi prendono vita dalla sua folle essenza, lui riesce a renderli veramente unici. Ha una mimica facciale in grado di smuovere ogni minima sensazione che si possa provare. Ha scritto pagine indelebili del cinema con le sue interpretazioni. Joaquin Phoenix, un’anima inquieta che riversa la propria natura sui personaggi che interpreta. Non c’è un secondo durante la sua performance che ti fa mollare la presa. Potente ed intenso. Lo straordinario Danzel Washington. Riesce con un minimo, avvolte senza fare nulla, ad emozionarti in maniera devastante. Quella è energia allo stato puro.  Ce ne sono molto altri, e mi sento male a non poterli citare tutti ma sono veramente tanti. 
Come attore quali sono i personaggi a cui ha dato vita ed ha sentito più vicino alla sua sensibilità artistica.
Ho iniziato recitazione con il teatro, ed i personaggi a cui sono legato sono lì, a teatro. Ogni personaggio, alla fine, diventa una parte di te, nasce sempre un rapporto, come nelle migliori o peggiori coppie. Il personaggio che più ho sentito vicino alla mia sensibilità artistica e Re Bérenger, nell’opera “Il re muore” di Eugène Ionesco. Il suo personaggio spazia molto, ha alti e bassi, si tratta di un personaggio con varie sfaccettature. È complesso e molto divertente e anche drammatico.  Lunatico, capriccioso, testardo, inconsapevole, ostinato, romantico, folle. È un’opera che evidenzia con maestria e originalità l’uomo, le sue debolezze e le intrinseche fragilità, la sua paura della morte. Me lo sono chiesto anche io, ma come, fare il Re, si tratta comunque di un personaggio adulto, non un ragazzo. Il testo era stato riadattato in maniera brillante con l’alter ego del re, la meccanica è molto simile al ritratto di Dorian Gray. Nell’opera invecchia l’alter ego e non il re, o almeno cosi sembrerebbe. Re Bérenger, è un personaggio con cui mi sono veramente divertito tantissimo.
 Sabato scorso ha riscosso un successo personale al festival CortoCulturalClassic 2021 diretto da Massimo Andrei con il cortometraggio Mother. Ci racconti del suo legame con il cinema breve.
Girando per i festival, ho conosciuto veramente tantissime persone, e devo dire che sono rimasto entusiasta e sorpreso nel sentire e percepire l’impegno e l’amore che mettono in quello che fanno. Sono ambienti sani. Qui al CortoCulturalClassic, ci avete emozionato con l’enorme calore e rispetto con cui avete accolto “MOTHER”. È stato un onore per tutti noi ricevere i 2 premi della giuria, partecipare alla splendida serata che avete organizzato ed essere stati accolti in maniera così impeccabile. Una cornice molto elegante, per un festival che tra l’altro compie vent’anni, wow veramente complimenti. Un altro festival a cui sono particolarmente legato perché li ho vinto il mio primo premio “come miglior attore” è il TokoFilmFest. Una crew composta da ragazzi veramente tutti giovanissimi e tutti in gamba. Gli faccio i migliori auguri perché se li meritano tutti. Realtà come queste, ambienti sani dove avvengono incontri e sane condivisioni e confronti, sono realtà che fanno ben sperare per tutte le persone che vogliono fare questo mestiere. Il cinema breve è Cinema. Questo corto, che voi avete definito “poetico”, Mother mi sta facendo vivere dei bellissimi momenti. Stiamo conoscendo persone interessanti e realtà interessanti. Ci ha dato, e continua tutt’ora a farlo, belle soddisfazioni a livello collettivo e personale.
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Che messaggio e che possibilità dà oggi il mondo dell’arte ai giovani artisti in un settore particolare e in perenne cambiamento come il teatro, cinema e la televisione ormai assorbite dalla rete?  C’è spazio in Italia per giovani artisti talentuosi?
Il settore audiovisivo è un settore sicuramente in crescita. Le grandi piattaforme producono un sacco di serie, la maggior parte straniere, quindi sono alla continua ricerca di attori. Non sono esperto in materia, posso solamente dire un mio pensiero. Ho l’impressione che in Italia vengano prodotto generi e format, che sono gli stessi o simili da anni, almeno nella maggior parte, cosi come gli attori che vi partecipano. Una produzione italiana, penso che difficilmente si accolli il rischio di affidare un ruolo importante ad una faccia sconosciuta, non dico giovane attore, perché non deve necessariamente essere giovane, ad un attore non famoso ecco. È la fama che poi ti porta il pubblico. Ricordiamoci che le produzioni sono aziende, decidono di realizzare e finanziare un progetto con un obiettivo preciso, l’audience. Quindi si affidano per lo più a personaggi di richiamo. Però bisognerebbe ricordarsi che un attore prima di diventare famoso, non era nessuno, ma semplicemente ha trovato qualcuno che gli ha dato la fiducia e l’opportunità di poterlo diventare. Per quanto mi riguarda posso solo essere fiducioso che arriva anche la famosa “botta di fortuna” diciamo,  e di incontrare produttori e registi che credano in me. Questa fortuna l’ho già avuta una volta, con “MOTHER”, incontrando il regista Antonio Costa che è stato premiato proprio qui al “CortoCulturalClassic” per la “Miglior Regia”.

Il rapporto con la sua città Natale.
Sono di origini albanesi, sono nato a Valona. I miei si sono trasferiti in Italia quando avevo 6 anni. Potrebbe sembrare strano, perché ero veramente piccolo, ma ricordo molti momenti, belli e anche brutti. Non era un periodo tranquillo, c’era uno scompiglio generale ed ho vissuto e visto con i miei occhi, scorci di guerra civile, che a quell’età rischiano di segnarti in maniera molto forte. A pensarci oggi mi sembra assurdo, lanciarti da 2 metri, da sopra i tetti dei garage per dimostrare di valere qualcosa ed essere rispettati dai propri coetanei. Se non ti lanciavi, venivi emarginato. Essere ragazzini a quell’età in Albania, significava che dovevi crescere in fretta, più dell’età naturale che ti portavi dietro. Quando ci siamo trasferiti in Italia, non me la sono passata molto bene. I ragazzi sono ingenui, e nella loro ingenuità, riescono ad essere molto cattivi. Ero tremendo a scuola, mi sentivo incompreso, cosi reagivo e passavo i guai, con le maestre e poi, a casa con i miei genitori. Sentivo che il modo in cui ero cresciuto e il posto dove ero nato, mi procuravano un sacco di problemi anche se non capivo perché, quindi ho avuto per anni il rifiuto di tornare nella mia terra natia, ero arrabbiato con l’Albania, ma lo ero anche con l’Italia. Quando ho avuto il coraggio di ritornarci, inizialmente mi sentivo fuori posto, ma una volta visitati i luoghi familiari e riparlato la lingua, ho cominciato a risentire quel senso di appartenenza che avevo smarrito. È un paese che sta migliorando e sta crescendo molto anche dal punto di vista artistico. È sempre emozionante tornare nel posto dove sei nato. 


I suoi prossimi progetti.
Sono molto scaramantico, quindi non mi azzardo a dire qualcosa o fare previsioni. Incrociamo le dita!
 



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