Antologia del Premio di Poesia e Narrativa 2010 settembre 17, 2010 \\

NAPOLI CULTURAL CLASSIC

 


Premio Internazionale
di
Poesia e Narrativa


V edizione

 

 


2010

 

 

 

 

 

 

 


        
La Napoli Cultural Classic  è        un’ Associazione  volta   alla  diffusione dell’ Arte  e  della  Cultura, che persegue, senza alcuno scopo di lucro, il  fine
di aiutare artisti e  studiosi a realizzarsi   favorendone   la conoscenza   da   parte   del pubblico .
Nata  nel  2000  per  volontà
e   impegno    dell’  avvocato Carmine  Ardolino,  la Napoli
Cultural   Classic    promuove  concerti,  concorsi, spettacoli  musicali e   teatrali,    mostre, manifestazioni   e    convegni       miranti,  in  primo luogo,  alla valorizzazione del territorio.
 Il  momento conclusivo delle attività  promosse  nel  corso dell’anno è  rappresentato da 
un  Evento  che   prevede  la consegna del   Premio Napoli Cultural  Classic a  quanti   si sono distinti  nel campo delle attività  sociali ,   nel  mondo    culturale  e  dello spettacolo.

 

 

 

 


                 Associazione Napoli Cultural Classic
                  Premio Internazionale di Poesia e Narrativa

La Giuria del concorso letterario promosso per l’anno 2010
dall’Associazione Napoli Cultural Classic, con la direzione
organizzativa del consigliere per la scrittura Anna Bruno,
risulta composta dal Presidente  prof.re Don Lino D’Onofrio,
dalla dott.ssa Raffaela Romano e dai seguenti operatori  
culturali-poeti-scrittori: Anna Bruno, Emanuela Esposito,
Giuseppe Bianco, Claudio Perillo, Giuseppe Vetromile .
Dopo attento ed approfondito esame delle  opere presentate
dai 350 partecipanti, sono state stilate  le classifiche finali:

• SEZIONE POESIA  a tema libero (ADULTI)                                                                  
Poesia I classificata : “ Il viaggio”   di Pasquale Balestriere  - Barano d’Ischia
           II classificata : “ Bandiere d’ombra” di Floredana De Felicibus – Atri (Teramo)
          III classificata : “ A un tavolino zoppo del Caffè” di Marcello De Santis – Tivoli

                 MENZIONI D’ONORE
“Così conto i giorni” di Pietro Catalano – Roma
“Il vecchio ” di  Lorenzo Cerciello – Marigliano (NA)
“ Scoglitti” di Carmelo Consoli –Firenze
“Alza la voce ” di Mario Fiorillo  - Massafra (TA) .

• SEZIONE POESIA  a tema libero  (GIOVANI)
Poesia  I classificata : “  Poesia per Alda Merini”  di Giulio Liguori – Napoli; 
           II classificata : “Senza titolo” di Simone Magli” – Pistoia;
          III classificata : “ In itinere” di  Raffaele Liguoro – Sant’Anastasia (NA)

                 MENZIONE D’ONORE
“Uomini” di Ignazio Spadaro – Ispica (RG)
                                                                                      
• SEZIONE POESIA a valore religioso
Poesia I classificata : “Fatima – Maria. Andata e ritorno” di Elisa Dall’Aglio – Rovigo
          II classificata : “ Pasqua a Damasco” di Anna Maria D’Amato – Roma
         III classificata : “ Cerco talvolta nel pulsare appena” di Carla Baroni – Ferrara

                 MENZIONI D’ONORE
“ Monologhi delle tre croci” di Franco Casadei – Cesena
“ Padre di pane e di luce” di Giovanni Caso – Siano


• SEZIONE POESIA in lingua straniera
Poesia I classificata : “Ela” di Regina Célia Pereira da Silva - Napoli
          II classificata : “Take in your hand my smile” di Giorgia Spurio – Caselle di Maltignano (AP)
         III classificata : “Pak durim” di Irma Kurti – Bergamo

              
            MENZIONI D’ONORE

“Decadence” di Salvatore d’Aprano – Marquette Montreal Canada
“Vreau partea mea de Dumnzeu” di Cati Caranfil – Zagarolo RM

• SEZIONE  SILLOGE
    Silloge Vincitrice : “Monodìa di rosa” di Marina Pratici – Aulla (MS)
  
• SEZIONE  NARRATIVA   (ADULTI)
Racconto I classificato : “Il mago di Medina” di Daniela Brancaccio – Torre del Greco (NA)
               II classificato : “Il maestro” di  Silvana Aurilia – Napoli
              III classificato : “Le imposte chiuse” di Santino Mirabella- Catania

                 MENZIONI D’ONORE
“Un’overdose di sogni” di Mario Trapletti – Roma
“La voce della Terra” di Maria Serena Campanalunga – Trani (BA)


• SEZIONE NARRATIVA  (GIOVANI)
 Racconto vincitore: “Morte di un colibrì ” di Gian Maria Rainieri- Piedimonte Matese (CE)
              
        
• PREMIO SPECIALE medaglia d’oro offerto dal Circolo Letterario Anastasiano –
                                                                Presidente Giuseppe Vetromile
            Poesia “ E torno a te” di Rosa Spera - Barletta

La cerimonia di premiazione avrà luogo in Nola (NA) il 18 giugno 2010 alle ore 17,00 presso il Museo Vescovile, sala dei Medaglioni, in via San Felice, 30 alla presenza di autorità, stampa e personalità della cultura e dell’arte.

Consigliere organizzatore                                                                          Il Presidente                       
   Anna Bruno                                                                                     avv. Carmine Ardolino

 

 

 

 

 


                                                               
 Prefazione

Leggere una poesia o un racconto è un po’ avere tra le mani il mondo degli altri e non solo quanto intenzionalmente di esso si è voluto trasmettere o si è lasciato trapelare: una poesia, un racconto sono biglietti di presentazione, parole a cui stringi la mano, ne senti il calore, la forza, l’intensità, il trasporto.
Leggere è farsi carico di altre realtà  ritmando il proprio con l’altrui respiro e non è semplice valutare  perché non c’è verso o racconto che non abbia valore di vissuto e non  trasmetta un’emozione.
La selezione antologica di questa V edizione  rende merito anche agli esclusi  perché con la loro partecipazione hanno  contribuito ad accrescere lo spessore culturale dell’iniziativa delineando uno scenario ricco di molteplici suggestioni davanti al quale  la Giuria   si è posta con sensibilità e rigore critico.
Di anno in anno l’organizzazione del  Premio Napoli Cultural Classic, attraverso l’inserimento di nuove sezioni a concorso, si propone non solo di ampliare la sfera delle presenze, ma di renderle mirate affinché ogni autore abbracci la tematica che sente  più congeniale a esprimere la propria individualità artistica.
Le opere pervenute possono dirsi specchio delle inquietudini del nostro tempo, con la ricerca di un senso, una risposta che soddisfino il pensiero errante e gli permettano di ricucire gli squarci aperti lungo l’intricato sentiero di percorrenza.
Nello scorrere le pagine seguenti, i lettori di sicuro avranno modo di incontrare sé stessi e riconoscersi e saranno grati alle parole che vestono a nuovo la vita perché altri frammenti d’intesa trovino posto a comporre quel puzzle, eternamente incompleto, che è la conoscenza della propria intima essenza.
Come sempre è doveroso ringraziare gli Autori, la Giuria e coloro che daranno valore a questa pubblicazione degnandola di uno sguardo attento.
Buona lettura e…splendide emozioni.
                                                                                              Anna Bruno 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                   

 

 

 Sezione Poesia Adulti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                       


                                                                                                                                 I classificata                                                              
Il viaggio
Pasquale Balestriere – Barano d’Ischia

 


E andiamo noi nel tempo e nello spazio
incerti e fragili, e anche dubbiosi
che l’avventura non finisca presto.
L’immenso è tutt’intorno, su noi preme
col suo passo pesante, e freddo è il cielo 
che si mostra lontano per la nostra
minimità. Né ci conforta il volo
virato delle rondini a ripetere
scontate ellissi, trappole del cuore.
E diventati siamo fauni,Rosa,
di bosco e di campagna, che raccolgono
e piegano in bell’ordine la vita,
come la legna al fuoco i contadini.

Forse dovremmo attendere che cada
col vento anche la tenebra notturna
per scuoterci di dosso questa terra,
che già somiglia al fango, e del dolore
il grido. Ci daremo allora a coltrici
insonni, come i padri che temevano
le furie d’acqua e il crepitio di grandine,
che alla zolla adunchi arroncigliavano
scabre speranze, in petto una preghiera.

Sarà breve il riposo, come pioggia
che ratta sfugge al cielo, vorticosa.
E calzeremo i sandali da via
perché la nostra storia è ancora questa:
andare, spalla a spalla, sempre andare.

Fin quando il tempo
                               non ci prenda il cuore.

         

 

 

 

 

 


                                                                                                                                     II classificata

Bandiere d’ombra
                                                 Floredana De Felicibus -  Atri (Teramo)

 


E si restava, a sera, appesi agli occhi della luna
ai giochi di mistero di quarti e pleniluni,
noi, spettatori, di indiscusse assenze
noi, testimoni di nascenti accenni di presenze.
E si aspettava l’arrivo di quell’attimo
di quell’andare oltre il confine, non consentito
 dell’esplosione, della pupilla folle!
Arresi al vigore massimo d’infinito
si restava lì distesi, piegati i sensi
su ciocche d’erba assenti ai trilli estivi,
sgombri dall’ombre i sogni
e dalle inquietudini eclissate
tra le pieghe dei declivi.
E si restava appesi alla speranza di una stella.
Oh, luna bislacca, ammaliatrice!
M’illudesti col tuo gioco d’alternanza
di luci ed ombre
e non mi dicesti che la vita
non è gioco e neanche sogno,
che le speranze nascono all’alba,
ma svaniscono a sera con le stelle!
Appesa al miraggio di un tuo sguardo,
ora ti vedo spesso abbassare gli occhi
e rattoppare strappi del tuo volto
con fili di rabbia e di vergogna
per aver visto deturpare innocenti sogni.
E, offuscata dalle angustie
e dall’ingiustizie di questo mondo,
ti osservo mentre ti celi il volto
con bandiere d’ombre.
                           

                                        

 

 

 

 

 

III classificata

A un tavolino zoppo del Caffè
Marcello De Santis  -   Tivoli

 

Sulle lucide pietre e levigate
come per breve pioggia del mattino
due vecchietti davanti a una scacchiera
su un tavolino zoppo del Caffè
si giocano una parte d’esistenza
quella che resta della primavera
perduta negli anfratti della vita

L’uno, lo sguardo fisso sull’alfiere
l’altro sul cavaliere, a meditare
una mossa per dare scacco al re.

La posta in gioco è il tempo che rimane
da vivere, tra stenti e patimenti.
Ma le azioni studiate sono vane…
il sole batte …e loro, indifferenti…

Sulla  piazza deserta poca gente
si muove lenta come per moviola,
una mamma e un bambino 
col grembiule di scuola
e in mano un orsacchiotto di peluche,
e un barbone col vuoto nella mente
avara di ricordi e nostalgie

Intorno ai giocatori quattro anziani
per il freddo si sfregano le mani
e assistono in silenzio.

Tra poco la tenzone finirà
e ognuno tornerà
ai suoi consueti affanni,
a contare quanti anni
mancheranno per chiuder la partita
di quel poco che resta della vita.

 

 

 

 


Menzione d’onore
  Così conto i giorni
Pietro Catalano -  Roma


Per sopravvivermi ti ho forgiata come un’arma,
come una freccia al mio arco, come una pietra
                                                                                               nella mia fionda. (Pablo Neruda)

Mi hai insegnato ad amarti,
lunghe colline ondulate
verso il rosaio senza spine
ho vissuto i miei anni migliori.
Corse sulla battigia e risa,
mani strette guardando l’orizzonte
finché la luna si concede al giorno.

Oggi ho imparato il cinismo del falco
-il canto scende lento nella notte-
il tempo non fa sconti alle menzogne
e leggero bussa il vento all’innocenza
portando via il coraggio dei giorni
smarriti nel campo di primule viola,
appassite nell’ora del commiato triste.

Così conto i giorni dell’autunno
- l’anima si scuote quando è viva-
e m’accorgo che la strada sale
verso l’ignoto, l’età non concede tregua
ai tormenti dell’anima, oggi la cetra
tace alla carezza lieve del vento.

                                         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Menzione d’onore


Il vecchio
Lorenzo Cerciello – Marigliano (NA)


Al vecchio, che nella penombra antica
del portico fiorito di gerani
riposa silenzioso,
il volto perso al vento della sera,
non chiedete saggezza né memoria
né ciò che il verde stanco dei suoi occhi
a malapena scopre
nei reami di nebbia del tramonto.
Lasciate che si culli all’amorosa
altalena dei voli tra le foglie,
che si assopisca al labile sussurro
della brezza che spira tra gli aranci,
che si addormenti nel profumo stanco
di zagare appassite dall’aprile.
Non chiedetegli storie né racconti,
non riapritegli varchi dentro il cuore
sull’onda lunga della nostalgia.
Donategli il presente dentro l’eco
di un canto che si perde all’orizzonte,
regalategli il sogno in un bicchiere
colmo di vino rosso e nel sorriso
di una fanciulla in fiore, l’illusione,
antica e amara, della giovinezza.
       

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                 Menzione d’onore


Scoglitti
Carmelo Consoli – Firenze


A volte pare ancora di sentire la voce bellicosa degli aerei,
di vedere nude sagome di navi riportare
l’eco della guerra misto all’urlo della vita in un sogno
di vittoria accanto ai pini salmastri.
Capita nei tramonti di Luglio
quando sole e sera intrecciano ricami e riccioli vermigli.
Altre volte tra stellate onde appaiono
esili carrette, processioni di migranti;
brucia lo scirocco e il giorno nei giochi della luce
si fa memoria amara, fraterno destino,
storia antica di vinti e vincitori.
Accade nell’ora in cui l’aria
è nitida fragranza di agrumi e gelsomini.

Resta così Scoglitti a raccogliere spume di mare,
a raccontare come giunse la morte
piana su piana tra lentisco e rosmarino
mentre la vita solca nere zolle, risale tra filari d’uva e ulivi.
Resta lì luccichio di sponda a dividere terre e acque
dove il tempo è lamento di risacca, costa dei miracoli
tra ambrati campi, cromie di fichidindia
come Giano bifronte metà pianto e dolore
di un destino amaro, di un futuro incerto,
metà bagliori di sole, piane dorate.
Così a giorni e giorni, a profumi e sventure
tra uno sguardo alle maree lontane
dove cantano sirene, calano ombre lente,
misere spoglie e uno ai pianori di arance,
limoni, ai campi di grano, ai mandorli,
ai peschi in fila distesi nei tramonti viola rigonfi di speranze.

 

 

 

N.B. Scoglitti comune di Vittoria provincia di Ragusa – sbarco degli alleati 9-10 luglio 1943 e approdo clandestino di emigranti.

                                                     

                                                                                                                                   
Menzione d’onore
 Alza la voce
Mario Fiorillo – Massafra (TA)


Alza la voce
e irrompi queste pietre;
raccogli qui le sillabe spezzate
dalle punte del cuore
e porta in cielo il vento di dolore
se esiste ancora un dio
oltre l’attesa
della vicina sera.
Alza la voce
e vestiti di suoni
per chi ha perduto anche la parola
e brancola nel vuoto inconsolato;
tu poeta di margini e di strade,
delle lune di marzo,
di questa carne lacera tra spine
alza la voce e canta
il poco che resiste alla bufera
delle cose più insulse;
fosse anche il fiore umile del campo
mughetto o giglio
che anima la terra e la colora
nell’incendio dell’alba.
Tu canta;
alza la voce e canta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Premio Speciale
“…e torno a te”
Rosa Spera - Barletta


Sfoglia il vento calendari di tempo
affievolendo il calore amniotico
di un’eccelsa fusione
sfociata in rivoli di mille tempeste.
C’è penuria d’amore
nella muta disobbedienza che s’incurva
sul dorso di aurore che hanno braccia di salice
e avanzando si eclissano
tra frange di eventi che non fanno rumore.
E torno a te, madre,
a te, evanescenza con pelle di cielo
e volto irradiato da lune d’argento
che al mio richiamo sempre ti fai carne
nell’abbaglio convulsivo di un pensiero
che divampa alla mente incendiandomi il cuore.
Torno a te,
nel profilo di un sogno che ha fruscii di rinascite
e s’infervora in sinergie di colori
che ammantano l’anima d’estasi
proiettandola all’apice di un antico incanto.
Torno a te, madre mia,
nell’oblio di un sentire che, prosciugato, s’infiora
generando respiri di brace
nel petto di giorni che con te han chiuso gli occhi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torna sempre l’onda
Lenio Vallati – Sesto Fiorentino

Torna sempre l’onda
ad accarezzare la riva.
A intervalli di tempo
regolari
riappare la lusinga
sulla pelle
 in schiuma dolce,
 orfana di parole,
 e ti sfiora dolcemente
 col silenzio
 delle sue labbra chiuse,
sussurro di vento
in ali di gabbiano.
Serrasti gli occhi quel giorno
alle grate della vita,
seppellisti nel tuo cuore
l’ascia
di ogni speranza…
Torna sempre l’onda
ad accarezzare la riva,
a levigare l’anima
di tenerezze antiche,
a rischiarare di luce
il tuo sorriso,
prima che il giorno
chiuda le sue ciglia
e si abbandoni per sempre
alla notte,
al suo respiro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 Tu sai dove il cosmo si fa luce
Grazia Di Lisio -  Teramo

 

Tu sai dove il cosmo si fa luce
nel muto gioco che distrae
impalpabili folate d’orizzonti
a fuscelli furati di materia.
Frammenti…filamenti
di bocci primordiali.
Tu sai dove orchestrano i preludi
appigli dissonanti d’armonie.
Oh i vaghi orli di memorie
e i lunghi steli tremuli
di orchidee d’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Sezione Poesia Giovani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                           I classificata
                                               

Poesia per Alda Merini
Giulio Liguori -  Napoli

Quali colombe siamo?
Da quali sogni
le nostre ali son forgiate?

Se la smunta pienezza
È sfondo dell’animo nostro,
e il cielo stellato è un insieme
di aneliti illusi,
la penna,
stretta nel pugno,
è anima in petto.

Corre l’inchiostro
nelle cupide vene,
gonfie
di viva poesia,
corre l’inchiostro,
mal letto e incompreso,
corre
e lo chiaman pazzia.

Ogni poeta
fa guerra al dolore,
combatte la gioia,
si oppone al destino.
Ogni poeta
è uno spirito solo,
sorda colomba,
eterno conflitto.

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                         II classificata

Senza titolo
Simone Magli - Pistoia


Ad ogni battito del tempo
la paura m’inabissa.
Pioggia di morte
bagna la mia mente
stanca.
I sospiri del cuore
alzano lentamente gli occhi
affidando al loro sguardo
la speranza di ottenere
Pietà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                        III classificata
In itinere
Raffaele Liguoro  -  Sant’Anastasia (NA)

 

Il caldo estenua per le vie accese
e molli se da soli si percorre.
Il poco vento agguanta i grani
afosi e alla gola li esplode.
Senza meta forse non ci si
stanca se libero è il campo e
infinito
se chiuso non è il varco per altre vie.

Andando ci sarà per i viaggiatori
stanchi un’ombra contro il sole di quercia
e da altre mani il vino della festa.                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Menzione d’onore


Uomini
Ignazio Spadaro - Ispica (RG)

 


E restiamo
stretti nell’ali,
come passeri stanchi
tra le cadùche foglie
d’una stagione invecchiata

Spiando il cielo lontano
nell’attesa del primo brivido

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                     La bellezza
                                                 Francesca Palladino       Boiano (CB)
                                                                                      

 

Come un mare d’inverno
era la mia anima
prima d’incontrarti.
Procelloso,
inquieto,
minaccioso.
Il mio cuore era
un’altalena di colori.
Sbiancati,
ibridi,
stinti.
La mia vita era un giardino abbandonato.
Invalicabile,
infecondo, oblioso.
I miei giorni scorrevano
come spartito sul pianoforte.
Lacerato,
squarciato,
disarmonico.
Ora che ci sei,
il mare è placido,
i colori schietti,
il giardino olezzante,
lo spartito armonioso, soave.
Lucido pensiero
 è la mia vita.
Apro gli occhi
                                                                e guardo la bellezza.


                                                    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                      Sezione Poesia a Valore Religioso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                   I classificata
Fatima – Maria. Andata e ritorno
Elisa dall’Aglio - Rovigo

Come Fatima e Amina, come Esther, come Edie ‘Sed’ e Maria, mi sono ritrovata la vita in mano
senza averlo chiesto; a me è successo in una fredda mattina di fine febbraio.
E da allora abbiamo trascorso gli anni a patire, ognuna i propri mali, i propri padri e mariti,
i propri pigmalioni.
Fatima, iraniana a Stoccolma, senza un’amica, velo su un viso da Madonna nera.
Obbligata a indossarlo dalla famiglia, così, disprezzata dalle coetanee.
Se te lo togli ti caviamo gli occhi dalle orbite, le dicono a ogni colazione padre, fratelli e sorelle.
Sua madre sente ma non la difende, sa che non si disobbedisce alla parola di Allah.
Amina, mamma di Nigeria, cos’hanno sentito le tue tempie colpite tante volte da pietre dure,
spigolose, scure,lanciate anche dai ragazzini? Chi ha provato pietà per il tuo corpo quando, in un caldo meriggio estivo, dentro uno stadio, il lenzuolo si è tinto di vermiglio
e tu urlavi e piangevi morendo?
Esther, saggia donna di Gerusalemme, asciugati ora le lacrime e diventa nonna del Mondo.
L’acqua negli occhi ti è sgorgata quando il kamikaze si è fatto esplodere tra la inerme folla,
riempiendo di schegge e di chiodi i corpi dei tuoi sette nipoti, di tuo genero e di tua figlia.
Non pensare più che avresti voluto morire con loro. Era questo il tuo destino, andare al mercato
coperto . Dovevi comprare provviste per il bar mitzvah di Salomon.
Edie, ereditiera milionaria,bella da piegare un dio al suo volere: quando ti vide, ti rese
subito sua unica musa, in una New York di velluto sotterraneo che cantava It’s a perfect day.
E poi riviste, film, successo, l’eroina.
E poi i soldi finirono, perché se ti infili l’ago ogni giorno si prosciugano conti e vene, Edie.
E poi arrivò una valchiria di nome Nico, più alta e più bionda, e Warhol non ebbe occhi che per lei.
Non vennero neppure al tuo funerale d’overdose, e avevi appena ventisette anni.
Maria, ogni madre al capezzale del figlio.
Il suo era a cielo aperto, en plain air, ad aumentare l’umiliazione della morte lenta.
Quanto coraggio ti è occorso, Maria, per vedere quelle mille stille rosse divenire rivoli vivi,
poi secchi e neri? Quanto del suo sangue ti è caduto addosso, sulle gote salate e ancora giovani,
mentre gli guardavi dal basso il viso con la vile corona coperta di spine?
Io, creatura terrestre tentata dal suicidio,sarei corsa via dal Golgota per singhiozzare
di nascosto dal suo costato ferito. Ma poi sarei stata uccisa dal rimpianto.

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                                        II classificata


 Pasqua a Damasco
Anna Maria D’Amato - Roma

 

Tra le strette viuzze,
intrecci di fedi
tra chiese e minareti.

Esplosioni di canti e colori,
nella magica luce del giorno.

Richiami di speranza per tutti
dall’Uomo del Mistero!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                          III classificata 


Cerco talvolta nel pulsare appena
Carla Baroni  - Ferrara

Cerco talvolta nel pulsare appena
dei miliardi di stelle in firmamento
un segno sconosciuto che s’arrocchi
sul filo di straniate latitudini
per dare a me, a me soltanto, traccia
del Tuo lontano esistere. L’Altrove
lo sento spesso nelle coincidenze
che i numeri degli uomini prevedono
troppo remote, quasi insussistenti.
Eppure accadono e poi si concatenano
quali tessere certe d’un mosaico
dal disegno preciso. Va ciascuna
nel posto già assegnato a completare
i misteriosi vincoli del cosmo
creato alla misura dell’immenso.
Avverto allora l’ansito del fiato
che germogliare fa la spiga al grano
e muovere dall’alto le maree
mentre si sfrangia al tocco delle dita
la foglia accartocciata alla brughiera
per ritornare a primigenia argilla.
E viaggia in solitudine nel cuore
una preghiera piccola, leggera
d’una parola sola, un breve “grazie”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                             Menzione d’onore 

 

Monologhi delle tre croci
Franco Casadei – Cesena


1 – Il buon ladrone

Il labbro trema, ti parlo senza voce,
la mia anima è una terra tribolata.

Tu solo mi abbracci,
prima che io muoia dimmi la parola,
strozzata in gola.

2 – Il mal ladrone

Appeso alla sinistra
su questa forca infame
disprezzo la tua viltà di agnello
che non geme.

Il tuo cielo, che non voglio,
cosa nasconde oltre, più dentro?

3 – Cristo

Nessuno di me più solo
in quest’ora di sconforto,
nel dolore senza misura del rifiuto.

Nella sera che incalza
del giorno rimane la reliquia,
non piangete su di me,
nell’ora culminante
la morte non riempie l’orizzonte.

 

 

 

 

 

 

 

 Menzione d’onore                                        


Padre di pane e di luce
Giovanni Caso - Siano


Riprende il giorno, o mio Signore, tu lascia
che il vento mi sospinga, dammi scarpe
per camminare la terra, poi non importa
se sarò sfinito. Fammi ancora tornare
al tuo infinito, da dove di novembre partì
l’anima, per lontananze ignote, fammi strada
fino al silenzio del sole, tu che mi forgi
nel fuoco di vita e spiri brezze d’eterno
alle mie vele.

                       Stringo un patto col cuore
di non belligeranza, mi attesto su questa riva
con vessilli di pace. Ma so ch’è la tua parola
che mi muta e disseta, ruscello alla bocca straziata.
Profuma le mie mani dei tuoi cedri,
vieni a consolarmi. Il grano sulla schiena
ha graffi urlanti. Vedi, mordo la polpa
di conoscenza, ammaestro il dolore,
ma non senza lo spasimo che tu mi infondi,
non senza l’ansia per le tue meraviglie,
Padre di pane e di luce.

Ciottolo di vetro attraversato dal cielo
chiedo tregua ai miei giorni e vino di memorie
spillato nella gola del sonno. Più volte ho atteso
che il cuore inquieto m’indicasse un riposo.
Tu solo puoi farlo, mio Dio, mio ignoto Creatore
che cingi d’amore anche me, farfalla vorticante
nel tempo che rovina. E stendi il tuo perdono
come profumo al respiro e metti altre ore
al mio andare, come tu vuoi, tra rugiade e sterpaglie,
perché s’indurisca il passo assuefacendosi al cammino.

 

 

Caro Dio
Caterina Branda – Torino

Osservo, soppeso,valuto aggettivi
Illudendomi di onorare il [Sommo Bene.

Sarà anche questa preghiera?

Si spiegano possenti le ali del ricordo:
volo sul passato, scruto.

Inesauribili carismi della Carità.

Trenta, fra maschi e femmine, ragazzi,
prezioso pleocroismo del Cristallo perfetto.

La carità si veste di saio.

Declama, il frate, dal libro della verità:
penetra il sentire e conquista segrete intimità.

Potenza della carità.

Le onde del mare vibrano nella sua voce
e il sole d’estate splende nelle sue parole.

Mistica carità.

La voce del Cristo è sulla bocca del giovane monaco,
soffio leggero di zefiro che carezza il cuore:

Io SONO

Cala il silenzio. Si ferrea la mente. Tutto tace.

Il mistero si rivela.

Io SONO

Mistici e sublimi attributi, alte e penetranti locuzioni,
pleonastici rimangono in attesa.

Io SONO

Alpe Eterna
coronata dalla celeste pleiade,
che pur ti curvi a toccare,
-dalle Altezze infinite-
l’infinitesimo granello che sono io…
                                                                 …Grazie


Ricordi di Maggio
Carmelina Giancola      Boiano (CB)


L’aria mite profuma di rose e viole,
brulichio di vita tra i fili d’erba
che ondeggiano, come spinti
da un soffio lontano.
Germogli teneri, bagnati di rugiada
s’aprono al tiepido sole,
sembrano bimbi che tendono le braccia
alla mamma.

A sera, il rintocco delle campane
dell’Ave Maria
inonda colline e campi verdi.
Dalla rupe scoscesa le acacie
allietano il viale ombroso.
I bianchi fiori profumati sembrano
nuvole di ovatta tra macchie verdastre,
come amici invisibili seguono adulti
e bambini fin nella chiesa, che nelle sere
di maggio appare più bella.

L’organo accompagna le voci dei giovani
tenuti lontani dal tiepido, dolce crepuscolo
di maggio.
E con il riverbero dei sogni
sfolgoranti e impetuosi
esplodono alla vita.
E come i fiori d’acacia
svolazzanti nell’aria
s’apprestano a librare
nel cielo limpido
puntellato di stelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                              
                                                                                                               Poesia in lingua straniera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                                   I classificata
Ela
Regina Célia Pereira da Silva -  Napoli


Confundem-na…
com a cor amarela!
Mas apesar de tudo
ela é linda
quando passa singela...
Admiram-na...
na sua simplicidade,
leveza do ser,
frescura no olhar,
transparência sem superficialidade.
Desejam-na...
porque formosa
brilhante, culta
e muito, muito elegante
com um futuro cor-de-rosa.
Ignoram-na...
Porque muito atarefada,
sempre concentrada
corre pr’aqui e para ali
tantas as coisas de que está carregada.
Esquecem-na...
Agora que tanto tempo tem
para conversar, divertir e contar,
tudo ao mesmo contempo e a cem...
aos seus e aos outros que chegarão.

                                                      

 

 

 

 

 

 

 

 

 Lei...
Regina Célia Pereira da Silva -  Napoli

 


La confondono...
con il colore giallo!
Ma malgrado tutto
lei è bella
quando libera passa...
L’ammirano...
nella sua semplicità
Lleggerezza di essere,
freschezza nello sguardo,
trasparenza senza superficialità.
La desiderano...
perchè formosa,
brillante, colta
e molto, molto elegante
con un futuro tutto rosa.
La ignorano...
perchè molto occupata
sempre concentrata
corre di qua e di là
molte le cose di cui è colmata.
La dimenticano...
Ora che ha tanto tempo
per chiacchierare, divertire e raccontare,
tutto allo stesso tempo e a cento...
ai suoi e agli altri che arriveranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                         II classificata

Take in your hand my smile
Giorgia Spurio - Caselle di Maltignano (AP)


Comets in the sky

In the silence give me your smile.

I will kiss in your hands
flower’s stars.
Now I want your mouth
like heaven’s shell.
Now I want your breath
between my hairs’ fingers,
between my throat’s sighs.

I’m closing my wings
between cold blossoms of roses
while I search your grey eyes,
your silver eyes
like rainbow’s swallows
in the portrait of the mind
where the sea will be seagulls’ bride.

Comets’ tears from the sky

In the silence I will give you my smile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Prendi nella tua mano il mio  sorriso
Giorgia Spurio - Caselle di Maltignano (AP)

 

Comete nel cielo

Nel silenzio donami il tuo sorriso.

Bacerò nelle tue mani
stelle di fiori.
Ora io voglio la tua bocca
come conchiglia del paradiso.
Ora io voglio il tuo respiro
tra le dita dei miei capelli,
tra i sospiri della mia gola.

Sto chiudendo le mie ali
tra freddi boccioli di rose
mentre cerco i tuoi grigi occhi,
i tuoi occhi d’argento
come rondini d’arcobaleno
nel ritratto della mente
dove il mare sarà sposa di gabbiani.

Lacrime di comete dal cielo

Nel silenzio ti donerò il mio sorriso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                                    III classificata


Pak durim
Irma Kurti – Bergamo


S` me duket  se ike pergjithmone,
por ke ndaluar pas nje udhetimi.
Zoti ne stacionin e fundit gabimisht
ty te zbriti.


Dhe unè tashmé kam marré trenin


qé do té mé sjellé tek ti.
Nuk di té t’them se kur do t`mbérrij
ekzaktésisht.

 

Mund té keté edhe vonesa, Nenè, e
Di si jané trenat, asnjéheré fiks.
Réndési ka qé do tè takohemi,


pak durim…


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Un po’ di pazienza
Irma Kurti – Bergamo


Non mi sembra che sei andata per sempre,
ma ti sei fermata dopo un viaggio.
Dio, purtroppo, nell’ultima fermata
ti ha fatto scendere per sbaglio.


Anch’io adesso sono sul treno
che mi porterà da te per sempre.
Non posso dirti quando arriverò
esattamente.


L’importante è che c’incontreremo
ci saranno anche dei ritardi.
Un po’ di pazienza, Mamma,
sai come sono i treni, mai puntuali...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  
                                                                                                                                      Menzione d’onore
Decadence
Salvatore d’Aprano – Marquette Montreal Canada


Tel un moderne Icare
je voltige parmi les nuages,
dans l’immense voûte céleste.
Le pouvoir magique
de la –poudre blanche-
peu à peu s’ évapore
et à l’euphorie de la montée
succède un état
de profonde hébétude.
Giflé par la réalité
je m’ éveille de la torpeur
et avec des ailes alourdies
je redescends vers le fond,
comme le sable dans la clepsydre,
et inexorable s’ engouffre
ma vie si aride.
Je languis désormais
dans la fange de l’ abîme
sans aucun espoir d’ émerger.
Je n’ai plus la force,
Ni le courage de contenir le eaux
tumultueuses de ma décadence.
Je sens très proche
l’heure de mon agonie.
Et je me congédie du monde
avec des regrets mais sans rancune
comme les amants qui se quittent
dans une nuit sans lune.


 

 

 

 

 

 


                                                       

Decadenza
Salvatore d’Aprano – Marquette Montreal Canada


Tal un moderno Icaro volteggio
tra rosee nubi ovattate,
nella concava volta celeste.
Il magico potere
della – polverina bianca-
a poco a poco si sfuoca
e all’euforica ascesa
subentra uno stato
di profonda ebetudine.
Schiaffeggiato dalla realtà
mi desto dal torpore
e con onerose ali
discendo verso il fondo
come la sabbia nella clessidra
e s’inabissa, inesorabilmente,
quest’arida mia vita.
Languisco ormai
nella fanghiglia del baratro
senza alcuna volontà di riemergere.
Non ho più l’orgoglio, né la forza
di contenere le tempestose acque
della mia decadenza.
Sento ormai prossima
l’ora della mia agonia.
E mi congedo dal mondo
col solo rimpianto
ma senza rancore
come si congedano gli amanti
quando morto è l’amore.

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                             Menzione d’onore

    
Vreau partea mea de Dumnezeu
Cati Caranfil – Zagarolo RM

Poezia picura
Ca rugaciunile la usa lui Dumnezeu
Cand imi fac rau cuvintele
Ia – ma sub pantofii tai
Ca un noroi comun...
Nu pot sa mor
Pentru un gand pentru un vis
Chiar daca sunt atat de vecina de cer
Incat fata mea
Atinge obrazul lui Dunmezeu...
Vreau libertatea
De a trage cu pusca dragostei
Viata mea sta pe ganduri
Cuvintele nu stiu de unde vin
Nu stiu unde se duc...
Sunt simpla
Ca o piatra plina de privirea ta
Invadata de mistere ma- ntorc la tine
Trec linistita prin durere
Si nu ma ascund dupa usi...
Sunt multe porti in viata
Sunt porti pline de lumina
Sunt porti obosite sunt porti inchise
Dar esista o poarta simpla
Fara zavor
Poarta ce te duce inauntrul tau...
Dunmezeu are margini?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 Voglio la mia parte di Dio
Cati Caranfil – Zagarolo RM


La poesia gocciola
Come le preghiere alla porta di Dio
Quando mi fanno male le parole
Prendimi sulle tue scarpe
Come un fango comune...
Non posso morire per un pensiero per un sogno
Anche se sono così vicino al cielo
Tanto che il mio viso
Tocca la guancia di Dio...
Voglio la libertà
Di tirare con il fucile dell’amore
La vita mi sta sui pensieri
Le parole non so da dove vengono
Non so dove si portano...
Sono semplice
Come un sasso pieno del tuo sguardo
Invasa dai misteri ritorno da te
Passando serena il dolore
Non mi nascondo dietro le porte...
Sono tante porte nella vita
Sono porte piene di luce
Sono porte stanche sono porte chiuse
Ma ci sta una porta semplice
Senza chiavistello
Porta che spinge dentro di te...
Dio a margini?

 

 

 

 

 

 

 

                                                                       The path
                                                        Natalia Giberti – Imola (BO)

 

Don’t stop to gaze
the green fields gilded by harvests
that you left behind your shoulders.

Don’t stop to scan the horizon
longing for blooming meadows
waiting beyond the hill.

Just walk and step by step remove
the rocks obstructing the fields
and throw away the stones
that prevent the flowers from blooming.

Purse your path
because golden harvests are in your hands
and the rainbows
lives in your heart.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il cammino
                                                        Natalia Giberti – Imola (BO)

 

Non fermarti a guardare
i fertili campi biondeggianti di messi
che hai lasciato alle spalle.

Non fermarti a scrutare l’orizzonte
vagheggiando prati in fiore
ad attenderti oltre la collina.

Prosegui il tuo cammino e,
passo dopo passo,
scosta i massi che occludono i campi,
rimuovi i sassi che impediscono
ai fiori di sbocciare.

Percorri la tua strada,
perché l’oro delle messi è nelle tue mani
e l’arcobaleno dei prati è nel tuo cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


YEAR YEAR MY CAPTAIN!
Rosa Mondio Melbourne Vic. Australia

The year looks no one in the face
It awaits no one
It conducts itself sternly
It makes its point about:
The worth of time
The value of friendship
The brevity of life

Oh year why have you
Snuck by so quickly?
you  are like a sigh
and even a dream
we have barely shut our eyes
in an instant
we are at the end of the year
and then again at the beginning

Oh year wait for me…
Where have you gone?
Where are you going?
Where do you take us?
You alone know our secret
You alone can hide it
We follow you
Like obedient soldiers…

Year Year my Captain…
Listen to me…speak to me…!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’anno l’anno mio Capitano!
Rosa Mondio - Melbourne Vic. Australia


L’anno non guarda  nessuno
non aspetta  nessuno
ci dirige severamente
fa capire il valore del tempo
il significato dell’amicizia
e la brevità della vita

Anno-come sei passato
così subito?
sembra un sospiro
e anche un sogno
appena abbiamo chiuso gli occhi
in un instante
siamo alla fine e nel principio

Anno aspettami...
dove sei andato?
dove vai?
dove ci porti?
Soltanto tu conosci
il nostro segreto
soltanto tu lo puoi nascondere
noi ti seguiamo...come soldati obbedienti...

Anno...anno...Capitano...
ascoltami….parlami...!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                         Sezione Silloge inedita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Dalla Silloge Vincitrice “Monodía di rosa”

 

“Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose…”
Salvatore Quasimodo

Danzano ancora le tue mani
Marina Pratici – Aulla (MS)

Danzano ancora le tue mani,
come policromo volteggio
d’ombra ballerina in fuga dall’oblio…
Crisalide in garza di ore
per te ero farfalla in gigliato dispiego.
In cornice di finestra,
disegnavo per te il mondo
e tu me lo svelavi in organza di parole.
D’ambra e d’azzurro, di mirto e di magnolia,
i tuoi occhi chiusi – di quale colore?
Ancora mi chiedo…- melodia di speranza
a sfaldare la mia bruma.
Nella tua culla di tenebre,
il disertato palazzo era una reggia in un arazzo,
campanelle di elfo un riecheggio di latta
e la morte di mio padre era solo un viaggio,
in un mare lontano…
Penelope bambina contavo i giorni,
come chicchi nella mano- ancora li conto,
sempre più piano…- le spighe erano sentinelle
nel campo di grano e Crono era un viandante
dalla memoria corta e i sonagli sul pastrano.
E le tue preghiere erano antichi incantesimi,
sillabati in modulo d’adagio,
perché fiorisse l’alba dall’oscuro della notte.
Danzano ancora le tue mani,
fruttata carezza di fresca acqua silenziosa,
nell’espandersi fluido della sera.
Tatuato dal tuo ricordo il mio sentiero- ancora
canta il grillo, alto ora il grano…-
ancorato al tuo ieri questo mio oggi.
Danzano le tue mani,
armonico arpeggio, mistico ormeggio,
andirivieni chiaro di note
in biondeggio d’erbe nuove.

 

 

 Dalla Silloge “Un sangue che ubriaca”


Sere all’osteria
Giancarlo Interlandi –Acitrezza (CT)


E ora si sciolgono
i grumi degli affanni
dentro il sangue
e il cuore batte all’impazzata
lungo le strade più remote
dell’infanzia
Vivere
è questo saper chiudere le palpebre
per spalancarle dopo
nell’abisso
Tutta la nostalgia
è nel sale d’una lacrima
in una macchia di papaveri
sul bianco di tovaglie
E non c’è altro antidoto
alla vita
che un vino che gorgoglia
sulle labbra
che un’ebbrezza di chitarre
dentro l’anima
Come il più naufrago dei naufraghi
a un rosso di coralli
ora m’aggrappo
Ed è poesia il silenzio
di questa frenesia assordante
dentro il sangue
di questa luce gialla di fanali
di queste sere folli all’osteria
E altro non ci rimane allora
che mescolare il vino
con il sale
e naufragare a poco a poco
in questo mare
come una farfalla nelle fiamme
d’un girasole straripante
dentro l’anima.

 

 

 

 


Dalla Silloge “Bisbigliar si conviene”

 

 

La meta
Enzo Ramazzina – Abano Terme

 

Come, sfiorando, stendesi alla piana
l’ombra sovrana della sera, e un vago
lume riluce tremulo sul lago,
dove una vela scivola lontana,


io mi ripago d’una voce interna
che m’affratella a quest’umana schiera.
E mentre imbruna e sfuma la scogliera,
penso che il cielo sopra noi s’eterna.

 

Noi passeremo, ma, profondo e vario
di mutevoli lumi e di procelle,
il cielo resterà col suo scenario

 

a intiepidir le gemme del pianeta
e ad arrosare albèdini novelle:
forse sarà per noi l’ultima meta.

 

 

 

 

 

 

 

Dalla Silloge “Casa di riposo”

Giannicola Ceccarossi – Roma


Quanto tempo mi rimarrà?
Ancora qualche anno
Tra gente estranea
Fantasma tra fantasmi
Ma io aspetto
che giungano notizie
che mi diano una spanna di libertà
Allora sopravviverà
anche la mia memoria
sempre più labile
Ora è sera
Canteranno gli uccelli sul balcone?
Le piante aride e secche
La casa spettro nelle mie mani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla Silloge  “Un passo che conosco”


Il passo del treno
Anna Elisa De Gregorio – Ancona


Cigolano nella calamita dell’incontro
le carrozze del treno, spiegano la fatica
di restare unite, poi quiete, quando la velocità
degrada. Sento nel loro legame una fede d’oro,
un patto bello, che ci salvaguarda dalla morte.

Compagni di viaggio uno accanto all’altro
due ragazzi: casuale vicinanza di sedili, vago
disagio senza sguardi, mai una parola, in mostra
i diversi telefoni e giornali. Scendono invece
alla medesima stazione con un solo bagaglio.

Passano di corsa davanti al finestrino due alberelli
divisi da una casa, come quelli che fanno contorno
a una Madonna di Giovanni Bellini, gemelli
e separati, non possono a vicenda specchiarsi,
fanno solo custodia, leggeri, senza amarsi.

Vorrei degli alberi ripassare le foglie rade
appena trascorse, ma non posso. L’emozione
in una fila di quadri è percorrerli a rovescio
tutti dopo averli guardati nella giusta sequenza,
voltarsi ancora tornando all’uscita, fare riassunto,

e infine l’incanto per un particolare che resterà
il prescelto nel ricordo. Ma non conosco il passo
del treno, verso una sola direzione, obbliga
il futuro, non c’è indietro, ogni dubbio bandito,
resta il trasalire dello sguardo al cambiamento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Sezione Narrativa Adulti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                   
 I classificato

                                                 Il mago di Medina
                                 Daniela Brancaccio – Torre del Greco (NA)

 

Il mare di Otranto, la spiaggia al tramonto. Una persona vestita di bianco, una cicca consumata tra le labbra e in mano un metal detector.

Yuma weh abba weh masechakoom tebeeuni
Canto. Canto sempre quando cerco. Cammino, cerco e canto ... non per forza in quest'ordine.
 Bee-ul bagar wal ranamwal mah lifdeeni bee-ul bagar wal ranam
Cerco su questa spiaggia qualcosa che attiri me e lui (guardando il metal detector).
Yuma weh abba, willaw,jakum  matar philleyl..
Yuma: padre. Da ragazzino avrei voluto conoscere il mio. Poi no. Sono solo curioso di sapere se questa ruga, questa qui ci accomuna.
Lah tichsabu hin hoo re-ood, il dagat galbi sel
Parole che ritornano alla mente. Appartenevano a quella anziana donna yemenita che cantava ed io, che non capivo una parola, la seguivo, voce vicina e poi lontana, tendendo l'orecchio in quel freddo tepore del vicolo.
Medina come Napoli.
Poi ho imparato. Le parole, il senso e i sensi.

Son qui però, sto cercando.
Punta Palascio. Per gli italiani l'Oriente è Otranto.
Ridicoli che siamo!
E le spiagge ... quante ne ho camminate! Il mare le bagna e le assottiglia, le sfrutta e le ama, le divora e le profuma.
Le spiagge, anche le uguali di sabbia e di dune, sono tutte diverse.
Non come le piazze. Le piazze si somigliano. Sarà per quello spazio, anche immenso ma recintato; sarà per le voci che si accavallano, per i passi svelti e i tavolini.
Racconto storie. È vero. Lo sanno tutti qui. Non sono bugie. Cioè lo sono. Ma sono storie. Racconto la mia, quella di un mago, ora incapace di magia e che si accontenta di cercarlo qualche incantesimo, magari sotto la sabbia.
Un tempo è stato un prestigiatore, un mago di piazza, in fuga, come Maometto, a Medina.

ABRACADABRA

Guglielmo è un bambino marrone. Il papà non ce l' ha, dicono che è partito. La mamma si che ce l' ha invece! E' diversa dalle altre, ha un accento delicato, porta bellissimi e lunghi vestiti e quando camminano assieme nelle strade di Lecce tutti la guardano e parlano anche, zitti zitti! Vorrebbero dirle che è meravigliosa ma forse sono troppo timidi.
Guglielmo sa che la mamma viene da molto lontano, da Yathrib... che bella deve essere la città santa... !
Lui, la sua mamma non la vede per giorni interi. Lavora lei e tanto.
Qualche volta parla una stramba lingua che non gli ha mai voluto insegnare e quando c'è, la sera, gli racconta la favola dello zoccoletto d'oro e gli parla di quell'uomo, Maometto, che fuggì; non sa perché ma fuggì proprio a Medina.
Guglielmo ha pochi amici. Sta con i grandi. I grandi della strada, con le sedie fuori davanti alle case quando fa troppo caldo, coi cappelli di paglia stropicciati e i grembiuli a fiori, col pane olio e zucchero e le carte.
Guglielmo è un mago. Un mago vero che fa gli incantesimi perché la mamma ritorni sempre, non come papà.
Un mago che impara alcuni giochi di prestigio da zì Pasquale. Ha anche il cilindro, i soldini... vorrebbe il coniglio, ma forse, c'è da aspettare.

                                                                                   E il mare.

Guglielmo è un ragazzo. Gli hanno detto di un palazzo decrepito e una porticina sempre aperta. Odore di muffa e ventilatore... parete azzurrina e sedie di paglia.
L'amplesso e un odore ancora più acre.
Davanti allo specchio, a casa, il numero delle carte. Quello complicatissimo.

                                                                                  E il cielo.

Yuma weh abba weh masechakoom tebeeuni

Guglielmo è un uomo... e stavolta non ha fatto nessuna magia. Lei è arrivata da sola.
L'ama. Parole, poesia, canzoni gridate alla radio. Essere capelloni non è una scelta, è naturale. Daniela sorride davanti ai suoi trucchi. Lui quando scorge quelli di lei sul viso e non solo di rimmel si tratta.
Ma finisce. Perché l'amore finisce.
Non c'è motivo di restare. Nemmeno mamma è rimasta.
Guglielmo è un uomo. Solo e povero. S'arrangia e lascia che la vita si accomodi.
E il mare e il cielo sono rossi di tramonti neri. Se solo riuscisse a far ricomparire la vita di prima, dal cilindro o da dove!
Ha deciso, va.

                                                                                    MEDINA.

La città santa, la città dalle mille luci. Yathrib, quella che parla una lingua sconosciuta e familiare. Gli odori forti, di pelle e cipolla, di the e mandarino. Preghiere nuove, mercati, folla, gente, le stesse risate, la musica diversamente uguale. E in ogni luogo ricercare tracce di sé, senza trovarle se non per istinto. E ascoltare parole veloci, mangiate, masticate e sputate.
Scrivere, non avendo di che vivere.
Che fare? Inventarsi qualcosa.
La magia... ancora lei.
Artista di strada. Mago di strada.
Nel vicolo risuona... Yumaaaa... di voce anziana.
Occhi incantati di vecchi bambini e ragazzi anziani. Occhi incorniciati di donna a scrutare e cercare l'inganno. Applausi sonanti di monete.

                                                                    A MEDINA E NEL MONDO

Mago. Per anni. E piazze, tutte uguali, nessuna di casa.
Donne, qualcuna, nessuna di anima.
Oggetti spariti e ritrovati, scomparsi nel doppio fondo del cilindro. Una manica di giacca a nascondere segreti.
Basta sparizioni!
La voglia di consolare, di aiutare gli smarriti. La meraviglia del ritrovare. Basta sparire!!!

                                                                               PUNTA PALASCIO

Guglielmo ai sessanta è tornato all'Oriente d'Italia. Stanco di magie ma ancora non di vita. Bianco. Anonimo. Ma solo ad uno sguardo opaco.
E quasi nessuno a credere alle sue storie.
Eppure lui cerca, cammina, canta e cerca
Spera di trovare metallo e passione per una nuova lega.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                              II classificata

Il maestro
Silvana Aurilia - Napoli
IL MAESTRO

“Parole al vento…Parole al vento. Ecco cosa accade con voi cari asini dei miei scolari. Le mie parole non sfiorano neanche minimamente,  non dico le vostre menti ma le vostre orecchie. Parole che dovrebbero infiammare i vostri spiriti, parole che dovrebbero portarvi nell’empireo del sapere, che dovrebbero immortalarvi sull’ altare della cultura e al cospetto di  Clio. Ed invece eccovi! Perduti  in chissà quali ottusi e stupidi pensieri. Ma che dico pensieri! Perduti nel nulla.  Manzi con la sua faccetta da prete con gli occhi rivolti al cielo a sognar le stelle, Romeo con gli occhi chiusi pronto addirittura a ronfare. E che dire del signorino Anselmi che non fa altro che masticare. Cosa? Mi deve dire cosa? Per non parlare del signorino Paoletti che  scarabocchia sul banco, sì sul banco, mentre io mio accingo a condurvi con la luce del mio magistero nell’universo sublime della parola. La parola, l’ unica che ci distingue dal bruto e che ci rende padroni dell’universo. La parola,  miei cari alunni, che  ci spinge ai margini del divino e oltre l’umano.  Allora ascoltatele,   che esse non vadano a disperdersi nel vento vagabondando invano. Predisponete non solo la vostra mente ma anche i vostri cuori ad accoglierle… Anzi, sapete che vi dico, sarà meglio che  chiuda la finestra, prima che  volino via…”
Così il maestro Rossetti iniziava sempre una nuova lezione, fosse stata introdurre una nuova poesia o spiegare i numeri decimali, era sempre la stessa storia. Così nel mio ricordo.  Lo faceva per avere la massima attenzione, assoluta e totale,  degli alunni della terza C della scuola elementare Cuoco, un edificio enorme  ed inospitale che portava ancora i segni dell’ultima guerra. Coloro che dovevano essere immortalati sull’altare della cultura e ardere al fuoco del magistero del maestro Rossetti  eravamo noi, ragazzini tra gli otto e nove anni, che sedevamo rigidi in banchi scomodi,  infreddoliti per i pantaloni cortissimi che si usavano all’epoca anche durante gli inverni più rigidi, tristi e funerei nei grembiuli neri con il fiocco bianco.
Era il primo anno che avevamo il maestro Rossetti, ben noto nella scuola per la sua appassionata oratoria e per i suoi metodi didattici, ma anche per la  severità, anzi per il rigore, con cui trattava i suoi allievi che dovevano, nel secondo ciclo, come egli andava affermando,  dar prova di  “virilità” intellettuale . Per i primi due anni avevamo avuto la maestra Rosa la quale ci aveva condotto con dolcezza  materna alla conquista della lettura e scrittura, di quei simboli indecifrabili che, nonostante le difficoltà dell’utilizzo del pennino e del calamaio e di un metodo lento e analitico, a poco a poco avevano  ci avevano spalancato le porte del mondo del sapere. Il primo anno  con il maestro Rossetti fu il più terribile. Quell’uomo dal piglio severo, che parlava con voce altisonante utilizzando termini e paragoni   a noi completamente sconosciuti  ( solo molto più tardi saprò finalmente chi era la Clio da lui spesso nominata) e che pretendeva  la più completa dedizione allo studio e al sapere dai suoi scolari, fu l’incubo della mia infanzia e, credo, anche dei miei compagni. Come credo di non aver subito peggiore umiliazione durante la mia carriera scolastica,  di quella che subii durante la gara periodica di recitazione di poesia, un’ umiliazione che,  in seguito,   mi tornerà molto salutare. Il maestro, confidando nelle mie capacità, mi affidò T’amo pio bove del Carducci. Tra le risatine dei compagni , dovetti dichiarare  il mio amore per  un pio bove,  il cui vigore non mi effondeva alcuna pace, anzi mi faceva venire solo il nervoso. Ovviamente la mia recitazione fu pessima e scatenò le ire del maestro che cominciò una lunga e ardente filippica,  contro gli scolari che non usavano il cervello ed erano  incapaci di comprendere la bellezza delle parole. “ Lei non sarà mai nessuno, rimarrà per sempre un piccolo uomo   se non impara ad entrare con l’anima in questi versi sublimi e nel loro mistero “. E mi impose di ripetere la poesia ben dieci volte finchè, tra le lacrime, riuscii a dare enfasi alla pazienza di questo animale dal glauco occhio.
Finita la scuola elementare, non pensai più al maestro Rossetti per molti anni. Tutto cambiò. Io, la mia vita e la società. Il mio mondo infantile fu sepolto dai nuovi saperi, dalle parole dei nuovi maestri, ma  anche demolito dal giudizio critico e dal rifiuto  di quel  mondo arcaico. Non pensai più al maestro Rossetti fino a quando non mi telefonò, con  grande sorpresa,  un mio compagno di scuola. Ci misi un po’ di tempo per capire chi fosse. Era Manzi che, veggente il maestro, era divenuto prete e che mi disse che questi era morto il giorno prima alla bella età di novantasei anni ma che essendo solo e senza alcun parente sarebbe stata  caritatevole la presenza di alcuni suoi allievi al funerale.“ Ha dedicato una vita intera al magistero.  Saremo in pochi. Peccato. Non sono riuscito a rintracciare tutti i nostri compagni. Per te è stato facile. Sei un magistrato  famoso. I processi, le indagini…”
Non avevo tempo ma andai lo stesso. Quando arrivai alla chiesa del Manzi dove si officiava il funerale, pensai che avessi sbagliato .Vi era una folla enorme soprattutto di uomini di varia età che avevano saputo, chissà come, della notizia. Molti avevano i capelli bianchi , alcuni erano molto  eleganti, altri sembravano  fanciulli invecchiati. Tutti  però avevano gli occhi lucidi e  si affannavano a riconoscere in quegli uomini segnati dal tempo  i loro vecchi compagni . Anch’io mi gettai nella ricerca e anch’io mi commossi quando riconobbi, in un uomo piuttosto grasso,  il mio compagno Anselmi  o quando mi riconobbe il Paoletti che mi disse poi di essere diventato buon falegname e che mi diede però anche notizia di qualcuno che non c’era più.                                                                 
Eravamo tutti lì ad onorare il nostro maestro. I suoi allievi, le generazioni che si erano succedute durante i  suoi quaranta e più  anni di servizio, erano presenti per l’ultimo saluto. Un saluto commosso che fu tutto in quella frase pronunciata dal Manzi nell’omelia “ Maestro, le tue parole nel vento sono giunte non solo alle nostre menti ma anche ai nostri cuori”.
D’allora penso sempre a lui. Quando scrivo una sentenza. Quando i miei nipoti mi chiedono cosa significhi quella parola. Quando leggo una bella pagina. Quando ascolto frasi giuste. E quando sono in un’aula, ben diversa da quella della mia infanzia, dinanzi ad alunni frettolosi e distratti, pronto ad elargire parole, mi viene sempre la voglia di chiudere la finestra prima che volino via nel vento.

 


                

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                          III classificato
                                                        Le imposte chiuse
                                                                                                             
                                                            Santino Mirabella - Catania


Anche lui aveva fatto la guerra, ma la aveva fatta sotto gli scantinati della sua casa di campagna, mentre la mamma piangeva per l’altro figlio sperso chissà dove ed il papà imprecava quanto se non più delle bombe; anche lui aveva conosciuto la morte, dei suoi amici, di suo zio; anche lui aveva conosciuto l’angoscia delle sirene, l’angoscia delle deflagrazioni, sempre troppo vicine per essere estranee, anche quando non ti colpivano.
E la casa era veramente stata colpita, per questo erano andati via, in campagna.
Campagna, poi…..difficile da definire veramente campagna; nove chilometri più a nord, ma nove chilometri di relativa tranquillità, se la parola stessa avesse avuto ancora un senso negli occhi e nel cuore di tutti.
Gli aerei erano passati anche sopra le loro teste, ma risparmiavano le bombe per altri civili, più colpevoli, o meno innocenti, agli occhi dei distruttori; chiusi nei loro rifugi,  protetti dalle mura, riuscivano a sentirsi più sicuri.
Mentre stavano giù non si parlavano nemmeno; riusciva a sentire le preghiere della mamma, sussurrate, per i presenti e per gli assenti, per attenuare, e dimenticare, il mondo fuori.
Una volta gli aerei erano passati mentre era uscito; appoggiato al primo portone che aveva raggiunto, le lacrime chiamavano la sua casa, il suo guscio.
Arrivato dentro, respirava a fatica, appoggiandosi al muro, che lo sosteneva sul palmo.
Era nato il 29 febbraio, e come il suo giorno si sentiva un mistero, un intruso, qualcosa di misterioso che sbucava fuori improvvisamente, per aggiustare ma anche per correggere, per correggere il tempo ed i suoi misteri, il mondo e la sua sbagliata precisione, i calcoli ed i loro errori.
Da piccolo aveva festeggiato solo due volte il compleanno, nell’incertezza se riferirsi al mese o alla scansione temporale, nell’incertezza tra l’esistenza di qualcosa di positivo – che doveva pur esserci – e la mancanza di prove in tal senso.
In qualche modo era finita, sì, era finita la guerra, era finita l’angoscia; ma la ricostruzione non aveva una sua autonomia: lenta ed impacciata, la vita riprendeva più per inerzia che per slancio.
Il ritorno di suo fratello, però, aveva chiuso il cerchio e, persi ‘solo’ alcuni anni di vita e secoli di innocenza, si poteva ricominciare.
Grazie a Dio, al quale la mamma non mancava di accendere ceri su ceri, la situazione economica non era stata distrutta dalla guerra: il papà era commerciante di formaggi ed era riuscito a tenere in piedi tutti i legami indispensabili per non tagliare i ponti con i fornitori e con i clienti.
Una casa persa non comportava la tragedia come per tante altre famiglie, prive di riferimenti, e tutti si erano ormai installati nella casa di campagna, che li aveva protetti come un’ostrica; la ‘vera’ casa, quella da sognare anche negli ultimi giorni per poter dire, tra sé e sé: sono a casa mia!
Cominciò pian piano ad aderire alla propria casa come una lumaca, sgusciandovi dentro con la stessa sensazione di sicurezza e protezione; a volte addirittura durante il giorno preferiva chiudere le imposte, cullandosi nella luce artificiale che più sentiva sua del sole.
Pian piano, i genitori invecchiavano, il fratello, fresco sposo, partì per il nord e la pace li divise più della guerra.
Lui iniziò a curarsi personalmente delle strutture, con la perizia del chirurgo accudiva qualche crepa, qualche increspatura.
Un giorno aveva visto che lo stipite della finestra si stava staccando dalla parete, provandone quasi un dolore fisico, una ansia che non riusciva a mascherare; e proprio con il fiatone aveva subito riparato il guaio, non dormendo per tutta la notte, martellando e martellando.
La casa era già vecchia, e quando una grondaia cedette, lui uscì, in pieno temporale, per rimediare immediatamente, senza aspettare che scampasse, senza curarsi della sua cronica tosse.
Rimase a guardare il lavoro finito con l’orgoglio dell’artigiano e l’amore del padre, o del figlio.
Divenne, via via,  effettivamente esperto; una volta riuscì a riparare da solo anche le tubature intasate, sotto gli occhi – incerti tra l’ammirazione e la perplessità – della madre, che da quando era diventata vedova combatteva con la voglia di allontanarlo o di stringerlo definitivamente.
A volte lui rimaneva al buio dentro il suo letto, con le imposte serrate, sotto le coperte, con il rumore dalla strada che man mano lievitava, con le macchine che negli anni divenivano protagoniste sonore anche delle sue notti; ma anche questo affrontò, raddoppiando i vetri ed insonorizzandosi al mondo.
Il mondo…chi lo aveva mai capito?
Tutto quello che era successo, tutto quello che succedeva e sarebbe successo ancora; chi lo capiva?
Chi capiva gli altri, chi capiva le cose?
Ben presto, capì – almeno quello – che tra vivere e capire correva il fiume in piena; ma ritenne di poter permettersi di rimanere parallelo a sé stesso.
Una conquista per chi ci arriva, una saponetta per chi vuol solo ricordare.
Spesso, quando sua mamma dormiva, stava in silenzio a respirare i rumori  silenziosi della sua casa; sentiva qualche tic di cui riconosceva subito l’origine, anzi lo interpretava, lo considerava per quel che riteneva fosse; altre volte un tac lo preoccupava, e si recava a girare qualche maniglia, ad avvitare qualche vite.
E parlava continuamente, commentando, anche scherzando, con la compagna che prendeva per mano, aggrappandosi alle maniglie.
Ancora usciva, qualche volta, ma per ritornare, per scappare.
Non era mai stato malinconico, da bambino; quelle bombe che sentiva attutite dallo scantinato gli ricordavano un ritmo che sentiva dalla radio di papà, quando poteva accenderla, quando era stato bravo.
Ora quel suono gli ritornava nel cervello, ma con un ritmo blues che pretendeva di essere seguito e non scelto o dominato.
Iniziò senza rinuncia, ma per convinzione, ad avvolgersi sempre più; con la rendita della mamma, che da tanti anni ormai lo aveva lasciato, continuava a riparare l’intonaco, a lucidare le mattonelle, a sistemare col cemento gli scalini che gli si grattugiavano sotto i piedi.
Le imposte sempre chiuse, chiuse al sole ed agli estranei, categoria che ingrossava ogni giorno, ogni mese, ogni anno.
La sua vita era divenuta parte integrante della vita della sua casa; e viceversa.
Una scelta acquisita,  quasi incosciente, che mai lo aveva inquietato.
Aveva scoperto tante meraviglie nascoste a tutti gli altri, si vedeva tra esse, non poteva ritrovarsi altrove.
Parlava, parlava sempre, sapendo di essere sentito, conscio di ricevere risposte.

Da tanti anni la casa è ormai chiusa; lontanissimi eredi non l’hanno nemmeno vista, forse un giorno si metteranno d’accordo.
Nessuno ha più visto il vecchio ragazzo che la abitava, che la viveva: da un giorno all’altro nessuno ne seppe più niente; eppure la casa ancora parla, e qualcuno, evidentemente, deve pur stare a sentirla.
Avete mai visto una casa parlare da sola?

 


                                                          Un’overdose di sogni
                                                         Mario Trapletti - Roma
 
La radio mi schiaffeggia le orecchie con le notizie del Gierre. Il mondo filtrato dai transistor della radiolina. Chi li usa più questi termini… Oggi, tutto è digitale.
Come tutte le mattine, mi alzo prostrato. Il mio corpo fisico la notte giace sul materasso, mentre quello astrale viaggia. Non negli spazi siderali, ma per le vie della città.
Raccatta i sogni abbandonati dalla gente: recisi, con le gambe spezzate, muoiono d’inedia, di stenti. Ma anche di noia, di tedio. Sfrattati, senza più vitto né alloggio.
Li raccolgo, li accarezzo, gli ridò un po’ di calore, d’animo. Li trasferisco in un grande recinto, una sorta di canile, dove vengono custoditi ognuno nella sua cella. Li alimento nella speranza che i padroni se li vengano a riprendere. Cosa che non avviene mai.
Quando cominciano ad illanguidire non ho il coraggio di lasciarli morire di stenti: li spengo nell’eterno Nulla con tutta la dolcezza possibile. Li raccolgo in una stanza foderata di morbide sete dai colori malinconicamente ipnotici. Li metto comodi, rilassati; gli leggo versi dei grandi romantici. Abbasso via via la temperatura, fino a farli morire di una morte dolcissima, in un gelo quasi polare. Non soffrono.
I primi tempi me li portavo a casa, li accudivo, li mantenevo vivi. Poi scoprii che litigavano tra di loro, entravano in competizione. Non vivevo più, del tutto assorbito dalla cura dei sogni.
I vicini di casa erano disturbati dalle liti dei sogni, dalla loro presenza ovunque, giorno e notte: i sogni non dormono mai.
Nelle nostre abitazioni vive tanta gente che i propri sogni li ha visti - spesso li ha lasciati – morire. Vedere e sentire baccagliare i sogni degli altri può fare un brutto effetto: deprime e irrita.
I peggio, però, sono quelli che sogni non ne hanno avuti mai: vedono quelli degli altri e sono diffidenti. Si spaventano, non sanno di cosa si tratta:
vorrebbero tenerli lontani, anche dai loro figli, perché li intuiscono pericolosi.
Furono loro a suggerirmi di raccoglierli tutti in un sognile in campagna. “Forse all’aria aperta, con tanto spazio a disposizione, staranno più cheti, si sentiranno meno prigionieri che in un appartamento di città.”
Quando vidi che crescevano troppo (ne trovavo in continuazione, ogni notte di più; non tenevo più dietro a congelarli) allora passai all’azione. Contattai alcuni amici insegnanti e organizzi delle visite guidate per le scolaresche: “Alla ricerca del sogno perduto!”. Per molti bambini e ragazzi si trattò quasi di uno shock, non capivano di cosa si trattasse: mai sentito parlare, mai visti. Quasi avevano paura: perché, se erano tanto affascinanti come io dicevo, la televisione non se ne occupava? Erano diffidenti, disinteressati. Del resto, i loro genitori avevano posto il veto: non portare a casa niente di quello che avrebbero trovato da quel matto (io).
Tentai di farmi conoscere in Internet: riuscii a farmi allestire un bel sito, per pochi soldi, da un amico al quale avevo ripulito la soffitta da una nutrita schiera di sogni stratificatisi per anni, che ormai diffondevano solo odore di polveroso stantio. Ne cavai il classico ragno dal buco. I giovani nella Rete ci vivono, ma sono troppo impegnati a macinare il presente.
Gli adulti? Troppo presi dalla moltiplicazione e conservazione dei loro possessi.
Gli anziani? Troppo divorati dalla tristezza per l’imminente abbandono dei loro pur rinsecchiti averi.
Nessuno voleva i miei sogni. Ero alla saturazione: il sognile straripava di languide parvenze; la notte ne raccoglievo sempre più (i periodi di crisi moltiplicano i sogni). Il giorno, mi sfinivo per congelarne quanti più potevo nel modo meno traumatico possibile.
Finanze allo stremo.
Fu il vocabolo ‘saturazione’ a suggerirmi la soluzione finale: un’overdose di sogni.

 

Dal ‘Corriere del Nord’

LEGOPOLI, 14.02.10.


ASFISSIATO DAI SOGNI.

Carbonizzato in un casale fatiscente. Così è stato ritrovato ieri notte Gigio Diotallevi, spretato e senza fissa dimora. Passava le notti a rastrellare le vie cittadine alla ricerca di tagliandi e schedine di ogni genere di concorso e lotteria. Ne aveva accumulati a migliaia. Li teneva nel casale diroccato, fuori città, dove si era accampato, suddivisi per tipologia, anno, mese. Le scatole di legno che li contenevano, stracolme, stipavano fino al soffitto uno stanzone del rudere, come hanno riferito i volontari della Caritas.
Uno di loro ci ha raccontato che per Gigio quei fogli di carta erano i sogni abbandonati dalla gente. Sperava che i proprietari se li venissero a riprendere. Quello era il suo personale sogno.
Un giorno, continua il volontario, gli ha mostrato, in uno scantinato, un grosso congelatore fuori uso, pieno di foglietti e cartoncini: qui, gli ha spiegato, lui praticava l’eutanasia ai sogni più vecchi, quelli che ormai più nessuno avrebbe reclamato. Li congelava per sempre.
Voleva cedere almeno parte di quel sognile, come lui lo chiamava, perché non c’era più spazio; ma l’asta su e.bay era andata deserta.
Era molto depresso negli ultimi giorni e parlava di overdose di sogni.
L’autopsia ha confermato la morte per le esalazioni provocate dall’incendio del cascinale.
All’interno del congelatore sono stati recuperati un vecchissimo transistor Sony TR-610 e una scatola metallica sigillata con abbondanti giri di nastro adesivo. Dalle prime indiscrezioni, conteneva un manoscritto dello stesso Diotallevi, ora al vaglio degli inquirenti.

 

 

 

 

 


"Non puoi attraversare l'oceano
stando in piedi ad osservare l'acqua"
(R. Tagore)
                                                           La voce della Terra
Maria Serena Campanalunga – Trani (BA)

 

Chissà se ogni essere umano è intimamente legato a Colei che ha ospitato tutta la nostra esistenza. Arcano disegno nell'arco di tre stagioni, ne sono stato il privilegiato testimone.
Eva mi aveva lasciato. Il parco che aveva accolto le nostre effusioni splendeva d'incanto primaverile, infondendo suoni e colori, mutevoli e vivaci.
"Dovresti essere al colmo dell'ispirazione!" sanciva la mia coscienza, beffarda.
I fogli del notes emulavano nel pallore una bimba intenta ad osservare un roseto.
"Che persona attenta! Non te n'eri accorto, vero? " dichiarò la solita voce impertinente.
Accesi una sigaretta di infima marca. Due amare boccate e la gettai a terra frustrato. Allora la bimba s'avvicinò. Indossava una veste chiara demodé; i capelli, lunghi trucioli scarlatti, accesi come effimeri incendi. Sembrava un dipinto di Renoir. - Ti sei persa? - chiesi.
Lei fissò il mozzicone, puntandomi gli occhietti blu offesi. - No! - ribadì con prontezza, - Scrivi? La sua perspicacia mi zittì. Avevo il notes e la penna in mano ma potevano servire a mille cose. - Mi chiamo Gaia. - riprese, sorridendo - Sono felice, perché sono uscita per la prima volta! Mi strinse la mano. Quel suo sguardo sereno di puro cielo, provocò in me affetto e smarrimento. "Voglia di paternità?" Affermò il mio ego, ironico. "Eva, non ti sposerà mai!"
Allentai la stretta. Gaia mi fissò dispiaciuta. Temendo d'averla offesa, le carezzai la testa.
Senza troppi complimenti la folata marzolina spogliò il roseto. Nel volto della bambina lessi inquietudine. 1 petali erano stretti da un nugolo d'immondizia. Reo involontario? Il cestino della spazzatura, ribaltato da qualche balordo. Un rintocco di campane annunziò mezzodì.
- Devo andare! - esclamò d'improvviso, - Un giorno scriverai la tua storia!
Mese dopo mese, lavoretti precari garantivano l'invio di manoscritti a qualche editore. Invano. Nell'imminenza dell'estate, le tinte del parco vibravano calde note. La sua assenza era una attesa che faceva le mie mani troppo deboli e tristi per scrivere una storia. Presi a scribacchiare due lettere: "G", "A"...

Un'ombra riflessa a terra, mano a mano più estesa, invase l'intera facciata bianca. Sollevai il capo. Era una bella adolescente. I suoi tratti ricordavano qualcosa di vago. Intimamente affermai che non poteva essere vero. La ragazza sorrise apertamente.
Ciao, Signore! - ironizzò allegra, - Ti ricordi di me?
- Gaia!? - esclamai stupito, - Sei cresciuta! Quanto tempo è passato?
Il tempo passa in fretta... - affermò, dolce.
Negli occhi la stessa vivacità bambina, ma una nuova luce sensuale li accendeva. Ne fui soggiogato. Il suo tono inquisitore mi risvegliò dal sogno rosa. - Hai scritto la storia?
- Ah, no! - negai confuso, - Inaffidabile, eh? - E proruppi in una risatina nervosa.
Gaia mi guardò comprensiva. La veste floreale disegnava con precisione le linee acerbe. Due note stonate in quel insieme di grazia: macchie sull'abito e capelli arruffati.
- Pensavo me la dedicassi! - asserì malinconica, - Se ancora t'ispiro qualcosa...
Non potevo negarlo. Malgrado suscitasse in me estro creativo qualcosa la respingeva...
- Che caldo! - un ronzio di cicale mi fece eco, - Vuoi una bibita?
Lei annuì, affatto diffidente per l'invito di uno sconosciuto. A pochi passi dal distributore automatico un'aiuola affogava d'immondizia, i fiori vizzi ormai vinti. Gaia ebbe un capogiro.
- Vado subito! - affermai preoccupato, guidandola sottobraccio verso una panchina, - Aspettami qui, OK? Non aspettò. Una coltellata non mi avrebbe fatto sanguinare di più il cuore!
Gaia era sparita. Eppure tutto mi riportava a lei. Foglie morte che crepitavano sotto i miei passi. E l'autunno, dai toni nostalgici, così simili al mio animo!
"Innamorato? " canzonava il mio ego, mordace.
Forse lo ero. Questo status mi causava uno sconforto indicibile. Solo un'anima in comunione reciproca, avrebbe scosso la mia inventiva, sopita in un oscuro limbo!
Strinsi gli occhi umidi, al sole accecante del meriggio. D'improvviso, tutto intorno assunse una gradazione magica, i contorni dileguavano come velati da mano di pittore.
Interamente investita dal fulgore crepuscolare, una donna matura e slanciata avanzava nel viale. L'incedere
sicuro. la chioma scarlatta, diedero vita ad un'ipotesi inquietante: Gaia era tornata. Chinai la testa, reprimendo l'emozione, ma tutto gridava in me: "Sei tu!? Perché eri scappata?',
Il sole stemperava in ritocchi cremisi e indaco, i profili degli alberi frastagliavano quello fondo. Gaia sorrise, porgendomi la mano. Confuso, appallottolai l'involucro del misero pranzo, puntando a vuoto un albero. Lei rabbrividì. Abbassò gli occhi e iniziò a piangere. Mi accorsi di quanto soffrisse dai cerchi bluastri, che ombreggiavano il contorno occhi. I capelli erano opachi , l'abito logoro. Cosa le era accaduto?
- Non sopravvivrò a lungo... - esordì senza mezzi preamboli.
Cos' hai, Gaia? Se sei malata, ci sarà un rimedio!
- Non c'è rimedio all'indifferenza... - affermò mesta.
Sei l'unica capace di suscitarmi emozioni! Come potrei essere indifferente?
- Sono la VOCE di qualcosa che sta scomparendo poco a poco, e che dovrebbe essere eterna. Sono la SUA VOCE, disperata, vera! - urlò in lacrime, - Solo quando credevi di avermi perduta, ti sei accorto del mio valore! Quale destino m'attende, se ogni sforzo per sopravvivere è vinto dall'indifferenza? D'impeto l'abbracciai, serrando le braccia simili a rami di alberi spogli, che attendono sfiniti la morsa del gelido inverno. 1 suoi occhi parvero in un istante, riflettere l'azzurro terso di cieli sconfinati ed ogni meraviglia nascosta dagli abissi oceanici. Calde note di profumi che lei emanava inebriavano. Assaporai la dolcezza delle labbra delicate. Racchiudevano il gusto di ricordi lontani e luoghi sconosciuti. Miele d'alveare, raccolto da bambino e frutti esotici, a me ignoti. Nell'estasi della scoperta, spazio e tempo s'annullarono.
- Gaia, mi prenderò cura di te... - promisi con voce rotta, - Per sempre!
Il cielo d'improvviso rabbuiò sotto un sipario di nubi cupe. Tra il sibilare furioso del vento, una danza di foglie ci avvolse. Gaia sorrise. Poi svanì lieve nell'aria senza far rumore, così come apparve.
Il mio taccuino si aprì al refolo vespertino come un ventaglio di fogli bianchi. Ogni pagina narrava la nostra storia. Sopraffatto dall'emozione lessi la dedica. Una sola parola, sussurrata dalla sua voce prima di scomparire: "GRAZIE... ".

 


                                                                                                                            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                                     I classificato

                                                                  

                                                                     Morte di un colibrì
                                              Gian Maria Rainieri- Piedimonte Matese (CE)

A Nino non sembra reale. Dopo 2 anni è tornato su un campo di calcio e riesce ad allenarsi quasi costantemente da più di un mese. Oggi è la prima partita del campionato. La fibrillazione del pre-gara su quel campo di provincia per lui è qualcosa di più. È la conferma di essere ancora vivo, di non doversi trascinare su una sedia a rotelle come pronosticato da uno dei suoi dottori. Gli immunosoppressori usati per l'artrite psoriasica sono un ricordo lontano cinque mesi, le pomate cortisone sono ben riposte nella valigetta. Nino deve tornare a giocare e per lui vai bene la pena avere placche bianche e pruriginose sul cuoio capelluto e su quel dannato piede destro ancora un po' gonfio di liquido edematoso. Sembra che il cortisone gli aumenti il liquido e di conseguenza il dolore che lo porta ad immobilizzarsi, a fare dello strumento di cammino una zattera da trascinare su terra ferma. Quel maledetto piede riesce però a fare ancora prodezze degne del suo idolo. E continua anche a farlo impazzire quasi ogni volta che toglie il calzino. Eczema da contatto con kelmer psoriasico. È il nome della causa di quell'irrefrenabile, impulsivo, immenso ed inarrestabile gesto che lo porta ad affondare le unghie nella carne, a grattar via quel prurito, a scalpellare la pelle finché gocce di sangue e liquido giallo non imbrattano i polpastrelli e il dolore di solchi incisi da artigli scacciano via il prurito. È così, ogni volta, dopo ogni minima passeggiata, dopo ogni casuale risveglio dell'ipoderma che fa stridere l'epidermide. Eppure non c'è tempo per pensarci. È un sacrificio quotidiano che vale la pena compiere. È in ballo la ricerca dell'essere, di quel talento di gambe e polmoni invidiate da tutte le squadre che incontrava nelle giovanili, pochi anni prima, quando si era guadagnato il soprannome di "piuma d'oro".
L'incontro inizia e l'ansia da prestazione si trasforma presto in un agonismo che lo porta a ringhiare su ogni polpaccio, a correre fino a sentir spanciare i polmoni, a ricercare un pallone per riafferrare il proprio ego. Al trentesimo del secondo tempo il piede torna a dolergli ma come nei migliori sogni di un calciatore il pallone scende
proprio lì, tra lui ed il portiere. Nessuno più tra loro. E non basta la tensione del nervo, un dolore infiammante, a fermarlo dal buttarla dentro. Gli applausi sono tornati. E la festa per la vittoria mentre la squadra si dirige negli spogliatoi gli ha ridato quel sorriso senza che sia più colmo di malinconia. Cori, pacche sulle spalle, buffetti sul viso e sorrisi di complimento sono per Nino. Abbracci, calorosi abbracci sono solo per lui.
Poi c'è il momento della doccia. Le scarpe devono andar via per far posto all'infradito. È così che, nel togliere la scarpa destra, suola e lacci della vittoria lasciano il posto ad una striscia di sangue giallognolo sul calzino. Giunge dunque uno di quegli attimi cortissimi ed interminabili in cui la mente si perde in efferate contraddizioni da dover risolvere il prima possibile. "Rimetto subito le scarpe e niente doccia o affronto il mondo coi miei difetti T' è la domanda del suo inconscio. In quel momento si sentiva forte, ritrovato. E il gesto è netto. Via il calzino. E dritto verso la doccia. Di corsa perché la decisione è stata presa ma il peso degli occhi dei compagni è incombente e pesantissimo. Sa che l'aspetta al varco ma è ancora l'inconscio a voler posticipare il più possibile il carico di quel macigno. La doccia è breve ma quando si rigira per tornare all'asciugacapelli sente l'universo che guarda i suoi passi. Le grida dello spogliatoio festante non sono abbastanza rumorose da nascondere i bisbigli dei più attenti: i compagni che devono ancora fare la doccia e contendersi uno di quegli scompartimenti. Le croste sono troppo evidenti ed ora che il calzino non c'è anche caviglia e polpacci non hanno più nascondiglio per le loro chiazze. Uno dei compagni che sta rivestendosi accanto a lui lo tira per la mano come per farlo girare e nell'ingenua e troppo esplicita ignoranza gli si rivolge con un «che cazzo hai?». «Niente» risponde Nino, come a volersi nascondere nella condensa del vapore. «Non è infettivo, non ti preoccupare». Intanto l'unico scompartimento libero e ora quello in cui è stato Nino e l'ultimo compagno che deve lavarsi resta a cercare qualcosa che non c'è e non vuole nel suo borsone finché un altro calciatore non termina il proprio turno. Ancora un minuto e mentre si asciuga
gli si avvicina il suo allenatore per fargli i complimenti. Non gli chiede nulla della sua psoriasi e del suo zoppicare dovuto all'artrite, il coach sa. Eppure quel rimbalzare di occhi su e giù, dal capo ai piedi, a voler radiografare senza disturbare sono per Nino come una lama che gli scuoia ripetutamente l'anima e piano estrae le viscere della voglia di ricominciare, per l'ennesima volta. Ben presto, troppo presto, sente l'intestino scomparire per lasciar posto ad un vuoto rimbombante.
Il saluto dei compagni, è di molte pacche sulle spalle, poche e schive strette di mano. Il corto cammino che lo separa da casa è, invece, un continuo frustare di pensieri e domande sul perché dovesse sentirsi così diverso, lui che si sentiva,che sforzava in tutti i modi di sentirsi uguale agli altri. Ed ancora, inconsciamente, nei suoi passi, continua a chiedersi da cosa dipendesse che la psoriasi porta ad un invecchiamento precoce di alcune cellule facendo in modo che queste, da una vita media di ventotto giorni passino ad una di circa cinque giorni. Un tempo infinito se confrontato con uno sguardo, un gesto, una parola, che riescono invece ad ammazzare l'anima di un uomo dalla vita media di ottant'anni nell'istante di un battito d'ali di un colibrì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Albo d’oro del Premio Napoli Cultural Classic

vincitori edizione 2006

Poesia Adulti                                   Mina Antonelli
Poesia giovani                                     Laura Bossi
Narrativa Adulti                               Silvana Aurilia
Narrativa Giovani                        M.Laura Di Caprio

vincitori edizione 2007

Poesia Adulti                              Salvatore Cangiani
Poesia giovani                                    Anna Busetto          
Narrativa Adulti                                  Arrigo Filippi
Narrativa Giov.                           Annalisa Iagnemma

Vincitori edizione 2008

Poesia Adulti                                      Giovanni Caso
Poesia Giovani                                 Vanina Zaccaria
Narrativa Adulti                                  Alberto Caputi     
Narrativa Giovani                              Francesca Ceci
Poesia Lingua Straniera                  V.V. Krushynska

Vincitori edizione 2009

Poesia Adulti                                  Umberto Vicaretti
Poesia Giovani                                     Katia De Luca
Narrativa Adulti                                 Martino Sgobba
Narrativa Giovani                                  Diana Cariani
Poesia Lingua Straniera                Salvatore D'Aprano
Silloge                                             Carmen De Mola

Vincitori edizione 2010

Poesia Adulti                               Pasquale Balestriere
Poesia Giovani                                       Giulio Liguori
Poesia a valore religioso                       Elisa Dall'Aglio
Poesia Lingua Straniera         Regina C. Pereira da Silva
Silloge                                                  Marina Pratici
Narrativa Adulti                             Daniela Brancaccio
Narrativa Giovani                           Gian Maria Rainieri

Vincitori assoluti
2006    Silvana Aurilia
2007    Salvatore Cangiani
2008    Alberto Caputi
2009    Umberto Vicaretti
INDICE
Prefazione.........................................................................................................................
Sezione Poesia Adulti.......................................................................................................
Il viaggio, Pasquale Balestriere........................................................................................
Bandiere d’ombra, Floredana De Felicibus.....................................................................
A un tavolino zoppo del Caffè, Marcello De Santis.........................................................
Così conto i giorni, Pietro Catalano................................................................................
Il vecchio, Lorenzo Cerciello...........................................................................................
Scoglitti, Carmelo Consoli...............................................................................................
Alza la voce, Mario Fiorillo.............................................................................................
...e torno a te..., Rosa Spera.............................................................................................
Torna sempre l’onda, Lenio Vallati................................................................................
Tu sai dove il cosmo si fa luce, Grazia Di Lisio..............................................................
Sezione Poesia Giovani......................................................................................................
Poesia per Alda Merini, Giulio Liguori ………………………………………………. 
Senza titolo, Simone Magli………………………………………………………………
In itinere, Raffaele Liguoro ……………………………………………………………..
Uomini, Ignazio Spadaio………………………………………………………………..
La bellezza, Francesca Palladino………………………………………………………
Sezione Poesia a Valore Religioso…………………………………………………….
Fatima – Maria. Andata e ritorno, Elisa Dall’Aglio…………………………………..
Pasqua a Damasco, Anna Maria D’Amato…………………………………………….
Cerco talvolta nel pulsare appena, Carla Baroni………………………………………
Monologhi delle tre croci, Franco Casadei…………………………………………….
Padre di pane e di luce, Giovanni Caso……………………………………………….
Caro Dio, Caterina Branda ……………………………………………………………
Ricordi di Maggio, Carmelina Giancola ………………………………………………
Sezione Poesia in Lingua Straniera……………………………………………………
Ela, Regina Célia Pereira da Silva ……………………………………………………..
Take in your hand my smile, Giorgia Spurio ………………………………………….
Pak durim, Irma Kurti………………………………………………………………….
Decadence, Salvatore d’Aprano ………………………………………………………
Vreau partea mea de Dumnezeu, Cati Caranfil………………………………………...
The path, Natalia Giberti………………………………………………………………..
Year year my captain!, Rosa Mondio…………………………………………………..
Sezione Silloge…………………………………………………………………………..
Danzano ancora le tue mani, Marina Pratici…………………………………………………………
Sere all’osteria, Giancarlo Interlandi…………………………………………………….
La meta, Enzo Ramazzina………………………………………………………………..
Quanto tempo mi rimarrà, Giannicola Ceccarossi……………………………………..
Il passo del treno,Anna Elisa De Gregorio……………………………………………….
Sezione Narrativa Adulti………………………………………………………………….
Il mago di Medina, Daniela Brancaccio…………………………………………………. 
Il maestro, Silvana Aurilia……………………………………………………………….
Le imposte chiuse, Santino Mirabella……………………………………………………
Un’overdose di sogni, Mario Trapletti ………………………………………………….
La voce della Terra, Maria Serena Campanalunga ……………………………………………..
Sezione Narrativa Giovani………………………………………………………………..
Morte di un colibrì, Gian Maria Rainieri……………………………………………………
Albo d’Oro del Premio Napoli Cultural Classic………………………………………….
              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                 

 

 

 

 

 

 

 

 

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