Silloge Vincitrice 2010 settembre 17, 2010 \\

Marina Pratici

 

 

 

 

 

MONODÍA DI ROSA

“Des fleurs se pâment dans un coin…"

 


Premio Internazionale di Poesia e Narrativa

Napoli Cultural Classic 2010

Silloge Vincitrice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                              E così, mia rosa,
                                                                            scrivo quel che mi attraversa…
                                                                                                  Nazim Hikmet


                                                                     A Laura e a Dino, le prime rose

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Prefazione

“Come vorrei essere una rosa…” è il verso in cui, nel mentre mi  inoltravo nella lettura della silloge, ero certa mi sarei imbattuta prima o poi.
Scegliere un fiore tra tanti e spargerne l’essenza tra i versi lascia presupporre un’ammirazione infinita e un intimo, segreto desiderio di identificazione.
Mi piace pensare che sulla scelta abbia inciso la suggestiva simbologia che adagia la rosa in una culla di profonda spiritualità e le attribuisce una gamma di significati correlati alle fasi del suo percorso di vita,  dallo stagliarsi del bocciolo nell’incipiente aria del mattino allo schiudersi, dapprima timido e riservato, dei petali, poi sempre più deciso e prepotente, fino allo sfarfallio della corolla nell’involuto declino del giorno.
Come un’ape il verso s’appressa al cuore prezioso della rosa , avanza e raccoglie quanto il fiore è ben lieto di donare e l’incontro del ricevere con l’offrire  diviene sigillo di un patto d’amore. 
“E così, mia rosa, scrivo quel che mi attraversa…” suggerisce Hikmet con  versi che, pur monchi del contesto originale, nulla perdono del loro valore intrinseco .
E la poetessa scrive, ponendo in fila i passi tra vicoli tiepidi di muschi antichi per addentrarsi lì: dove lo struggimento è perenne inquietudine ; tra ballerine in attesa e lacrime che danzano in armonico adagio su spartito di ricordi; nella stazione dove, atroce, sferraglia il treno dell’Ultima Fermata; in una culla vuota che profuma  d’intenso d’immenso…
Come petali i giorni si staccano dal calendario e si rincorrono i mesi tra le rose di seta  di    Novembre   e le note di maggio per approdare a una primavera immensa di mandorli e ciliegi, a un dilagare, biondo e selvaggio dell’estate.
Indugia la vita con il suo carico di ricordi, attese e ritorni tra versi in leggiadria di petali e volteggi di passi su un prezioso tessuto espressivo.
Certo la poetessa avrebbe voluto sempre di rosa investire il suo canto di vita, ma il verso scivola in agonia di crepuscolo, in silenzi di vermiglio e sfuma nel nero perché non sempre fiorisce l’alba dall’oscuro della notte ; gli orrori e i dolori più amari, le ingiustizie più atroci macchiano di nubi  il cielo delle rose a cui non è dato respirare se non lo stesso respiro  degli uomini. 


                                                                                                   Anna Bruno

 

 

 

 

 

 

 

 

 “Comprendi i miei sogni, o amato,
come rose non fanno
che desiderarti eternamente…”
                                                                             Selma Meerbaum- Eisinger


SEHNSUCHT

Nostalgia, nostalgia disarmante,
d’istanti rubati
fissati nel tempo
come farfalle immolate.

Desiderio, desiderio assordante,
di mani ormai note
di occhi che stringono
che non lasciano andare.

Sehnsucht,
è il nome di un uomo
che ti porti dentro,
che non puoi pronunciare
(mi faccio conchiglia, tu sei eco di mare…).

Sehnsucht
è un poco sfumare,
impossibile avere
persuasione d’amare.

 

 


                                                                       

 

 

 

 

 

 

 

                                                              “La rosa bianca, sola in una coppa
                                                                    di vetro, nel silenzio si disfoglia…”
                                                                                                      Ada Negri

 


NOVEMBRE
(S’aggrappa il cuore)

Si dissangua, il cielo,
in sottile
piovere e piovere
ritmato.
Affoga in se stesso,
il fiume,
ieri pulsare lieve in sincronia col tuo polso amato.
Cerca pertugi
il mio pensiero,
sottobosco dell’anima che ingannevolmente si cheta.
Ansia letargica
nell’incavo di foglie
in agonia
di crepuscolo;
mancherà qualcuno al risveglio
di prugne selvatiche e acidule.
Ha silenzi d’eterno l’elleboro depredato.

Non colgo il bello,
passaggi di nuvole avventuriere a mutar lo sfondo,
di questo strazio lento.      

È davvero Aprile il mese più crudele?
Non forse,
questo ripetersi e ripetersi e ripetersi
di spasmi novembrini?

S’aggrappa il cuore
al mandorlo,
in sogno di primavere bianche.

 

 

 

 

 

 

 

                                          “…E che, se ancor volessi, con la palpebra chiusa,
                                                    il sol potrei vedere e anche la rosa…”
                                                                                                                                                                                                    Anna de Noailles

L’ATTESA

Inganno l’attesa,
cercatrice di conchiglie d’ora tarda,
e l’attesa m’inganna
in filacci di nuvole
a sgranar mosaici
d’azzurro.
S’estenua, il mare,
in formule nuove di ripetersi d’onde.
Immagino il tuo volto,
trattiene la tua fronte canestri di ricordi,
in muto cantico
di rimandi
d’acque chiare.
Tenace, un gabbiano,
consuma il giorno in ricami bianchi.
Allora,
metto in fila i passi
tra vicoli tiepidi
di muschi antichi,
m’assale il salmastro odoroso di vissuto,
non scorda il cuore
la rotta dolce
dei Soli del Sud.

Gocciola un geranio,
baluardo di corallo in declinare d’ombra,
silenzi di vermiglio
e promesse di rugiada.

 

 

 

 

 

 

 

 

“Sempre la rosa sempre…”
                                                                                                                      Federico Garcia Lorca


M’IRRORA  QUEST ‘ ORA

M’irrora quest’ora
che indugia, soffusa di rosa.

Si fa leziosa, avvolta in rosa maroso,
la mia severa marquise.
Rosato stupisce il cassetto incastrato
sul foglio piegato del segreto mancato.
Fluisce in sinfonia d’aria rosa
la polvere sospirosa- è intatta la tazza
sbeccata…mai detta la frase tatuata…-
Rose di Damasco in trama di Velvey,
sul mio sofà come rosicate anticaglie
alla deriva, in fluttuar di rosa in rosa.
In armonica mescolanza di atteso
e ricordanza, scolora anche il fuoco,
roseo, nel suo letto marmoreo – sparpaglia
Crono granelli di luce…s’imbroncia
l’avido pendolo…e tace…-
Mi è quasi estraneo il mio viso, rosa.
Sono quasi una rosa, ora.

M’irrora quest’ora
sospesa, in arresa discesa.

Come un lutto evaso
come un progressivo
travaso
che sfuma
nel nero
in un istante
di rosa
ripreso.

 

 

 

 

“…e una purpurea rosa,
già stanca, sul ciglio di languire”
                                                                                                                                   Sibilla Aleramo

 

 

LE BALLERINE ROSA DI DEGAS

Sembrano bambine
dal volto sognante
fissate e sospese
in punta d’istante.
Le gambe rosate,
abilmente sfumate,
trattenute in tratteggio
di note incrinate.
Le mani di perle,
in contrattura artificiosa,
ad accarezzare vesti
di tulle di rosa.
Capelli allentati
da piroette e assemblé,
il busto arcuato
in un nuovo cambré
Sorrisi studiati
da bambole di fiera
occhi truccati
ad ali di capinera.
Ballerine in attesa
d’infinito balletto.
Sullo sfondo la sera
di nero merletto…

 

 

 

 

 

 

 


“Non togliermi la rosa…”
                                                                                                                               Pablo Neruda


NIENTE TRUCCO


Niente trucco,
oggi non serve.
Nessun aroma rubato
a cuore di iris,
a sangue di felce.
Niente cincillà,
filo di perle.
Scivola lungo le gambe
la fluida sottana di seta,
alzo le braccia
e respiro forte
mentre infilo
la maglia di ruvida lana.
Cammino piano,
nessun dolore.
Voglio solo ricordare
l’assenza di colore
di un sogno che muore.

< Alle heraus ! >
È sul binario 21 il mio treno.
Mengele – o forse è Giobbe?-
timbra, e ancora sorride,
il mio biglietto di sola andata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose…”
Salvatore Quasimodo

DANZANO ANCORA LE TUE MANI

Danzano ancora le tue mani,
come policromo volteggio
d’ombra ballerina in fuga dall’oblio…
Crisalide in garza di ore
per te ero farfalla in gigliato dispiego.
In cornice di finestra,
disegnavo per te il mondo
e tu me lo svelavi in organza di parole.
D’ambra e d’azzurro, di mirto e di magnolia,
i tuoi occhi chiusi – di quale colore?
Ancora mi chiedo…- melodia di speranza
a sfaldare la mia bruma.
Nella tua culla di tenebre,
il disertato palazzo era una reggia in un arazzo,
campanelle di elfo un riecheggio di latta
e la morte di mio padre era solo un viaggio,
in un mare lontano…
Penelope bambina contavo i giorni,
come chicchi nella mano- ancora li conto,
sempre più piano…- le spighe erano sentinelle
nel campo di grano e Crono era un viandante
dalla memoria corta e i sonagli sul pastrano.
E le tue preghiere erano antichi incantesimi,
sillabati in modulo d’adagio,
perché fiorisse l’alba dall’oscuro della notte.
Danzano ancora le tue mani,
fruttata carezza di fresca acqua silenziosa,
nell’espandersi fluido della sera.
Tatuato dal tuo ricordo il mio sentiero- ancora
canta il grillo, alto ora il grano…-
ancorato al tuo ieri questo mio oggi.
Danzano le tue mani,
armonico arpeggio, mistico ormeggio,
andirivieni chiaro di note
in biondeggio d’erbe nuove.

 

 

 

 

 

MIA SIGNORA DELLE ROSE


Ancora armonioso il tuo passo,
mia signora delle rose,
quasi danza in armonico adagio.
Infinita e intensa la tua carezza
sui miei capelli sciolti,
ancora da ragazza.
Sottolinea il profumo delle rose
questo nostro incontro,
atteso ritrovarsi sul punto di svanire
in azzurrarsi d’aurora.
Non hanno perduto i tuoi occhi,
mia signora delle rose,
il colore immenso della speranza.
Ancora note di maggio
nel tuo canto già asperso
di sottili erranze settembrine.
E cogliamo ancora miele rosato
a rimarginare ferite del tempo,
offriamo ancora i nostri visi
a rosei sorrisi di vento,
intrecciamo canestri di ricordi,
di cenere e di cremisi,
mentre s’incanutisce il sentiero
in agrumarsi d’ora.
Ma tu, madre,
che hai tenuto per te tutte le spine,
che sarai per me melodia di petali
oltre il Confine,
parlami ora, ancora e ancora,
di rose come te, senza fine.
                                                                        

 

                                                                          “La rosa comune avvizzisce
                                                                                  questa…ricrea l’estate”
                                                                                            Emily Dickinson
 
                                                                                           A mia madre

 

 

 

 

 

 


“Sulla tomba del mio passato risplende
una rosa rossa in pieno rigoglio…”
                                                                                                                               Fernando Pessoa

LA MASSIMA DEL DOTTO DI GOTTLIEB FICHTE

Troppo intensa questa luce
che inonda, non richiesta,
questa mia oscura pace
in bilico convinto
tra il bere e l’affogare.

Non mi prefiggo una missione
aspiro solo alla pensione
e per me Oltrepassamento
è guardare, con sgomento,
il disfarsi quotidiano del mio mento.

Ignoro principi conoscitivi
rifuggo flussi auto- creativi,
io già mi perdo in una canzone
e seguo, con scarsa partecipazione,
una partita nazionale di pallone.

Mi porto a casa l’assoluzione
impreco contro l’inflazione
accendo la televisione
e s’annulla, il mio Io Pensante,
nel nulla di una soap accattivante.

Affiora in semiluce, non richiesta,
come un pensiero sottovoce,
la massima del dotto di Gottlieb Fichte…

Ma se non ammetto la paura,
rinserrato in nero stare
tra il prendere e il lasciare,
come potrò io liberarmene
e accarezzar l’Idea Pura?

Basta chiudere lo scuro
girare il letto verso il muro
e dormire, dormire ancora.

 

 

 

 

                                                                    “Il petalo della Rosa
                                                                       fu quello che punse e morse”
                                                                                                                                         Robert Frost

CONCORDO. MA PROPONGO
( La parola alla Difesa )


Concordo. Io concordo.
Fu colpa grave, la loro,
l’essersi troppo amati.
Giusto, pertanto,
finiscano condannati.
Concordo. Io concordo.
I loro effetti personali
siano sequestrati,
i loro carteggi
siano bruciati,
i loro corpi
sepolti, separati.

Concordo. Ma propongo.
In virtù del fatto
che i due imputati,
per essersi sì tanto amati,
saranno di certo in eterno
dannati,
si salvi almeno, di loro,
Vostro Onore,
un istante
d’estasi e di dolore
e, volendo,
un’ultima lettera d’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

“La rosa fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento”
                                                                                                                                   Bertolt Brecht

LA STANZIALITÀ DELL’ARIA

 

La stanzialità dell’aria
paralizza all’improvviso
vacui mosconi ronzanti
su frutta amarognola
e appiccicosa.
S’insinua,
come silente stasi,
nel cuore tormentato
di un temporale.
Come energia repressa,
iperattività sospesa,
furia inesplosa.
Cristallizza,
in inespressa inesprimibiltà,
il dilagare, biondo e selvaggio,
dell’estate.
Lo scorrere testardo del fiume,
determinato a farsi mare.

E così, il bianco messaggio
del mandorlo
non giunge a destinazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Sedevo accanto a te mentre dormivi;
la tua mano sinistra
giaceva come una rosa”
                                                                                                                           Rainer Maria Rilke

DI NARCOTICO NARCISO

Trapestio di piccole vite
in annaspo di sussurri d’aria,
nel giardino, ancora straripante
di presenze andate e venute
come invisibili onde di mari silenziosi.
Intrepida la nebbia
sfida muri orlati di muschio,
ammorbiditi e gonfi per antiche umidità,
vetri ingrigiti da polvere pigra,
come una sudicia benedizione
per non desiderare il sole.
E disfa, ancora e ancora, ombre danzanti,
come idee improvvise
fugate da inamovibili realtà.
Lontano grida un clacson
e il suo grido si divide in due,
come una suola che si stacca
da una logorata scarpa.
Come il mio pensare, incerto sulla soglia,
come una vedetta in veglia di battaglia.

Narcotizza il profumo dei narcisi,
ingannevoli sorrisi in fiorita sfioritura,
questo nostro aspettare…

Quasi tulle la tua mano si leva lieve,
quasi arresa bandiera,
insonne e breve il tuo respiro,
quasi soffio di un bambino
che non spegne la candela.
Quasi violenta esplode una solenne luna viola
spezzettata da nuvole bambine,
quasi figlie aggrappate alla sua stellata sottana.

Esalano esangui i narcisi,
improvvisamente esausti,
in narcosi d’argento…
E domani coglierò nuovi narcisi,
e domani sarà luce, aria nuova,
primavera immensa di mandorli e ciliegi,
estate che dilaga selvaggia e sontuosa.

E domani mi ricorderò di vivere
anche se tu mi lasci,
poco a poco…

Con il ventre ingrossato
In isterica gravidanza di giorni mai nati,
Aspra e rauca
Come la risata di un fumatore di sigaro,
Dolce e ammaliatrice
Come un canto di sirena,
Venne poi la Sera.

Di narcotico narciso,
Il suo profumo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Temo che il giorno finisca…
cogli questa rosa…
Non indugiare!”
                                                                                                                                                 Tagore

L’ULTIMA PARTE DEL GIORNO


Già dispone la brina
i suoi cristalli
mentre galleggia ancora
un piccolo sole bianco,
incerto,
su orizzonti lontani.
Sembra farsi nenia
l’andare atono del fiume.
Profuma, il pane,
questa stanza di persiane socchiuse
come palpebre lanose
in dolce resa.
Inframezza la notte
le sue forme
con brevi inezie dorate
(forse lucciole? o forse
fuochi fatui di vanità perdute?).
Raggiungo la tua mano,
distesa, quasi dimentica
di leggeri screzi mattutini.

E lentissimamente avviene,
l’ultima parte del giorno.

Resta cenere sottile
della baldanza rossa
del fuoco.

 

 

 

 

 

 

 

 

“Vita, per le tue rose le quali
o non sono sbocciate ancora o già
disfannosi…Per tutto questo amaro
  t’amo, Vita…”
                                                                                                                                Camillo Sbarbaro

LA CULLA VUOTA


Come di giglio in schiusa
il tuo volto.
Piccoli piedi di neve in danza
sul mio grembo stanco,
ancora incredulo di essere
svuotato.
Odore di mandorla lattata
nelle pieghe grinzose di nuovo
del tuo corpo.
Occhi in cerca d’incontro
quasi consapevoli d’amore
invissuto,
labbra di miele rosato
come baci di vento cherubino
sulla mia pelle conosciuta,
gonfio per te il mio seno
in attesa.
Per breve attimo d’infinito
cantarono all’unisono
i nostri cuori, figlio mio.
Rauco ora il sonaglio,
intonso scettro,
assorbe adagio giochi di sole.
Come spola d’argento
nelle mie mani mutate,
questo mio immutato cercarti.
All’ombra della mia sera
profuma
d’intenso
d’immenso
e di te,
la culla vuota.

 

 

 

 


                                                               “Dove il tuono d’ottobre si fa delicato
                                                                            e diventa profumo di rose…”
                                                                           Hans Magnus Enzensberger


LA PIENEZZA DELL’AMORE

La pienezza dell’amore
emerge all’improvviso
come un tesoro naufragato
riportato alla luce dal fondo del mare,
incrostato da segreti di conchiglie
e fasciato da silenzi
di sogni ripescati e risognati.
È come un dio minore,
con dita agili di pescatore
riporta ordine nel caos delle piccole cose,
verdemuschiando portoni scrostati
azzurrando vetri scheggiati.
Attende l’ora giusta
per fare la sua comparsa,
tessendo trame articolate
in girandole increspate
di libellule ingioiellate.
La pienezza dell’amore
muta forme e colori,
come una nube gravida di pipistrelli neri
che si sparpaglia a tenaglia
sul palcoscenico della notte
e torna rosata al mattino
portando notizie di stelle cadute,
come preziosa dote.
Sta in punto imprecisato, tra testa e cuore,
come un Dio Maggiore
ti invita a nozze nuove
con le Piccole Cose,
biancolaccando scelte sbagliate
agrumando vergogne insensate.

E quando se ne va,
in sottile disgregarsi d’emozione,
ti lascia in dono
una minuscola pepita di dolore…

 

 

 

“…E già la rosa del vento nella luce…”
                                                                                                                               Alfonso Gatto

QUESTO MIO RITORNO


Di muschio e di vischio
di dinieghi e di dispieghi,
questo mio ritorno.
Spolverio di luce a scendere
come invisibile carezza,
scintillio di neve intuita
come impercettibile invito.
Effluvi fruttati,
a disperdere in soffio di fragola selvatica,
presenze andate e venute
come onde silenziose d’inudibili mari.
Cuoriformi le foglie,
sospesi coriandoli in fragile attimo
d’immobilità
sull’eco dell’ieri.
Più dolci i miei passi- quasi in danza-
sul conosciuto sentiero
di bacche boschive in organza di felce.
Si sfalda la bruma
dei miei giorni
più lieve la gerla
di vissuto
più intensa la nenia
del vento,
d’immensità
questo istante.

Come antica Madre,
celebra la Natura
questo mio ritorno.

 

 

 

 

 

 

 

                                                        “Ho sognato di te come si sogna
                                                                    del vento e della rosa…”
                                                                                                                                  Alda Merini

BASSO ACCORDO DI TERZA

Distante, cade la neve
in un campo lontano.
Distante, il suono
di un passo lontano.

E un altro giorno
arriva e riparte.
Distante e lontano.

Non è il pensarti lontano
è il pensarti distante
che m’impaura, amore.

Basso accordo di terza,
il tuo passo distante.

Un tuo sorriso lontano…

E il campo di neve, d’istante,
si fa musica di grano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                 
                                                                              A mio figlio, ormai uomo.

QUEL TUO IMPRENDIBILE SORRISO A METÀ

Quel tuo imprescindibile sorriso a metà,
dal quale a volte fuggo ma poi sempre ritorno
che illumina e vivifica tutto il mio intorno
che non esiste alba, tramonto, sera o mattina,
tu sei sempre re e io mai regina.

Quel tuo imprevedibile sorriso a metà
che arriva improvviso quando parto all’attacco,
manovrabile pedina che non può fare scacco,
che si porta dietro infiniti baci e tradimenti
notti di veglie, rinunce e pentimenti.

Quel tuo imprendibile sorriso a metà,
che cerco di decifrare da quando sei nato
da quando il tuo primo sguardo mi ha stregato
che arriva come infallibile freccia sul bersaglio
e da te tutto accetto, anche lo sbaglio.

Che quando mi credo vicina alla meta,
equilibrista arresa sulla tua fune tesa a metà,
se n’è già andato.

Chissà, figlio mio, dove l’hai portato…

 

 

 

 

                                    
                                                                                 

 

 

 

 

 


MIO FRATE“Verso la sera amabile e perfetta
con la rosa di fuoco nella mano”
Antonio Machado


MIO FRATELLO HA SMESSO DI PARLARE


Ci hanno fatti salire su un treno,
stretti gli uni agli altri
come pezzi di legna impilati,
sapeva di paura il fiato del vicino…
Sferraglia il treno dell’Ultima Fermata
tra la bestemmia di un uomo
e il pianto di un bambino.
Liscio come pomice il cielo di Berlino.
Ci hanno divisi appena arrivati.
La mamma era un grido,
sempre più smorzato.
Papà un sacco di iuta, svuotato…
“Si contino gli inetti!
Siano catalogati come insetti!”
Ordina il dio di svastica,
metà uomo, metà manichino.
Dormiamo in tanti
nello stesso letto,
siamo sempre di meno
sotto lo stesso tetto…
“Non basta più il ghetto,
bisogna annullare il seme infetto!
Si riveda il progetto,
si dia inizio al balletto!”.
Hanno portato mio fratello
nella Casa del Dottore.
Una casa grande come un castello,
come un regno di dolore…
Mengele è un arcangelo che inventa profezie
“Un paio di occhi in cambio di magie…
Dalla mia pozione ora uscirà…
La Stirpe Perfetta, l’Unica, l’Eletta!”
Mio fratello ha smesso di parlare.
Io sto ancora peggio. Ho smesso di sperare.
Lontano, come un tamburo impazzito,
rimbomba un tuono…
E il popolo d’Abramo è un ricciolo di fumo.

 

 


                                                     “Coglierò per te l’ultima rosa del giardino
 la rosa bianca che fiorisce nelle nebbie…”
Attilio Bertolucci

ALI DIVERSE

Con ali diverse provi a volare
in assordanza di mondo
che ha svenduto il suo tempo
che non sa più ascoltare,
che getta confini
tra diverso e normale.
Solitudine amara
di diversità a margine di civiltà
che rinnega i suoi figli,
pensati imperfetti,
in un tramonto incolore.
Ma non sei solo…
Infrange il mio amore
la campana di vetro
di un diniego normale.
Per me
sei raggio di sole
che scioglie la statua di sale,
sei onda del mare
che spezza il monocorde pensare,
alba sorgiva
che sfuma di rosa la notte boschiva.

E volo con te, lontano dai più,
verso un Cielo comune
dove non esiste diverso, normale
ma solo Amore,
perfetto, eguale…

 

 

 

 

 

 

 

 

“Conservi il tuo petalo di rosa
finché non sia finito il tempo delle rose”
                                                                                                                                      Ezra Pound

UNA ROSA

Come vorrei essere una rosa,
sempre elegante
sottilmente altezzosa.
Vegliare, in garbata posa,
il Sonno di Muschio
della Dama di Pietra.
Dettare legge con i miei colori
scrollare il capo sugli altrui umori.
Rubare la scena
ai compagni di mazzo
con palesato candore
soave imbarazzo.
Avvizzire con classe
profumare quel poco
sedurti leggera,
sensuale e rigorosa.

Se mi penso,
vedo un ranuncolo
con il nome e lo stelo ingrato
con il cuore un poco nero
e l’abito stropicciato.

È saggio il vecchio Vento del Nord,
mette nel sacco grano e gramigna
scarti di vetro e topazi stellati
nobili fiori e fiori sgraziati.

 

 

 

 

 

 

 

 


“E dal tuo grembo silenziosa
scrollasti i petali di una rosa…”
Hermann Hesse


Fili
Filamenti
-caréna alla deriva del nonsenso il parlare acceso di mia madre-
s’attorcono
a pietra liscia
di fontana
in molle giro
di muschio.
Ancora
il tuo volto
-orafo esperto incide il tempo memorie grevi d’onde tarde-
promessa breve
cesura di luce
che s’annebbia
in muta
resa.
Linea retta
d’invissuto
l’orizzonte
-frammenti di conchiglie a reinventare istanti e punti cardinali-
crepe scarlatte
sulle mani
che non ressero
- ieri -
rotte di primavera.
- ha silenzi chiari quest’albeggiare che semina promesse in ore nuove-
s’erode il dubbio:
solo cicatrici
d’inezie antiche
nel fondale
dell’anima.

Passo oltre
spirito di fiume
determinato
a farsi mare.

 

 

 

 

 

“I petali di rosa si ripiegano. Essi dal sole
sono dimenticati. In ombrosa foresta essi crescono”
Katherine Mansfield

A VOLTE LE LACRIME…


Sono come respiri
che affiorano densi
in istanti circoscritti,
silenzi sospesi in aria
in cerca di un perché
o, forse, aliti di vento
del Sud- Est.

A volte indugiano,
leggermente incerte,
come burrosa glassa
su un panciuto bignè
velando d’ambra nuova
l’infinita pozzanghera
color thè.

Arrivano all’improvviso,
come un temporale estivo
che in ardenze di stagione
insinua erranze di mélas cholé
o rigidamente puntuali
in assordanze di rintocchi
di Big Ben.

A volte hanno la fluidità
dissonante di una ballata,
scritta coi colori di Chagall,
o la stanzialità di un requiem
con note ripetute e dolenti
sbavate di kajal.

Danzano in armonico adagio
su spartito di ricordi
di un’attempata première,
o guizzano, fresche e sode,
come le cosce dorate
di una majorette.

A volte si ritraggono,
in aggregata immobilità,
come pesanti perle di mercurio
che non accettano la scissione
o si disperdono, colorando ore vuote
d’azzurra pulsazione.


E fanno compagnia come il gatto fumè del Generale,
con artigli di lamè lo invita a non lasciarsi andare.

E a volte sono figli che si staccano da te
e portano nel cuore i tuoi “ma”, i tuoi “se”.

E io le inseguo col fiato corto
perché a volte le lacrime,
soltanto le lacrime,
rendono mortalmente vivo
un giorno vitalmente morto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


“Rosa della Memoria”
                                                                                                                                              T.S.Eliot

È ANCORA ASSENZA
( 2 Novembre )

È quasi cinerea quest’ora
di Novembre,
è quasi bellezza, funerea…

Vengo al Luogo,
in riverbanza della tua essenza,
solfeggi di brina sullo sfondo
ticchettio di passi meccanici,
tatuato da ombre il sentiero dell’Enigma.
Rose di seta,
riecheggio di conosciuta ricordanza,
nel mistico ormeggio della mia mano
che allenta e ossifica il ricordo,
sinfonico e assordante, di altra Ora.
Passo il guado,
tra fragile odoranza sparsa dal vento
tra filari di Eterno in culle di pietra,
accarezzo il tuo volto in cornice di velo,
appoggio la fronte su amata rammentanza.

È quasi marmorea quest’ora,
ha una luce argentea,
ora, Novembre…

È ancora Assenza,
mentre si fa più vasta la mia sera
e armonica si spande aria d’Attesa,
nell’intorno.


                                                                                              A mio padre.  Sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Non mai colse il poeta una rosa…”
                                     Hāfez

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDICE

Prefazione………………………………………………………………………
Sehnsucht ..............................................................................................................
Novembre………………………………………………………………………..
L’attesa…………………………………………………………………………..
M’irroraquest’ora………………………………………………………………
Le ballerine rosa di Degas………………………………………………………
Niente trucco……………………………………………………………………
Danzano ancora le tue mani…………………………………………………….
Mia signora delle rose……………………………………………………………
La massima del dotto di Gottlieb Fichet……………………………………..
Concordo. Ma propongo………………………………………………………….
La stanzialità dell’aria…………………………………………………………..
Di narcotico narciso………………………………………………………………..
L’ultima parte del giorno……………………………………………………………
La culla vuota……………………………………………………………………..
La pienezza dell’amore…………………………………………………………..
Questo mio ritorno………………………………………………………………..
Basso accordo di terza……………………………………………………………
Quel tuo imprendibile sorriso a metà………………………………………………
Mio fratello ha smesso di parlare………………………………………………….
Ali diverse…………………………………………………………………………
Una rosa…………………………………………………………………………..
Fili ……………………………………………………………………………….
A volte le lacrime………………………………………………………………..
È ancora assenza………………………………………………

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