Silloge edita "Rotola, tra le rime, la pietra" di Anna Bruno 2004 settembre 28, 2010 \\

                                                         Rotola, tra le rime,la pietra


                                                                PREFAZIONE
Questa seconda opera di Anna Bruno ci riporta, ancora una volta, nell’intricato sentiero della meditazione, nelle cui strade ci si può perdere, ma si può anche ritrovare se stessi, seppure, a volte, con una certa difficoltà.
“Ho preso l’orizzonte per mano/ nel crepuscolo stanco di un giorno/ che ha spiegato dolente le braccia/ per giungere a sera ./ E più non dispera la note di ritrovar le sue ore…”.
Qui la parola cerca di descrivere lo specchio delle cose nella loro esattezza, la definizione dell’oggetto paesistico; cerca, insomma, ( la parola) di crearsi uno spazio di conforto nella contemplazione e nella descrizione degli eventi.
E quindi certo che l’autrice diffida di una poetica crepuscolare, cioè quasi inerte e malinconica; rifiuta, pertanto, quella specifica poetica che tende ad ignorare l’ansia spirituale e l’angoscia interiore dell’uomo moderno, il quale si dibatte in cerca di un equilibrio tra ragione e fede, tra natura ed antinatura.
“Taglia le foglie stanche del ciliegio derubato/ una lama vermiglia/ e recide altre miglia al viaggio senza vele/ in quest’agosto che disfa perle e scioglie candele”.
Come si può notare, la sua è una lirica obiettiva, eppure tutta tremante di un’intima liricità, ricca di indizi, di un tormento spirituale e di una ricerca stilistica tutta personale.
Ella si libera dai consueti schemi di espressione e segue con libertà di coscienza l’istinto del proprio spirito emozionale; cerca di esprimere le nascenti sensazioni con armoniosa ampiezza di vedute.
La sua poesia cerca di avvicinarsi ai veri ideali per far capire agli altri che “vivere” è ben altra cosa che vegetare immersi nel traffico, tra grattacieli che graffiano il cielo, tra nuvole di smog che tendono a coprire i nostri orizzonti.
La sua, pertanto, è poesia che si fa ammirare proprio grazie ai pregi intrinseci della sua materia.
“Tra le tremule dita del Tempo/ la memoria è filigrana sbiadita/ rigonfia di storia, di luoghi e pensieri…”.
Qui l’autrice sembra aprire agli altri il recinto del suo prato di ricordi, poiché ella crede sia giunta l’ora di far conoscere a tutti le sollecitazioni del suo animo in costante fermento.
L’invito ad entrare nel suo prato è rivolto, crediamo, a tutti coloro che non trovano il tempo per gioire nel ricordare il passato, a coloro che non sanno più soffrire e quindi amare.
E’ vero, a volte l’autrice cede al vizio di confessarsi con il cuore in mano, inviando al lettore un affettuoso richiamo ad una maggiore attenzione verso la poesia, non solo la propria, ma verso la poesia in generale.
“La letteratura” scriveva il critico Carlo Bo “è tanto rischiosa quanto la vita: nella letteratura, come nella vita,non esiste alcuna certezza”.
A tratti, in quest’opera, appare inevitabile inseguire l’autrice nelle mutazioni del suo animo e nella trasformazione dei suoi sentimenti sulla carta; ma è anche vero che il cammino della poesia in generale, per molti di noi è tutt’altro che facile.
E questo è un altro tema di bruciante attualità, su cui, crediamo, la poetessa ha voluto costruire l’essenza della sua poesia, fatta di continue modulazioni di dialogo.
Certo, non sta a noi insistere troppo sul traguardo della sua poetica,poiché le ambizioni n essa contenute potranno esplodere ancor di più nel vasto respiro dl tempo e sarà soprattutto il lettore a dare un ultimo giudizio.
Quello che ci dà una discreta certezza è che questo libro appare un tentativo dell’autrice di scuoterci da un certo tipo di silenzio al quale siamo condannati, a causa della scelta di vita ( molto spesso volontaria) da parte di molti di noi.
                                                                                                            Pasquale Francischetti

 

                                                                                                                                  A mio padre,
                                                                                                                                                                             smarrito in una notte d’aprile;
                                                                                                                                                                             al ricordo che ho tardato a cercare;
                                                                                                                                                                             all’attimo in cui saprò
                                                                                                                                                                             di non dover più errare.


                                                 La compagine del mondo
         
Ho incontrato per caso la Pietra
nel girovagare bambina in cortili sterrati,
tra campi assolati ed incolti,
ai piedi di muri stravolti.
Ogni volta appariva straniera,
d’intralcio o s’offriva impudente ad un tiro
e nel gioco del fazzoletto,
a sfida tra lancio e battuta,
quante volte l’ ho vinta,quante volte perduta…
L’ ho ritrovata occhieggiante tra la sabbia rovente,
levigata,impertinente,con aria leale
di chi non vuol farti del male.
D’allora la incontro sovente
e ancor più della gente mi parla e l’ascolto
nel folto silenzio che accappona la pelle
quando di notte si traveste da stelle.
Intrisa di sangue,trasudante sudore,
malata,agguerrita,ne vedo tante
e tutte hanno storie scolpite addosso
che a leggerle fino in fondo
scopri la compagine del mondo.


                                              

                                                      Compleanno
Di nuovo Agosto mi chiude un anno
e ancora inganno perfidi ricordi
in quest’angolo statico
dove sosta il mio strabico sguardo.
E il getto impuro lorda il  futuro
che com’ombra imprecisa s’allunga
aspettando che punga la spina del roseto affranto
per un risveglio che risvegli liberatore il pianto.
Taglia le foglie stanche del ciliegio derubato
una lama vermiglia
e recide altre miglia al viaggio senza vele
in quest’agosto che disfa perle e scioglie candele.
Rutilanti promesse tradisce il tramonto
nell’immane scontro con la notte incombente
e perdente s’impantana
la mia fata morgana.
Gravida d’uva la vigna senza fiato,
tende il vinciglio strozzato
e attende la mano che prende per averne conforto
laddove si fonde e confonde il diritto col torto.
Che dire? Ben venga altro Agosto
quantunque discosto e randagio
tra erba riarsa e polvere sparsa,
se ha in serbo cicale
e bagliori di lucciole nel giardino serale. 


                                        Ho preso l’orizzonte per mano

Ho preso l’orizzonte per mano
nel crepuscolo stanco di un giorno
che ha spiegato dolente le braccia
per giungere a sera.
E più non dispera la notte di ritrovar le sue ore
e repentina nel lento fluire del giorno le imbriglia
e assottiglia spessori e reali bisogni
nell’indistinto sentore dei sogni.
Senziente, asseconda la mente
e volge al fragore le spalle,
frangendo ogni indugio apre falle al naufragio
a ignorare candele che ha spento e più non acceso
e quei lumi scheggiati nel cielo a cui più non dà peso.


                                         E’ tempo di stelle cadenti

Prima che la notte muova a costellare il cielo,
falce di luna nuova sbaraglia l’arruffata nuvolaglia.
E l’aria tersa di promesse s’inonda
perché riguadagni la sponda
la speranza che al largo s’è persa.
E’ tempo di stelle cadenti,
frammenti d’infinito ch’esplode
e lo sguardo rapito da incauto sorseggio,
su note d’arpeggio si libra
e ogni fibra n’è presa,s’allerta,alla nuova scoperta.
Ma è tempo di stelle cadenti,
frammenti d’infinito ch’esplode
e in lamenti si strugge,
su lastra salmastra,
su specchio di secchio,
in bagno di stagno.
Nel suo proceder destrorso,
il Tempo ha già morso l’attimo a venire
ed il trascorso è già rimorso
nel dirugginio del pensiero mio.

 
                                                      Abbandono
Avrà pur cantato una donna
tra le mura spogliate dal tempo
di quel casolare discosto
che il sole d’agosto dardeggia.
Serpeggia la mente curiosa
e dubbiosa imbastisce pensieri
sulle tegole rotte,sulla tettoia crollata,
sul ciarpame: di certo abbandono per fame
e che altro,
se si volgon le spalle alla pietra sudata?
Ma l’ala del sonno falcando la notte
di certo il ricordo riporta a schiodare finestre,
e schiudendo la madia immutata
si ritrae nuovamente persuaso
di quanto quell’uscio andasse sprangato
in quel lontano e gelido occaso.


                                           Notte ingannevole

Planata artatamente la notte
tra promesse di quiete,
sete non toglie alla mente riarsa
e sparsa zizzania infierisce spavalda
fino a smuovere la detritica falda.
Con acribìa seziono le scompaginate ore
tracciando la via ad un frastornato giorno,
nuovo ritorno al silenzio intriso di parole
in un quotidiano gioco di spole.

 

                                                Spiarsi

Smorzato ha i colori, la notte,
ma l’occhio rovista incurante
a palpare i rifiuti del giorno
scivolando lungo il contorno
d’esagitati pensieri.
Mi sento Occidente che spia
scafandri di stoffa per vite in apnea
e ordigni pulsanti in fanatiche menti,
otri rigonfie su gambine macilente
e peccati in ginocchio
senz’acqua lustrale che mondi.
     E mi fingo Oriente che spia
marasma d’ideali barattati
 e miasmi e fantasmi tra cieli grattati.
Ferite slabbrate ed infette, i mali del mondo;
rinvengo suture disfatte
da unghiate bestiali in agguato
sotto un sole ogni volta rinato nel tramonto più rosso
che si spegne nel rifiuto
della putrida acqua d’un fosso.


                            
                                                        Padri diversi


Eri prodiga mano di semi per zolla rimossa fremente,
passo prudente tra piantine occhieggianti
e timoroso a spiare i santi con preghiere incerte
tra panche deserte in tempi d’effimere tregue.
Eri sguardo di rugiada al mattino,
carezza radente per spighe
che strappa promesse a coperti orizzonti.
Per loglio invadente eri dita robuste
e gesto brutale per locuste voraci.
Eri abbraccio stracolmo al raccolto,
sorriso sornione chè di grano
vedeva già piena la botte,
e lucerna, di notte, nel tempo d’attesa.
Pietra angolare pur con le spalle cascanti,
segnavi di un fischio il tramonto
per quel destino errabondo
che forse mirava lo stesso tuo fuoco.
Avaro di semi, tuo figlio, di passi, di sguardi…
Ha dita sottili e garbati gesti,
ma perso ha il ricordo dei sapienti innesti
e del maggese che premia le attese.
Al bacio non è volto pungente
e silenzi non ha che giungano al cuore.
Hanno infierito gli eventi
e  a crolli imminenti la pietra incrinata s’appresta:
laddove sostavi sicuro,
ora è un semplice muro, di cartapesta.
Guerra in gioco
Lacera l’aria l’urlo dell’orda
nell’ora che straccia vittorie
e dagli spalti roventi
come arco s’incurva,
su sponde rivali si spande,
s’appropria di sbotti rabbiosi,
voci imprecanti,sputi velenosi.
Come dardo strappato a trista faretra
saetta la pietra a colpire,
di morte fa incetta nella guerra inventata
su un campo di gioco
dall’uomo rimasto suono roco
in veglia alla fiamma tribale ancora al centro
per quell’animale che gli è rimasto dentro.

 

                                                  Le verità che vuoi

Non chiedere verità
or che la fiamma dell’ira divampa
per l’aspra contesa
e corda vibrante è tesa a colpir senza ritegno.
Ho in serbo atroce sentenza
ai piedi d’ una croce di dilaniata pazienza.
T’aggiri sospettoso
alla ricerca vana di quella che ero,
briciola azzima di un pane nero
che di un tavolo faceva il mondo.
Lievito amico la quotidiana pena
che d’illusioni diffida
e al tempo affida lo sguardo
che , mirando lontano,
ignora ai suoi piedi il pantano.
Spazi incolti tra le mie piante ho scoperto
e nuova sorgente
e la mente, in culle assopita,
il fare incerto ha trascinato a nuova vita.
E non chiedere verità
nemmeno quando la fiamma dell’ira sarà spenta
sperando che allora io menta.
Nelle verità che vuoi,
ci scopriremmo entrambi vittime
e la verità con noi.


                                                  Dolore sommerso

Deboli voci ,flebili lamenti
da invisibili camaleonti
segnano  quotidiani eventi
su  fibra che tenace all’ordito s’avvinghia
e nulla trapela e nulla s’evince
e tutto prosegue tranquillo
chè tanto il brusio non è squillo!
Festuca si spezza e d’acqua si colma una buca
e nulla che induca il pensiero
a quanto il dolore sia nero nella notte più scura.
Attrae il clamore da consumato attore
e con ingegno ferace gli sguardi sottrae
alla comparsa che tace
e nella sua parte sommersa sa di essere persa
e nulla trapela e nulla s’evince
e tutto prosegue tranquillo
perchè  se a ferir non è chiodo
non conta puntura di spillo.

                                                    Terra renosa

Terra renosa la terra mia
che il sole cattura al suo primo apparire,
si crogiola e in seno lo serba.
Senza strada sicura,
il pallido verde nella calura reclina
e spera la pioggia vicina che gli smorzi l’arsura.
Ma fuma la terra renosa all’acqua piovana
che plana esalando respiri di fuoco
tra balenii di croco d’antico braciere.
Terra renosa la terra mia
che l’acqua cattura,
ma al repentino fluire offre la via
e senza che frescura più le tocchi
in falde nascoste offre sbocchi
a scrosciante cascata.
Terra renosa la vita mia
che brucia, che annega
e impotente la strada poi spiega
al defluire latente tra faglie incidenti
che allargano maglie agli eventi.

 

                                                          Eutanasia
 Lamenta  stanchezza il giorno al libeccio
che intreccio di rami e pensieri flagella
e la luna più bianca diventa dacchè era spenta.
E son bianche le notti del dolore ch’esanima
e induce al divario
l’infelice che ascende il calvario.
Mite agnello in attesa del  Pastore 
tra spine strazianti di rovo,
diviene creatura stranita,
tradita dalle ultime ore.
Avanzano devastanti le pene
nelle turgide vene che portano al cuore,
distanziano affetti ed amici,
tristi auspici di tempi peggiori.
Non trasvola più il mare,
remigante uccello, il suo pensiero,
ma sosta, relegato relitto d’antico veliero.
E nel saccheggio d’emozioni
dello sconforto ch’annienta,
al disegno linee più non tenta traccia
la  mano stanca che tra nivee braccia
l’ingegno affranca. E al cireneo
darà voce disperata per la croce
che gronda sotto un nembo di cielo
sul suo corpo che giace in sfacelo.
 Ma nello scroscio di silenzi
 dell’estremo sedimento lamenterà
 forse incerto:- Mio Dio,mi pento…-
               


                                                 Nella conta del tempo che conta
Nella conta del tempo che conta,
arranca una pendola stanca
segnando le ore a rilento
e ancora ogni volta la sento
quando stacco una stella-ricordo dal mio firmamento.
Con stupore di bimba ai suoi piedi,
presa d’incanto, m’accuccio,
e in quel cantuccio con voce stonata ancor canto.
Troneggiava un lettone dal copriletto d’organza
nella grande unica stanza
affollata di cose e trascorsi,
e pesanti silenzi,per zia Consiglia
che da sempre taceva,
e coperti orizzonti, per zia Mariuccia
che quasi più non vedeva.
Se s’incappuccia la mente,
scorribanda mi prende tra mobili tarlati,
vecchi quadri di giovani soldati,
foto di fanti e maniglie ciondolanti.
Prigioniera di Famiglia Cristiana,
Maria Stuarda subiva la storia
maltrattata con boria
dalla gretta e meschina Elisabetta.
E lo scrittoio m’attendeva sovrano
con la scranna, lì “apposta per Anna”
che mi faceva regina, scrittrice, poetessa,
con tra le mani un libricino da messa.
Sul troppo alto cassettone,
lasciava per me cadere cose buone
un Angelo di passaggio
e per esse pagavo il pedaggio
       in volteggi da ballerina
su note d’accordo che più non ricordo.
Era il mio magico specchio la cristalliera
col lungo cassetto aperto che faceva da letto
se le zie sapevo in fuga di pensieri
davanti a mai spenti ceri.
Ed ancora l’odore mi punge e m’accarezza
e di certezza m’inonda
quando improvviso si fionda
da uno spiraglio di chiesa
che attende paziente la resa.
Nella conta del tempo che conta
una pendola stanca ancor mi racconta…

 
                                               Sposa bambina
           
Funamboli della notte i sogni
in bilico su un raggio di luna
più non hanno coraggio e fortuna
nella scialba luce dell’alba:
da creature senz’ali rovinano in libero volo
e si schiantano al suolo tra salti mortali.
Sullo scrìmolo dell’infanzia tradita
il dormiveglia quietista si pone
al dilemma tra vero e illusione
e gli occhi sgrana la sposa bambina
sulla vita che strana imbroglia le carte,
le ruba la parte e gioca a far male
barando col dono d’un anello nuziale.
Appena il tempo d’un sogno su un raggio
ed è già oltraggio all’età che si schiude a corolla
e di tristezze repentina s’affolla
e barcolla nello spazio d’una gemma impietrita.
Sposa in fuga,da farfalla impazzita
nel coro di minaccia che l’abbraccia;
donna a forza tra pensieri di ruvida scorza,
prigioniera d’una baluginante sfera,
di contratti spicci,
a due passi da giochi e capricci.
Sposa bambina che ancor teme fulmini e tuoni,
ma di padri padroni il mondo è ancor pieno
e non raccontano fiaba alcuna,
tanto meno di un sogno sospeso ad un raggio di luna.

                                                    
                                                     Scultura

Eri immagine,idea,fantasia
vibranti su corde di cetra,
sei volto traslato su pietra
e sprigioni energia.
L’impreciso si squama,
s’affina la trama,
ecco si svela
all’occhio che anela
e palpita la gota
che ad altri sembra immota.
Nuova creatura su cui sorvolare
sfiorando il voluto profilo,
a me porgi la mano,a me chiedi asilo?
Sul mio orizzonte ti staglio,
ma altro cielo ti chiama
e se  tempesta per te sbaraglio
nulla posso contro chi ti brama.
Sguscerai tra le maglie del Tempo,
non più effimera scaglia d’umana creazione,
 ma Vita scolpita che porta il mio nome.
Son padre padrone che ad altra mano t’affida,
amante geloso che ha perso la sfida:
nel cuore ho conficcato un frammento
ed è orgoglio e dolore ciò che  ora io sento.


                                                 Pietra intrisa

Puntellava la Croce
la pietra rotolata
lungo la china del Golgota
nell’ora che allo strazio non regge
e l’occiduo sole trafigge con le ultime schegge.
Intrisa è andata segnando
i sentieri dell’umano cammino,
né tonfo che in anelli di luce s’espande
ha sciolto quei grumi
che accendono lumi all’intinto pensiero.
Raccattata da mani infelici
s’è vista fiondata a colpire,
ad abbatter nemici,scagliata a lapidare,
posta a edificare inique mura,
ad affilare armi di tortura.
Roghi infami l’ han fusa
e sbriciolata ostili ingranaggi,
ma porta ancora messaggi
nel suo perpetuo andare tra le mani in attesa
e gli occhi di fede dell’uomo che crede.

 

 

                                             Via Domenico Morelli

Tra le tremule dita del Tempo
la memoria è filigrana sbiadita
rigonfia di storia,di luoghi e pensieri
e se l’ieri m’assale ad un tratto,
confuso al segnale d’un treno,
mi dà scacco matto investendomi in pieno.
Un verde stanco di polvere e sole
sbadigliava ai vagoni in partenza
buttando sornione la lenza a viaggiatori sfiniti.
Sciame in fuga,da birbe incallite,
lanciavamo brecciame per gioco
sfiorando di poco i distratti.
-Ma son cose da matti…!-e si rideva
nascosti nell’erba pungente,
e la gente scuoteva la testa,indolente.
A ridosso del pozzo scoperto
tutto davamo per certo:
il capo-stazione ferito,la punizione…
Incurante la vecchia stazione sonnecchiava,
brontolando di rimando ai nostri richiami.
La campagna sfinita esalava respiri di fuoco
incipriata di rosso tramonto,odorosa di fieno.
Poi passò l’ultimo treno e da via Domenico Morelli
tutti migrammo, ancora bambini, snidati uccelli.

 


                                                  Monte Somma

Così da presso m’è assiso il Monte
e tanto all’orizzonte toglie, che l’occhio
 appena coglie la sua presenza antica.
E me lo scopro nel cuore disteso,
offeso da nebbia nemica che cela:
non più su tela m’appare dipinto,
 ma biancume indistinto.
E mi manca la sagoma stanca
sovrastante con posa sorniona
la valle accattona che questua riparo,
ma affonda radici a un tiro di fionda
da un amaro presagio: intesa germana
tra Vesuvio ch’erutta e Monte che frana!
Il vento sfilaccia la bruma  e svela la cima
che fuma manciata di cirri, il drappeggio
di solchi profondi che pianto di fuoco ha scavato
e l’oltraggio dell’uomo nel fianco straziato!
L’aria tersa smeriglia di verde e lo sguardo
s’assottiglia e si perde fin oltre le Mura
tra sentieri percorsi d’ancestrali speranze,
battuti da moniti di paura.
Il Tempo stringe questa terra segnata,
figlia dell’ignoranza, orfana rassegnata!
Sciorina lenzuola di silenzi la sera
e stelle a preghiera la notte sgrana
sull’ultimo volo della poiana.


                                                                      Ascolto


Ascolto. E già tremo al fruscio delle serpi
tra gli sterpi del dialogo incolto
che in monologo rovina.
Con labbra ferite da calice sbreccato, 
rifiuto cauta l’offerta bevanda
e nell’inquinante terraglia incrinata
non sfamo la parola affamata. Ascolto,
ma tra balze scoscese che mi dirupano al mare
ed intrepidi sentieri che mi svettano al cielo,
vorrei si spandesse la quiete
che a rete di sintagmi s’arresta
in quest’aria d’intricata foresta.
Odo il passo del cacciatore di frodo
che avanza guardingo
 e colori di guerra dipingo sul silenzio
 che si dibatte sparuto,
certo di finire venduto
tra le grinfie dell’ira repressa.
Allarga la spessa maglia
la tempesta di vento che sento
e su terreno ogni  volta stravolto
ogni volta battuto
ingaggia battaglia furiosa
per la parola inesplosa.
In difesa sovverto la resa dei conti
ed è sconcerto di sillabe infrante
nel frasario rimaneggiato e sgualcito
che confonde amor con amante.

                                                Beneficio d’inventario


Dicroica ciotola la vita porge
nel mentre rotola e l’occhio scorge
miele rosato e verde fiele
sorriso radioso e taglienti chele,
al che ricuso l’astrusa parvenza
in cerca del certo tra quiete e ardenza,
ma il pensiero stranito involve
ammansito sol da dubbio che assolve.
Sulla scena il diorama s’appronta
a dar l’illusione che conta
tra buio che addensa e la luce ferisce
e luce fulgente sul buio che perisce.
E nel mentre l’un dall’altro rifugge,
l’iride erompe e l’un l’altro distrugge:
nel dipanarsi di un tempo vario
mi concedo beneficio d’inventario.


                                                        La giostra

Sembrano spazi aperti all’ampio volo
i brandelli travestiti d’azzurro
che la giostra del cielo sbandiera
all’occhio che crede ogni cosa sia vera.
Forza,bambini, spetta un giro a chi sale
senza badare alle scale sconnesse,
che son sempre le stesse e nessuno ripara.
Visto che bello? Il tetto si apre ad ombrello,
il cavallo trotta impettito
ed è uno sballo il trenino che fila spedito.
E’ un campo di gioco
lontano dal fuoco che brilla ed esplode
e del rumore che s’ode,
resterà tra poco solo una scia…
E sulla giostra , voi, rossi brandelli dell’umana follia.
 

 

                                                        Dorme,mia figlia…
Dorme, mia figlia:
il sonno che le imbriglia i pensieri,
nella notte rovista rapace
e a lume di face la pista irrisolta rinviene,
scalpita e nelle vene, forte risuona 
il ferro che scintille sprigiona.
Non può che temere le fameliche fiere
e dagli occhi di brace lo sguardo discosta
chè in loro s’apposta il brivido oscuro
del salto dall’alto del muro.
Tranquilla, è un sogno, mi senti?
son attimi che trascorrono lenti,
ma t’è dato provare e cancellare.
Dorme, mia figlia:
la fronte di fastidio s’adombra
per l’ingombra calca
che del giorno le orme ricalca
e smaniosa  geme, freme irritata
dall’imprevista puntata.
Brucia l’ultimo suo sogno
l’ora acerba del mattino
e goccia di rugiada le si fa largo tra le ciglia
a terger la dolorante mondiglia
che le aduggia il risveglio.
In una piega  scorgo traccia
della lama che l’ha ferita,
 ma mentre incombe l’ignota mano,
 ella si desta, ancora impaurita.
Stranita  ne sfoglierà  il ricordo
in cerca dei contorni dissolti
tra parole a spezzoni e fole d’emozioni.
Tranquilla, hai altri guanciali
a cui porre  ogni notte le ali,
sostando in giardini di stelle d’agosto
che ad ogni costo tra soffici piume
hai colto e nascosto.
E ci sarò io ad offrire
tappeto di foglie d’autunno a giaciglio
nell’ora del sonno che preannuncia periglio.

 


                                         …all’attimo che torna    (Alzheimer)
Stanca quiete fluttua
nel suburbio infame degli anni tuoi
o marasma imperversa per la dispersa memoria?
La soffitta rimanda l’eco del vuoto che sbanda
e da fantasma rovisti tra sogni smessi
e spessi silenzi…
T’imbratta la ragnatela disfatta
e tu vaghi tra nodi agli spaghi
spiando da fortuiti spiragli,
sperando che una lama  sbaragli i luttuosi contorni.
I tuoi giorni,dove sono i tuoi ruvidi giorni?
E la notte,dov’è la notte che scalzavi
per rubare le ore ?
E le sere , vascelli di stanchezza e torpore
a quale approdo son ferme le sere?
Masticando sdrucite preghiere, inerme
lo sguardo buttavi al raccolto buono
e al tuo suono di voce davi incerta risposta,
da  provato, che alla speranza prudente s’accosta.
Per umettare le  riarse labbra
sto qui a rimescere nel calice lustro
la smarrita bevanda:desolata landa
 è divenuto il campo privo di ligustro,
d’ afrore di mosto e dell’ultimo sorgo raccolto…
ha risucchiato ogni cosa l’insaziabile gorgo
e se all’improvviso tra i flutti annaspa un viso
vuoi che ti butti una corda e non rimanga sorda
all’attimo che torna.
Come torrente prigioniero nella forra
lasci  che scorra il tuo pensiero
lungo fianchi rocciosi già lungamente erosi
e incida nuovi freghi cosicché ancor più ti neghi
ciò che da presso ti serra
e più  tu non riveda la terra
foss’anche sottile golena da sottrarre alla piena.
T’aduggia il risveglio
lo stormo che da tempo volteggia rapace
a beccar la promessa mendace di un ritorno sicuro.
Almeno per pace ti disertino  i sogni
e  gli incubi si facciano da canto…
che di tanto dolore non resti che disincanto.


                                             Un minuto di silenzio (per i Caduti di Nassirija)


Ecco,il mondo ora tace,a comando:
obolo blando porge alla pace,
a capo chino,con sguardo contrito
-Basta guerra, orrore bandito!- prega
e bandiera ferale ripiega
su storie di padri in terra straniera,
sul dolore che l’ala dispiega
con tra gli artigli storie di figli.
Misconosciute presenze di pace
con sogni di quotidiana ubbidienza
a lenire sofferenza, a sedare lamenti,
 a scioglier intrecci d’inganni e tradimenti 
E’ ancora tutta da esplorare questa  mappa oscura
d’energie d’attese esaurite in paura
tra ombre silenti smaniose d’eventi.
Un minuto di silenzio intriso d’assenzio,
in comunione di pensieri senza scampo
con brandelli di sogni sul campo
e  filagne da inchiodare a difesa ,
nell’attesa di un nuovo ferire.
Squarcia i pensieri l’Olifante del paladino tradito
in  questo minuto scandito
dallo smarrimento di quell’ultimo momento,    
dall’orrore di quell’immane fragore,
 dall’immagine dilaniata della persona amata,
dal ricordo d’un amico perduto
e tutto nel silenzio di un   minuto.


                                                Su greti celesti  declivi…
Nell’ora in cui il giorno s’abbruna
e la luna non è che un’unghiata
i pensieri fanno cordata
e intrepidi puntano al cielo.
E se il cielo è un cuscino squarciato,
il tocco di un’impalpabile piuma
frantuma il quadrante del tempo:
e su greti celesti e declivi
attendo che i morti mi ritornino vivi.
Rastrella nubi qual foglie da lettiera
l’instancabile vecchio iracondo
che a fondo mordeva la sera
e nell’acqua della cisterna
spegneva ,ogni volta, l’eterna lanterna.
E vendemmia grappoli di stelle
nelle  botti che non fanno mosto
ma più non trova posto l’aria arcigna
di chi per sempre ha perso la sua vigna.
E munge cirri gonfi di ricordi
acquattati tra muri sordi al vento,
ladro spavaldo d’ alito caldo.
E a zolle smosse i semi affida
come segreto che si confida.
E non ignora i solchi del mio cuore imbelle
e il sogno ribelle che lo sostiene
se tempesta  trattiene e sulla pelle
lascia per me cadere polvere di stelle.


                                                             IN FEDE


                                                 Strage degli innocenti
Com’era la notte, Maria,
che t’induceva in Egitto?
Fitto il buio in cui t’inoltravi spedita
con al seno la Vita che sugge
mentr’altra alla morte non sfugge
e di spada perisce straziata.
Com’era il tuo cuore, Maria,
mentre sostavi in Egitto?
Trafitto dal dolore più crudo
è lo scudo dal Padre forgiato
perché si salvi Colui che t’è nato.
Altra madre è in fuga perenne
da barbarie, violenze, transenne,
esule senza ritorno alla casa natia
chè arido solco le spacca la via.
A lei traccia sicuro cammino
e fai veglia al riposo
nel buio che l’agguanta insidioso:
che il nemico le orme non segua,
dalle tregua!
E continua la strage cruenta
dell’infanzia martoriata ed offesa:
non c’è madre che possa a difesa
forgiar armi e parole bastanti da sole
ad annientare la bestia  che sbrana,
in quest’epoca insana.
Avvolgi la vita che nasce,
senza indugio, in fasce  possenti,
che diano sicuro rifugio agl’innocenti.
A Te solo, Maria,
è dato sgombrare la via
all’infanzia che avanza atterrita
in questa storia di barbarie infinita.


                                                              Dammi fede

Madre, saperti in attesa paziente
di figlia perdente e avvilita
che levi a preghiera ciò che l’anima spera,
mi guiderà all’uscita del labirinto
in cui il cammino s’è spinto.
Del tramestio della sera il passo colgo
e lo sguardo volgo alle ore
appannate da sospiri sommessi
che, dimessi, mi denudano il cuore.
La notte che al varco m’attende,
m’ingoia e allo sbarco pretende moneta
perché approdi ad  irenica meta.
Nello sdegno che affiora
palpo il nodo che stringe e addolora:
è insulto alla pace
il singulto che chiude il pianto
mentre in cuore è ancor schianto
e la pena che alberga
di magione fa triste stamberga.
Madre, Tu che hai la dolcezza che acquieta
l’anima inquieta, suggerisci le giuste parole
che l’anguste pene trasformano in fole.
Tu che intuisci nello sbalzo d’umore il timore
di chi d’ogni dovere s’appropria
ed ogni diritto lede,
Madre, perché io ti raggiunga,d ammi fede.

 


                                                           Estrema preghiera

Chi, ad estrema preghiera,
più nera, più acerba, men vera,
non è mai approdato
quand’alto il muro s’è alzato
ad occultar l’orizzonte?
Madida fronte
trasuda cupi pensieri:
se domani sarà come ieri,
se mai sazio di strazio il dolore,
a che mira il trascinar delle ore?
Ha drappeggio silente la pace
e tra pieghe un passaggio fugace,
bramosa rende la sosta
nel perdurar che alla fine s’accosta.
Ordisce ferale congiura
la disperazione che la mente impaura
e la morte esecrata collima alla quiete
come goccia ad arsura può togliere sete.
Smarrito pensiero vaga randagio
e come ancia vibrante di clangore è presagio
ma offre la fede provvido fluitare
al carico pesante che ha da giungere al mare.
E se il mare è lontano l’anima non dispera
perchè non c’è giorno che non approdi alla sera.

 


                                                       La Pompei dei sepolti dèi

La Pompei dei sepolti dèi
ha incipriato di polvere antica il volto scavato
e a braccia conserte le inferte ferite ostenta
al Tempo che indomito tenta rovinose sortite:
splenetico s’aggira nella domus cieca
e bieco mira il profilo svuotato dei Lari,
dèi disertori d’altari, rèi d’ignominioso abbandono
nell’ora del tuono che infrange e frantuma.
Iside nel sacello, ridotta in frammenti,
per il tempio spoglio
a lamenti affida il cordoglio.
Per l’edicola vuota chiede venia
 la bendata Fortuna fomite di discordia,
 tra indomite sorti vagando.
Più fuoco non arde nel sacro braciere di Vesta
soffocato da insorto fantasma che brucia e appesta
e che sferra attacchi alla terra.
Prefiche in gramaglie
dalle aperte faglie scantonano
e con  lamento dimorano il vento
in cerca d’antiche are
 su cui deporre l’eterno requiare.
Erra Cerere in cerca di biada
 perché il cocchio del sole
da tempo in ginocchio riprenda la strada.
E Venere che di cenere
s’è vista per millenni ammantare,
nell’alcova del Tempo l’armonioso profilo ritrova
tra lastre incise di marmi
e papiri rigonfi di carmi
e severa elargisce alle Ore
il mistero di ciò ch’è finito e non muore.


                                                              La Civita
Rimossa  la coltre di cenere,
la Civita ritrova il suo tempo:
rivive da matrona assopita
e non era che alito spento.
A profanare la domus avita
irriverente irrompe il vento
e su pareti istoriate,
in attesa d’una nuova contesa,
afflato muove a suonatori ambulanti 
e a baccanti e fauni danzanti in anditi ermi,
fermi in slanci perenni a sorseggiare millenni .
Rapisce,la pietra eloquente, 
l’intimo palpito dell’anelito errante
e ne parla al viandante che scruta
la scena muta.
Nell’anecoico spazio d’un calco di gesso
giace compresso lo strazio
del fuggiasco impotente.
Soggiace la mente all’orrore della ridda
che impreca, spinge e travolge
mentre l’acceca, la tinge e l’avvolge
la cenere spessa.
Una trave sconnessa sembra rantoli a tratti,
ma è il riso di scherno
di chi ha respirato l’inferno
e regge, senza corregge, l’eterno.

 

                                                  Pellegrinaggio

Con promesse senza ritorno
fascia la sera d’azzurro cobalto
il respiro del giorno
e sull’asfalto  s’accascia in sordina
per quell’anima pellegrina
che alla notte i suoi passi sospinge.
Perché la speranza s’inveri
nuovi sentieri dispiega la strada
che solenne conduce a Pompei
aspettando che la luce invada
pensieri involuti e sguardi muti.
La preghiera spazia nel procedere lento:
sul frammento che strazia
ognuno pone l’accento
e alla grazia con vigore s’appella
nel canto che affranca ed affratella.
Più roca è la voce che invoca,
men fioca è la luce:
lo sguardo  dal proprio dolore si sposta 
e benevolo all’altrui s’accosta.
Sull’orizzonte si staglia
la cupola nel buio che  smaglia
e  butta il ponte
alla preghiera che torna alla fonte.

 

                                                  Percorso di fede

Rassicura, la strada tracciata,
il cammino che senz’armi s’avvia,
ogni cosa è come vuole che sia
e a domanda, risposta vien data.
All’incrocio lo sguardo s’aggira
per l’incerto che la svolta propone
ed ora che di arma dispone,
cambia rotta il timone che vira.
S’inoltra spedito il pensiero,
energie in quesiti profonde:
caracollando su opposte sponde
l’imprudente smarrisce il sentiero.
Sul da farsi s’interroga inquieto,
scandaglia ricordi e dettami,
si sottrae a perentori richiami
che a ricerca pongono il veto.
Nel conflitto la mente barcolla:
ogni cosa ha un inizio e una fine,
ma entrambi han posto un confine
 oltre il quale il dubbio s’affolla.
Nel ginepraio lo strazio è in agguato
e di ogni cosa il pensiero diffida
quando una luce tra le spine lo guida
 a voler essere di Cristo un soldato.


                                                 Prezioso retaggio

Trascorsi sereni ha in ostaggio
il maggio dalle tiepide sere
che suadente  rimanda a preghiere
sgranate alla luce che gli strappi ricuce,
da mano ch’è certa di non tendere invano,
con  voce di nenia di chi chiede venia.
Preghiere raccolte tra chiome composte ,
 annodate a riposte promesse,
preghiere sommesse,
 baciate con labbra tremanti
su immagini sbiadite di santi.
Il rumore del giorno in ginocchio
s’attardava pregno d’attesa
nel legno del tavolo frusto
come fosse tra banchi di chiesa.
L’ora che calava il sipario 
al Rosario approdava ormai stanca,
ma rinfranca la sosta: ad ogni posta,
si scioglieva di un poco il cipiglio
e quando sul ciglio del sonno
sembrava assopita,
il vigore tornava alle dita.
Su rorida zolla scorrevano i grani copiosi
intristiti da inverni insidiosi,
ma la neve è provvida coltre che al sole dimoia
e l’accolto seme non permette che muoia.
Se mi prende la sera sconcerto per l’attimo buio  
che incerto rende il cammino,
prezioso retaggio
è il Rosario del mese di maggio:
grano fecondo adagio sul tavolo antico
ed il buio torna ad essermi amico.

                                                
                                                     Sabato in albis


 (il sabato dei fuochi a Somma Vesuviana)

Ancora rintrona l’aria della Lapide divelta
e ansante pulsa di rinascita
 in quest’aprile pavido di tardi geli.
Gl’invadenti passi del risveglio
il Monte accoglie già alle soglie del mattino:
padre ospitale,s’offre qual desco da imbandire
or che la stretta dell’inverno s’è sciolta
e l’incolta radura s’increspa di verde novello.
Forte della normanna rocca,
l’umile chiesa di Castello dalla balza mira
quanto del suo mondo resta
e quanti del nuovo le fan festa.
S’intrecciano in balli e canti 
movenze di risa e pianti,
d’amore e odio,duelli ed alleanze
tra le chiassose paranze che nel lavacro
fan miscuglio di profano e sacro.
Percuote l’aria la tammorra
e della terra l’involucro scuote e incrina
come pioggia che scorra a grandine frammista,
perchè l’energia sopita erompa
a scandire gli ancestrali ritmi dell’universo,
a promessa del divenire,
a ricordo di quanto s’è perso.
E con il buio nel cielo
è scompiglio d’iride squarciata
che precipita sul ciglio
e  le pendici svela alla vallata.
Divampanti fuochi sparsi divorano le paure
e tra le  rughe della terra
 di spiriti arsi son folli fughe .
Sembra guerra sul monte ferito dal magico rito
ma è  forgia di speranze l’orgia di fuochi e suoni
che la notte disperde
con avanzi di voci tra dirupi e costoni.
Tra i sussulti del fuoco l’osmosi dei culti s’avvera
e  permea l’aria  l’intima essenza della preghiera. 

 

                                                            Strepito vano

C’è fede che coglie, qual frutto invernengo,
il provato che, senza dimora,
da tempo ignora il desco imbandito
e sol ora assapora
l’intima essenza del frutto proibito.
La ragione, elevata a baluardo,
l’infingardo prostrato depone
chè probante è il timore del dopo
ed arduo il procrastinare
quando le ore si mostrano avare.
Inveterati dubbi e farraginose  risposte
la fede investe della creatura sparuta
e in certezze ordinate tramuta.
S’acquieta la paura nel proclamarsi credente,
ma ciò che il cuore non sente è strepito vano
e non giunge lontano. 

                            

                                                          TIEPIDA FEDE

Tiepida fede confinata in un canto,
da arbitro parziale staziona,
dissonanze concilia alla mente,
proclive,concordanze consente.
 E’ panca dislocata in penombra
su cui porre il cilicio a giacere
nel sacrificio che attende
di pagar per quel che si rende.
E’ deprivata preghiera su labbra compunte,
tra mani disgiunte  e grani smarriti
che in detriti d’incertezze e illazioni
convoglia principi ed intenzioni.
Non so qual vento sospinga
la flebile fiamma votiva
che repentina impennata furtiva
in lingua di fuoco converte
e solerte , l’alìgera speme
volge le spalle a ciò che si teme.
Ma tiepida fede non è porto che accoglie
e forza non toglie al dolore
né scioglie odio e rancore.
Nell’abbraccio corale ricerco la fede
feconda di benefica intesa
che a lampada accesa attinge fervore
a mitigare il passar delle ore.    

 

 

 

 

 

 

 

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