Silloge inedita "Come dirti: rimani" di Anna Bruno 2005 settembre 29, 2010 \\

                                                                                                 A mia figlia lontana

 

                                                        Come dirti : rimani

 

 

 

                                                                            2005

 

 


Il giorno già s’attarda,
avvinghiato ai rami e alle parole
in questo marzo aperto al finto sole
e al tuono fragoroso che rovina.
E or si spegne e l’ombra mia rientra,
sol parvenza sul muro del vicino,
e si riduce il canto a lumicino
sull’onda di riverberi d’affranto.
Le mani inoperose in grembo,
inusitata attesa della notte,
come a grano riposto nella botte,
sottraggono manciata di preghiere.
Sosta sulla soglia l’ora tarda
con le imposte ancora da serrare
e quel sospiro che non vuol rientrare
impigliato tra le foglie dei gerani!
Già dormi, sol di stanchezza stanca,
or che dissolti sono i sogni vili
(senza maniglie quelle porte ostili,
angusti i passaggi e i treni già partiti).
Rientri, sol per me, per darmi pace
e mi rimandi il sorriso del congedo.
Certa non sono, sai, di quel che vedo, 
ma scivolo nel sonno che acquieta.

 


                              

                           

Alzi per me la tenda sulla neve
che t’ha colmato la tazza del risveglio;
cauta la reggi e intanto sorseggi…
la piazza che soggiace scolpita
nell’ultimo moto di vita che sussulto le ha dato.
Altro sorso…il corso ancor dorme
e son poche le orme e nervose,
racchiuse in linea deforme.
Un sorso ancora …e con falcate d’ali
insegui fino al cielo cattedrali.
Ha respiro di gelo Aachen,
ma di Natale ha concerti nel cuore
e le note converte in scintille
sul palco innevato. Qui invece,
l’autunno è inciampato
e s’attarda nella vigna , incurante
dell’inverno che ghigna, in agguato.
Spavaldo, uno stormo disdegna la fuga
e una ruga disegna tra garriti stridenti.
Tutto ciò tu non senti e non vedi,
ma è trascorso riposto a cui sempre puoi andare
tra una tazza e l’altra da sorseggiare. 

 

 

 

 Le storie nostre son fatte di parole…


Basta pigiare tasti ed entri in casa
con la  voce che tanto m’appartiene,
invadi di risveglio questa stanza  
e annulli all’istante ogni distanza.
Duemila chilometri prostrati
dinanzi a onde  propaganti e fiere
d’essermi amiche nelle tarde sere
trascinate tra stralci di memorie.
Le storie nostre son fatte di parole
or che gli abbracci sono strette vuote
di curve tra celesti geometrie
e i baci  incontri d’aria imprigionati
tra intersezioni di dinamiche magie.  
E’ come averti qui, sopra il divano,
ritrovo d’ogni nostra confidenza,
croce da cui mi schioda l’impazienza
oggi che l’attesa è cosa vana.
Stiamo qui a dir tutto d’un fiato
sul filo del minuto che si tende,
s’allarga a dismisura e ci sorprende,
a non aver bisogno di parlare.
Ma  il saluto diventa acrobazia
tra tentativi e tentennamenti,
tra soste fatte di ripensamenti
e l’ultima parola, che sia la mia.
E poi il silenzio, palpitante e vivo,
si lascia impugnar come arma ostile
e par che sia lì pronto a ferire,
ma diventa la penna con cui scrivo.
 

 

 

 

 

Come dirti rimani

Rannicchiata a cucchiaio
nel catino settembrino
t’offrivi al sole che indora
e già ti vedevi signora
in terre d’inverno soffuse.
Le ciglia socchiuse fingevan torpore
se t’adombravo stranita, da dubbi serrata
per quel segnale di svolta alla vita
posto all’angolo della speranza umiliata.
Mine vaganti il malessere acceso,
lo sguardo truce, il volto teso…
Come dirti : rimani, per te sarà diverso,
se su terso orizzonte lo sguardo non si posa?
E tu m’apparivi radiosa non appena
del centellinato domani coglievi
la frizzante vena!
Altra sconfitta sei di questa terra
che nessuno impiota
e forte le radici più non serra.

 

 


Di nuovo il pèriplo del giorno…                                                                                      
 
Brillanta il mare la luna senz’alcova
e briosa scova, tra barriere e scogli,
l’eterno anfanare dell’onda raminga
che si gonfia, qual spumosa meringa,
s’immerletta e al lido mira, voluttuosa :
fremente vi si adagia, amante e sposa.
Nel cilindro del Mago,
mai pago d’illusioni e giochi,
scocca l’eterna scintilla e luce spilla.
Su stelle disseminate a spaglio,
s’apre a ventaglio l’alba
e il vascello prende l’abbrìvo
dalla dàrsena che ogni volta l’inghiotte
nello spasmo vivo della notte.
Di nuovo il pèriplo del giorno
allo storno delle ore si spinge
ma più non è sfinge l’oriente
al tuo occhio fremente
che il cielo indaga e l’onda spia.       
Tutto t’appare come vuoi che sia
s’eppur il vento spazia e la vela strazia:
è tempo di sirene ammaliatrici
ma ciò che nel tuo dir mi dici, 
oh figlia, io lo comprendo
e svendo ogni altro sogno accarezzato
per esser onda che docile asseconda
e nel proceder suo rifugge il fato. 

 

 

 


Il primo ritorno

Ha l’aria stranita questo primo ritorno
dal sorriso appena accennato
a un passato che già sperava risolto.
Tutto invece è rimasto immutato,
al di là degli sguardi lo senti
e  forse menti nel dirti contenta.
Sgomenta nell’abbraccio ti stringo
e t’allaccio all’ansia che aspetta.
Poi mi parli della stretta che al cuore
t’ha preso nel chiudere casa
e t’accendi per le scale discese,
t’illumini tra le strade percorse
e forse …hai voglia già di riandare!
M’incanto nel vederti vestita
della nuova vita che ti possiede,
e ogni remora cede
alla struggente carezza tua d’onda
che incontra la sponda e rifluisce al mare.
E di spuma leggera inseguo la fuga
sul bagnasciuga che la risacca accoglie
e sotto mentite spoglie l’onda trafuga.

 

 

 


Ladre d’azzurro

Trama grigia ordisce l’ora
che in valigia ti pone il mondo,
altro ignora e manda a fondo.
Non me, che da incauta consigliera
ad altri lidi t’ho sospinta
perché s’accendesse la sera
che spenta t’accoglieva e vinta.
Sapevo d’altre strade, ospitali,
dove t’è dato aver per quel che vali
e scorza d’arancia bruciavo
qual forza che sprigiona essenza:
la respiravi tu e io ne facevo senza.
E siam cresciute insieme,
entrambe seme di libertà reclusa,
figlia e madre, ladre d’azzurro
dietro una porta chiusa.

 

 

 


Ma lascia che io…

Mi annunci che ad Aachen è primavera
e mi ritorni in mente prigioniera 
del profumo di una primula
con tra le mani il prodigioso evento.
Qui non s’è spento il grido dell’inverno
e la vecchia camelia sanguina nel viale, 
macchie rosse allarga che fa male,
ma ad abbraccio il peso la protende.
Il gazebo è lì che rende voci,
stipate tra le sedie dell’estate
e la fontana allunga la sua goccia
alla boccia per cantarle in gola.
I ciliegi si stiracchiano nel vento
e nel fermento del risveglio antico,
l’uccellìo diffuso si fa amico
del pesante terreno appena smosso.
Il roseto è solo spine e foglie ,
ma altri colori gli stanno addosso
ed è una stretta d’iride superba
che si districa tra la fresca erba.
Il cane indolente sonnecchia  
e finge o davvero non sente
i merli intorno alla secchia.
Ma di che parlo?  Son cose che già sai
e di certo ne sorridi, ma lascia
che io le scriva e le riscriva
in versi che mi fan sentire viva.

 


Mappa

Dal fondo dell’orto a oriente,
dal punto che ancora non mente,
procedi  col passo tuo lesto
se vuoi conservare nel cesto
d’ogni frutto la calda freschezza.
Verso il sud l’andante poi gira
e allunga lo sguardo che mira 
al di là del recinto - agòne
inondato dal sole padrone .
E procedi verso occidente,
lungo il ciglio da cui tutto si sente
e c’è il noce con la croce scavata
a segnare quell’ultima annata.
Infine a nord qualche passo
col giorno che stima l’incasso
mentre la luce ancora si ribella
a rinchiudersi in umida cella.

 

 

 

Nell’ora del giorno posto in fuga…

Or che la fiamma più non brucia il freddo
e imbrattato è sol di cenere il camino,
mi scopro mendìca in cerca di un gradino
dove sbrogliar matasse di pensieri.
Nell’ora del giorno posto in fuga
echi preziosi ho da rinvenire,
messi a tacere tra riposte pieghe,
ansiosi di farsi risentire.  
La luna scioglie il buio che l’allaccia
e m’accoglie in un angolo di luce:
s’affaccia subitaneo l’irrisolto
che tra punti di domanda mi conduce.
 Ho molto da passare al vaglio,
su cui sostare o da buttar per sbaglio
o d’accender qual cero che alimenta
la fiamma d’ogni sopita conoscenza.
Aspetto che la veglia poi collassi
tra gli assordanti passi, sotto il gravoso peso…
Al limite si spinge  il cuor che ben ha inteso,
del battito proteso al vuoto amico,
ma gonfio è del rumor del giorno imploso
e al sonno ho mano tesa da mendìco.

 

 

 

Nulla sarà più come prima

S’è spezzato il filo delle ore
teso nello spasmo del congedo
e ora siedo, invisa, tra coralli
impazziti di libertà improvvisa.
Schernisce, il tintinnante rimbalzo,
il mio abbandono spogliato e scalzo,
suggerendo consueti richiami,
approntando ritorni abituali,
ferendo a strali l’ombra amica
della lampada antica.
Nulla sarà più come prima
ora che in cima ai miei pensieri
c’è tanta assenza: vacillerò stordita
e sol di parvenza serena andrò vestita.

 

 

 

 


Occhi nuovi

Un disco amaranto cerchia il tramonto
tracciando confini di fuoco
col ciel che di poco si tiene da canto.
E’ luce che muore incendiata
e gronda sulla notte bistrata.
Lascio che i polverosi specchi
in trappola sian presi , fustigati e accesi
per quanto son vecchi,
e occhi nuovi avrò da spalancare.
Vedrò le nudità del cielo
senza velo, riflesse nel mare,
e l’abisso che ingoia e annulla
diventar culla imbottita di piume.
Il fiume sarà il viaggio che ho sognato
con la foce lontana mille miglia
e non il breve battito di ciglia
che m’ ingabbia tra l’oggi e il domani.
I ritagli tra i rami del tempo
vestiranno d’arazzo la parete
e annegherò la sete che divora
in trasparenza che dalla polla affiora.
Le vecchie parole stropicciate e trite
vedrò ferite dal pendolo che oscilla
e la Sibilla mi chiamerà per nome
senza foglie per il quando e il come.
Occhi nuovi per varcar le soglie
di case chiuse e gente silenziosa
e la mia soglia, fra le tante,
senz’esser ladra né  brigante.

 

 


Qui la neve è turbinio d’aprile

Appena il tempo di riveder le spose
pretenziose e altere
nell’ostentar la chioma riordinata,
che già la scanzonata primavera
si fa severa e scioglie in fiocchi
il bianco dirompente dei ciliegi.
Qui la neve è turbinio d’aprile,
volteggio ballerino che rapisce
tra rovesci e raggio ignudo e scalzo
che di rimbalzo ferisce ogni magia.
E’ neve che avvizzisce e si scolora
sul porfido in macchie di sconcerto
nel tempo incerto del novello sciame
assetato di polline e d’amore.
E ora è il verde tenero che preme
a guadagnar la strada sopra il ramo
e sicuro di rinnovata speme
infiora la trama d’un ricamo.
Tra i petali tenaci spazia il vento,
da vincitore sosta tra le foglie
e se ride nel lasciarle spoglie
con palpitanti frutti le consola. 
Vuota  l’aria del turbinio d’aprile
s’accascia in abbandono sul mio sguardo
col dono d’un passero preoccupato
di tagliar, oltre i ciliegi, un suo traguardo.

 

 


Sarò tua piuma                                                
 

Sbriciolo aromi secchi
sul volo ferito da ingannevoli specchi:
gli è dato aleggiare,
ma  alto non può più mirare.
Poco importa:
con falcate d’ali acerbe
a superbe conquiste tu miri
e del cielo respiri l’aria più vera.
Palpito di sole, strale di luna,
a una a una saran tue le mete
se sosterai prudente,
pavida di fame e sete
che come lame possono ferire.
Batte l’aria il volo e léggi infrange:
è soffio di terra che il cielo sfiora,
squarcio d’alba, bacio d’aurora,
voce incalzante che s’empie di luce.
Per te scruterò la nube bianca
e il mite vento che l’affianca 
e l’abbisciato pensiero
che finge quiete sul tuo sentiero. 
Sarò tua piuma, la più vicina al cuore, 
la prima a vibrar d’ebbrezza,
la prima a sentir dolore.
                                                                            
 

 


Son buoni semi,le ore…


0049…Pronto…buongiorno…tutto bene?
T’inseguo con la voce e tu sorridi.
-Ma che vuoi? Sempre lì a spiarmi?-
E’ vero, ti spio, e nel pensiero mio
tutto di te mi fingo e lo sguardo spingo
a dissolvere distanze.
Con te mi muovo per le calde stanze,
a rassettare con aria compunta:
è uno spettacolo la trapunta con gli orsi,
tra i ghiacci distesi. Son già cinque mesi
che vivi lontano, ma ancora ti cerco la mano!
Sistemi la tovaglia: è un prato
che sbaraglia  col colore l’aria grigia
e fiducioso attende
il volo di farfalle adagiato sulle tende.
E’ tutto così tuo qui dentro
che ti ravvedo in ogni cosa:
galleggia la rosa di cera
sull’acqua inchiostrata tra petali finti
e sembran dipinti i fiori di carta
tutt’uno col bricco di latta.
Solo l’orologio alla parete ti butta la rete,
ma più non lo temi:
son buoni semi le ore che ti cantano in gola
e saran germogli nel  freddo che s’invola.

 

 

 

 

 

 Tranquilla…

Tranquilla: non piango né ho pianto.
Rappreso s’è il fango
in crosta di terra feconda.
Sorrido alla sponda a cui miri
e se dietro ti giri dubbiosa,
d’ogni cosa il profilo migliore
vedrai, perché ovunque tu vada,
l’amarezza più non trovi strada.
Sia di certezza per te respiro
il nuovo idioma dall’incedere duro
che di tanto futuro fa incetta. 
Vita negletta per te non voglio
né insana sosta dinanzi a scoglio,
ma sogni schiodati da chiusi orizzonti
e sere investite da rùtili tramonti.

 

 

 

Tu, Emanuela ed io         

Luna piena ingioiella la notte
e a frotte i pensieri s’affollano al balcone
a bere l’emozione che il cielo mesce.
E lievita e cresce una briciola di storia
nella madia della memoria
al solo tepore d’un riflesso di sole.
Mite e chiara l’ora incolta
a briglia sciolta scalpitava ciarliera
nella tarda sera d’estate
tra mele avvelenate e scarpine perse.
Tavole incantate imbandivo
per bocche golose di favole
e farcivo le fiabe con fate e principesse,    
ma promesse strappavate d’altre ancora
e scaltre fingevate di dormire.
Era tutto un fiorire di parole
sulle aiuole dischiuse alla frescura,
con la paura foriera di scompiglio
tra le piantine sull’erboso ciglio.
L’occhio tradito dal colore smarrito
s’appellava al ricordo del giorno
affidando al  muro di cinta
l’illusione perché fosse vinta.
E vi prendevo al sonno a tradimento
tra sfinimento e dondolio di gambe
ed entrambe ormai addormentate
affidavo al mondo delle fate.
Immane  concerto d’emozioni
dall’alto del podio la luna dirige
e strumento accordato mi sento
con l’intimo pulsare del firmamento.    

 

 

 

 

 

Un giorno smemorato è ciò che bramo,
di quelli che si pongono a guanciale
per dare vita senza fare male
e a pensieri sereni far richiamo.
Giorno senz’angoli da scantonare
né tempi dolorosi da scandire,
senza lembi slabbrati da cucire,
privo di fondali da scandagliare.
Un giorno da vestire al presente
con la camicia fresca di bucato
sopra un cuore appena rinato,
da mandare bambino tra la gente.

 

 

 

 

Anche per te, il sole che tradisce...
 

Ti penso sempre, e come non potrei?!
Ultima goccia sei d’un pianto antico
di madri su basalto d’angusto vico, 
disperato al mutar delle stagioni.
E s’è  nutrito di rabbia e di dolore
per quanto non s’è potuto dare
tra campi di miserie e d’abbandono
tra strade ancor oggi da illuminare.
Vestiva stracci neri d’un lutto bianco
per lo stanco trascinarsi dell’attesa
tra grani seminati in terra e in chiesa,
tra sfacelo di forze e di speranze.
E quelle vite partite coi cartoni
a giorni buoni guardavan di sottecchi
timorose dell’infrangersi di specchi
tenuti insieme da cinghie d’illusioni.
Quali tristezze ha visto questo sole
che freddo e nebbia ha dato in pasto ai sogni:
tardi ritorni tra vicoli deserti
e ancora tempi incerti di partenze
tra sentenze disperate e amare.
Anche per te il  sole che tradisce
ha fatto fiorire sogni di cristallo,
t’ha posto ai piedi pattini d’argento
per avanzar spedita sulla neve.
Figlia d’un tempo sei che altre parole
pronuncia per chiamare a sé il futuro
e nell’immutato rimasto  pianto antico
da madre, ch’ altro non può, ti benedico.
 

 


Arcobaleni spenti ha l’orizzonte…

Ho tanto da imparare ancora
e mi spaventa quanto crudele sia
lo stare attenta a ciò che intorno
preme e mi confonde ,
tanto son lontane le opposte sponde
e nel mezzo la corrente che trascina.
Percorro la mia strada aperta al mondo
 investita dalla gamma dei colori,
da disparati idiomi, antichi e nuovi,
e in tutto ravviso il buono che avvicina.
Ma spesso il cielo si rabbuia e piange
lacrime di fuoco per occhi di sgomento
e il lamento dell’orfano straziato
tortura  la fame del diseredato.
Arcobaleni spenti ha l’orizzonte
e sulla linea che ci accoglie ignara
basta un sottile filo di voce amara
a trapassar di spada la speranza.
Nell’angolo che il sole ignora,
s’annida timoroso il sogno
del raggio che bruciando lo consuma,
ma pallido non cresce ed  è la bruma
che l’assottiglia e ne fa utopia.
Il coraggio è di coltivare i sogni
tra  fiori disdegnanti la paura
che si ritemprano all’ombra della luna
e muoiono fieri, da macchie di colore
intrise dell’essenza che profuma.   

                                                               
 

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