Silloge inedita "...del cuore mio che canta le stagioni" di Anna Bruno 2006 ottobre 3, 2010 \\

 …del cuore mio che canta le stagioni

                           2006


Avanza il rosso tra le stanche foglie

ferite dall’autunno che sconfina,
che tocca e fugge e tra le pieghe incrina
gli già sparuti sogni e le speranze.
Muti ai bisogni sostano gli uccelli
sul raggio che cuce le stagioni:
in maggio eran giostre di passioni
e or s’annebbiano come tizzoni spenti.
Stanno intenti a fissar la terra nuda
amata come figli-predatori:
la vigna saccheggiata, colma solo di colori,
e gli sventrati solchi ancor senza futuro.
Pullula l’aria di battiti e garriti ,
pulsa come un cuore nella fuga
che impenna sul tracciato alta una ruga
e precipita in sfiancata linea al suolo.
E’ un assolo che sparge meraviglia
il volo che poi s’allarga a dismisura
per raggrumarsi in una macchia scura
che un’incauta nube veste a lutto.
E tutto si risolve per incanto
in una sforbiciata che  taglia il cielo 
e sembra schiantarsi sopra il vecchio melo
che in pianto d’ambra scioglie il suo respiro.
Sosta ora il silenzio a darsi pace,
ma nell’aria che tace, l’eco antica
vibra della voce divenuta amica
del cuore mio che canta le stagioni.

 

 

 

…e folle mi si schiude la visione…

I funghi gonfi dell’ultima pioggia
son pasto di lumaca che riluce
al raggio che trapassa e poi ricuce
le ore del mattino, in frange dalla bocca d’oro.
Umida è l’erba e il passo indolente,
pesante della notte che non dorme
e nella stanca mente lascia orme
di cacciator che insegue la sua preda .
E fresca è l’aria del risveglio
che al meglio mira tra le piume nere
del merlo saltellante tra le zolle
e folle mi si schiude la visione
d’un tempo che fu rude,
senz’arte nè ragione.
Inutili le antenne sul ceppo angusto
e le pesanti penne dell’ali cupe
che della rupe avean paura
nel balzo d’aria che segna l’avventura.
S’asciuga l’erba, ma serba del mattino
il denso profumo che  m’intriga
e in spiga repentino accresce il chicco
che dianzi faceva spicco tra i pensieri.
Sulle ali che il tempo dispiega 
colgo la piega amara d’ una ruga…
un attimo appena ed è subito fuga
tra le zolle ferite che diverranno culla .

 

 

Si svuota il solco del seme che s’annida
senza sentir ragione di spietata arsura
e s’offre a culla di solitudini riverse
sul ciglio d’un abbandono senz’appiglio.
Il volo che allietava  la camelia
fievole ora stagna nel torpore
d’un freddo crudo che ne mette a nudo
il battito dell’imminente orrore.
Nel dondolio d’una tenace foglia
del rigore divenuta amica,
colgo il sospiro d’una forza antica
che docile del vento s’è fatta una ragione.
E avido vaga il vecchio col bastone
smovendo i giorni suoi da raccattare
negl’incerti ritorni e nel riandare,
anima sola che strattona rude
la vita che lo sfugge e ancor s’illude.

 


 

In quest’inverno vigoroso...

Tutto prende il cielo
l’abete prigioniero di vetri tersi;
lo sguardo tutto svende e oltre mira,
mai sazio d’orizzonte
in grazia al tempo che s’adombra e spira.
Tagliano i rami a sfrondar l’ore ingiallite,
ma è solo sforbiciata in un mattino
da ricucire con nascosti punti,
orli slabbrati di percorsi congiunti,
in quest’inverno vigoroso
che sfugge il sonno, già sazio di riposo,
si sbraccia prepotente e perentorio addita
l’attimo che inchioda a questa vita.

 

 

…e siano rudi i giorni che verranno…

E l’aria già si tinge di tepore
nel tempo che di vigore acerbo
armava il nerbo dell’inverno 
e alla merla mutava colore
nella gola nera d’una ciminiera.
Ed è sola e straniera questa Terra,
or ch’è presa da guerra di congiura
e alla Natura presta la sua spada
perché il ghiaccio si sciolga in rugiada;
e il gelo bruci le  prime foglie
tra le doglie d’un getto di bocciolo.
E il fuoco sia sempre più solo,
senz’acqua che mitighi la pena ;
e la vena si dissangui in creta
senza che meta sia raggiunta mai.
E di ali siano frulli inattesi
e brividi sospesi tra i rami nudi;
e siano rudi i giorni che verranno
e ostico lo scanno su cui sostare
per il perdono da impetrare.

 

 

Questo febbraio, che nel camino si consuma, 
ha braccia nodose, anchilosate  e stanche,
e se profuma, è di vesti strappate e franche
di libertà d’andar ramingo e solo.
Sospeso in volo è il breve canto suo
che muove a tenere sembianze il mio giardino
nell’esser vecchio con giochi di bambino
che al cauto candor riserva il suo stupore.
Lo sguardo si sospinge oltre il chiarore
e si finge viandante che sconfina,
tenta la pozzanghera ghiacciata
e sotto i passi suoi disfa la brina.
L’inverno a tratti già scantona
e  si fa amico d’un sentiero aprico:
il nodo allenta al cappio ed è sospiro
del primo verde che  respiro e miro.
E sulla brace la  fiamma si fa allegra
e più vermiglia; in mano, che arruffa
e che scarmiglia, diviene chioma
che s’appronta a sussurrare nuovo idioma.

 

Ricordi, marzo, il tempo del disgelo,
quando, dimesso il torpore,
il cuore tuo s’apriva come gemma?
E di respiro nuovo s’infervorava il vecchio:
alitava nel secchio e seminava brina
per tenersi lontano dalla china.
Scivolava il tempo austero
dal  nero  camino già sfamato,
ma il vecchio ti teneva al laccio
e con aghi di ghiaccio ti trafiggeva il cuore.
Tra le ciglia del risveglio lacrimavi
zampilli di dolore e  meraviglia,
ma trilli d’allodola  bisbigliava il fato
e lancio di spilli ti rendeva arciere.
Fragranza d’arancia giaceva nel braciere
e nella stanza pulsava altra parola
venuta a svernare come fola.
Ed ora che più non t’appartiene
il tempo del disgelo né il vecchio tiene
il laccio stretto in pugno,
ho smarrito la strada dell’attesa,
temo l’agguato, la trappola, la resa,
il moto del vuoto , la voragine che aspira,
il silenzio del vento che s’attorciglia in spira,
il boato bianco che rotola e si schianta,
e la pianta che mangia le radici.
E le zolle infelici più  non sono ampolle
né la corolla è sposa di farfalla,
in balla di fieno il grano muore amaro
e umor di  seno è il latte scuro e avaro.
Ricordi, marzo, il tempo del disgelo?
Ora è tempo di calar pietoso velo!

 

C’è un sole che m’accoglie nel mattino,
pallido di freddo e d’abbandono,
e dall’asfalto me ne giunge il suono
come d’ali intorpidite e vili.
Scivola l’auto lenta nel risveglio,
da cauta mano sul freddo del lenzuolo;
rapida è l’intesa e superbo è il volo
che all’acerbo giorno repentino volge.
E s’incastra come sempre l’emozione
nella lastra  partorente l’illusione .
L’ erbaccia lungo il ciglio della strada
si scioglie in verde marcio maltrattato
dal buio che s’è a lungo trascinato 
in veste di misero barbone .
Sentinella impettita sul bastione,
scruta un passero il suolo disertato
dai frutti guasti e su lauti pasti 
sogna d’essersi rapido calato.
A un balcone una donna s’affaccia
e si spaccia per vita al saluto
ciò che al passato s’è appena venduto.
E la montagna, che sembra a due passi,
sorride dei sassi che prendono il sole
dall’ultima sponda del loro grigiore
e si dicono stanchi di tanto sostare
tra morte e vita senza mai rotolare.
Farfuglia la radio ed è bisticcio
che nessun traliccio può tradurre;
smorzata la magia del primo assaggio,
riprende il viaggio, come da copione.

 

L’estate  è tutta qui che ascolta

l’acqua piovana raccolta nel catino,
vibrante dello scorrere suo incerto
come di lacrima su gota di bambino
che nel pianto tenta un riso nuovo.
Ed è fruscio sommesso d’ali sorprese in volo
che su onda d’aria cerca la sua sponda.
L’estate , che  m’ha dato albe di forza
sferzando il sonno con luce prepotente,
è tutta qui che mente un pallido risveglio
ed è spina nel fianco il brivido bianco che sente .
L’estate è tutta qui racchiusa
nel rosso rubino rotolato
dall’ultimo racimolo di sole
che, sfrondato d’ogni sua saetta,
rassegnato aspetta il fiorir d’altra stagione.
L’estate, che ciarlava spavalda
di vacanze e oziose crociere,
tra stanze vuote e tediose sere
è tutta qui che farfuglia in sordina
con voce d’ubriaco in cantina.
E’ vela d’ un giorno ora l’estate,
che naviga incerto sull’approdo;
è macchia bianca
che col Tempo ama giocar di frodo.
È volteggio che dal ramo si stacca
nell’ora che fiacca di luce
spalanca la sua bocca ad ingoiare stelle,
ma nulla più le tocca
se altr’ ore non ha come sorelle.

 

…prigioniera di un ottobre che deraglia…
Anche stamani mi ritrovo
col sole che si stende lungo il viale
con ombra che non ha nulla di nuovo,
ma ogni volta fa ancor più male.
Ogni cosa lentamente si confina
come gioco di bambini alla campana,
e già in avanti balza un raggio
che più coraggio ha, pronto a ferire.
Sembra tutto più semplice 
ora che il giorno s’è aperto un varco
e con sbarco di luce s’avventura
alla conquista che va a spianar l’altura.
Lacerante è la luce che soverchia 
ed accerchia il minuto spazio mio:
prigioniera di un ottobre che deraglia,
m’abbaglia l’ inusitato balenio.
Grappoli di pensieri pendono dai tralci
per vendemmie che macchiano il tino;
invecchia l’anima lasciata a vino
tra spauracchi di un mai trascorso giorno
che a storno addito invano
e chiedo perdono alla mia stessa mano.

 

E tu che ami il concerto di cicale e grilli…        

La luna nel vigneto è  gioco d’ombre
che lo sguardo della sera già cattura,
stringe con filo argenteo di sutura
e d’uva e foglie fa una cosa sola.
Distesa è la tovaglia per gli dei
con intarsi di viticci inanellati 
e balze crespe che intralciano i ricami.
E tu che ami il concerto di cicale e grilli,
brilli di luce antica, generosa e viva
annidatasi rapida e furtiva
nella pupilla dei tuoi occhi stanchi.
Nel  boccale  tintinnano i ricordi
degli dei che sedevano al tuo fianco
e di nettare bianco spruzzavan le parole
come rugiada che incontra altro colore.
Di sole cantava in gola l’avventura
tra i filari a zolla dura abbarbicati,
nel succo degli acini schiacciati
e ai raspi derubati come preda.
E seda ogni dolore l’afrore prepotente
che nella mente si fa nebbia di sopore
ed è scompiglio d’ un altro ottobre in fuga
stretto nel morso d’ una nuova ruga.
Racimolo d’un  grappolo sospeso
è l’ora tua  che siderea sbianca, 
ma è occhio che amico ti rinfranca
al tocco d’un raggio sul bicchiere.

 

 


Giusto è il tempo del porsi in attesa

Compagno di viaggio del disilluso sguardo
è l’arido paesaggio che del sole
conosce solo il raggio che trafigge
e del calore s’infligge la tortura
fino a provar lo strazio dell’arsura.
Ma non c’è monte che possa sottrargli il cielo
se in alto tenace si spinge
e l’iride intinge in cerulei frammenti.
Giusto è il tempo del porsi in attesa
di trepidi venti d’intesa,
amici partiti che posson tornare
con schiere di cirri da sciorinare!
Su desolata distesa sabbiosa,
benefica pioggia il cielo mesce
e zolla ubertosa pronta diviene
che accoglie e culla, nutre e accresce.
E se il paesaggio ritorna brullo
nel giro avverso delle stagioni,
forte del seme dei giorni buoni,
terso, lo sguardo, l’ignora e avanza.
Compagna di viaggio è la speranza
che sulle labbra si fa preghiera
perché la sera, seppure scura,
non possa mai farci paura.

 

La goccia che disseta


Rapace, l’insano, dagli artigli adunchi
strazia il voler credere nell’uomo
e sui sogni  sottili come giunchi
spazia tiranno e spezza se non  piega.
Dispiega il cuor sudari dissepolti
da fosse che traboccano stermini,
bocche d’inferno tra i campi incolti
dove superba dilaga la malerba.
Ma la speranza ha radici più profonde
antiche, assetate e tenaci,
sgretola la pietra e fiducia infonde
ed è sua meta la goccia che disseta:
il vagito del seme non stroncato
a suggello ogni volta d’alleanza
tra la pace e l’uomo smemorato
che la invoca, ma ne fa mattanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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