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lug 6, 2026 0 comments


Vincitore del Premio Wondy per la letteratura resiliente 2026 e del Premio letterario Valle d'Aosta

Lo sbilico dà voce a un bisogno collettivo fortissimo: quello di nominare con precisione il malessere psicologico, l'alienazione, la medicalizzazione e la solitudine. Un'impresa che può fare soltanto la grande letteratura.

"Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi."

“Tra ondate di dolore e picchi di consapevolezza, con una scrittura magnifica, Pierantozzi consegna un romanzo purissimo che non è solo storia personale ma testimonianza di presente.” -Teresa Ciabatti, La Lettura


“Il problema era che io aspettavo i corvi, e invece arrivavano i pensieri.” Cosa accade quando la realtà si piccola, e lascia entrare l'allucinazione? Quando la paura ti avvinghia e si accorcia il respiro? Quando l'unico modo che hai per stare al mondo è vivere su un precipizio, nello “sbilico” delle cose? Alcide Pierantozzi si è immerso in quel precipizio, e ne è uscito stringendo tra le mani un libro unico, letterario e ossessivo, capace di raccontarci per la prima volta in modo crudo e vero, “da dentro”, un male che è di molti. Una storia di una potenza disarmante, che urtica e lenisce insieme, e che una volta iniziata pretende di essere letta fino all'ultima parola. O bevuta fino all'ultima goccia, come una medicina. Alcide ha quarant'anni, a volte dorme ancora con sua madre, prende sette pasticche al giorno (cinque la mattina e due dopo cena), ed è considerato "un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall'eloquio fluido". È un essere umano "difettoso" tra i tanti, ma i suoi difetti stanno tutti dentro quattro pagine di diagnosi controfirmate da uno dei più famosi psichiatri italiani: "disturbo bipolare", "spettro dell'autismo", "dissociazione dell'io", "antipsicotici", "pensieri di mancata autoconservazione"... Dal suo esilio in una cittadina dell'Abruzzo, dove ogni cosa sembra da sempre uguale a sé stessa, Alcide ci racconta il tempo memoso delle sue giornate. Le ore in spiaggia, oa sfinirsi in palestra, dove va per riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale. Soprattutto ci racconta – con tutta la chimica che ha in testa – cosa accade quando l'equilibrio psichico s'incrina: l'innesco della paranoia, la percezione che si sdoppia, il modo in cui il tempo fermo di un'attesa non è mai davvero fermo, perché è lì che arrivano i pensieri. Nel suo resoconto si alternano momenti di un “prima” a Milano, la città che da sola sembrava poterlo tenere in vita, e di un “prima ancora”, un'infanzia in cui tutto faceva già troppo male ma a salvarlo c'erano la nonna, la bicicletta, tutto uno zoo di animaletti di campagna. Nel presente, invece, c'è la vita con sua madre, che è insieme origine, scandaglio e unico argine possibile delle sue psicosi. E poi c'è l'ossessione per le parole: la ricerca quotidiana in biblioteca, nei dizionari, nei libri, dei termini esatti, che sannono ridurre l'irriducibile, nominare l'innominabile. Questa è la storia di uno sperdimento, una storia che possiede il dono e la condanna di saper parlare davvero a chiunque. A chiunque, almeno una volta, non si sia riconosciuto nel proprio riflesso allo specchio; a chiunque abbia sentito la realtà passargli accanto come un vento laterale; a chiunque abbia messo in dubbio la fondatezza dei propri pensieri e dei propri desideri. Sono pagine brucianti, che Alcide Pierantozzi ha scritto come se il suo corpo fosse un sismografo,registrando il disagio psichico nella sua forma più pura, descrivendo la violenza – poetica e brutale – di una mente smarrita che cerca di trovare una stabilità impossibile, ma che sempre, sempre, prova a salvarsi.

Proposto da Donatella Di Pietrantonio al Premio Strega 2026 con la seguente motivazione:
"Lo sbilico è il punto di rottura della mente, una linea di faglia, l'estremo ancora nominabile. Solo chi conosce quell'orlo smarginato per aver sentito cedere sotto i passi può tornare indietro dal non ritorno e prestargli una voce vera con gli strumenti della letteratura. Alcide Pierantozzi viene a noi da quel punto di riflesso ignorato, viene a raccontarci l'apocalisse dei nervi umani e degli animali, che nessuno aveva colto prima con una storia prossima da vivente a vivente. Soltanto sua è questa lingua di parole mai viste, vertiginose e spellate, che guizzano funamboliche sulla pagina .

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