Due serate sold out che hanno confermato una realtà già percepita durante le prove: Il Grande Buio non è semplicemente uno spettacolo, ma un dispositivo teatrale che mira a scuotere lo spettatore più che a intrattenerlo. E la macchina che lo rende possibile ha un nome che la critica fiorentina non ha esitato a mettere in primo piano: Giovan Battista Lillo Odoardi.
Un clima di lavoro sorprendentemente rigoroso. Dietro le quinte del Reims si respirava un’atmosfera di laboratorio permanente.
La compagnia – composta da Raffaella Afeltra, Teresa Flor Castellani, Andrea Vangelisti, Diego Nancioni e Alessia Cristiani – ha affrontato prove serrate, spesso caratterizzate da scelte registiche radicali.
Tra queste, la decisione di Odoardi di condurre parte delle sessioni nel buio quasi totale.
Non un espediente estetico, bensì un metodo: togliere ogni appoggio visivo per far emergere ritmo, ascolto e vulnerabilità. Un approccio che richiama le tecniche dei grandi maestri del Novecento, ma applicato con una sensibilità contemporanea.
La regia invisibile ma decisiva. Maltagliati – autore del testo – è sempre presente, ma lavora in sottrazione. Osserva, corregge poco, interviene solo quando necessario. La sua scrittura resta il fondamento del lavoro, ma è evidente che il dispositivo scenico nasce da un’interazione strettissima tra autore, attori e soprattutto Odoardi, che agisce come fulcro energetico e interpretativo.
È lui a dettare i tempi.
È lui a calibrare le intensità.
È lui, soprattutto, a creare un clima di fiducia che permette agli altri interpreti di osare.
La critica fiorentina, non a caso, ha parlato di “presenza scenica magnetica”, sottolineando come la performance di Odoardi riesca a tenere insieme l’intero impianto drammaturgico.
L’imprevisto che ha migliorato la scena
Una delle sequenze centrali – la confessione corale – è stata motivo di incertezza fino all’ultimo giorno.
La sincronia non arrivava, la tensione non si scioglieva, l’emotività rimaneva incagliata.
È significativo che la svolta sia arrivata da un momento di disordine controllato, quando la compagnia ha provato la scena in chiave quasi parodistica, su indicazione di Maltagliati.
L’effetto è stato illuminante: tolta la gravità artificiale, è emersa la verità del gesto. Da lì la scena ha preso forma definitiva.
Un dettaglio che rivela la filosofia dell’intero progetto: il controllo passa dal caos, non dalla forzatura.
Un debutto accolto senza riserve. Il pubblico fiorentino ha risposto con intensità. Non applausi “di maniera”, ma un coinvolgimento autentico: sospiri trattenuti, silenzi saturi, reazioni emotive visibili in platea.
La stampa locale ha apprezzato soprattutto:
• la compattezza dell’ensemble, raro in produzioni indipendenti
• la qualità della recitazione corale
• la consistenza poetica del testo
• la direzione potente ma non invadente di Odoardi
Il giudizio complessivo è stato netto: Il Grande Buio è uno spettacolo che pretende partecipazione e ripaga con una densità emotiva poco comune nel panorama teatrale attuale.
Conclusione critica
Dietro le quinte, ciò che colpisce non è tanto il lavoro tecnico – pur impeccabile – quanto la serietà dell’approccio. La compagnia ha costruito lo spettacolo con un’attenzione etica prima ancora che estetica. E in un’epoca di superficialità performativa, questa rappresenta forse la vera rivoluzione.
Il successo fiorentino non sorprende: era inscritto nella qualità del processo.
Il suo stile e la sua poetica
• Maltagliati ha un approccio che unisce l’“assurdo poetico” con una forte attenzione alla dimensione psicologica ed esistenziale: nei suoi testi e regie spesso emerge un equilibrio tra realismo e surrealismo, dramma e ironia.
• Ama raccontare storie che esplorano il lato oscuro dell’animo umano, usando l’arte del grottesco, della satira e del contrasto — un registro che non rinuncia però a profondità e significati morali o sociali.
• Maltagliati non teme sperimentazioni: per lui regia e scrittura non sono mai “di maniera”, ma strumenti per scuotere lo spettatore, metterlo davanti a riflessioni forti e anche scomode.
Alcune delle sue opere più rappresentative
• Al cinema: il film Tutto liscio! (2019) — una delle sue opere più note.
• Tra i suoi lavori: La banalità del crimine (2018)
• In teatro: diverse pièce, fra cui Le Tre Muse, Tequila e naturalmente Il Grande Buio.
Perché viene scelto per progetti “forti” come Il Grande Buio
Grazie al suo equilibrio tra scrittura riflessiva e tensione drammatica, Maltagliati è capace di trasformare testi audaci — anche cupi o disturbanti — in spettacoli che mantengono intensità emotiva senza cadere nella pura provocazione. Questo lo rende un regista particolarmente adatto a opere che vogliono «scavare» dentro l’anima, misurarsi con la violenza, con le contraddizioni, con la fragilità umana
È anche regista di un film/mockumentary intitolato Il mistero di Lovecraft – Road to L. (2005), che esplora l’ipotesi di un viaggio di Lovecraft in Italia, con riferimenti al Delta del Po.





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