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"Raffa in the Sky", ritorna l'opera sulla Carrà con la bacchetta di Veronesi. La favola rivoluzionaria che posiziona la Carrà nel cielo stellato della lirica.

nov 30, 2025 0 comments

 Raffaella Carrà continua a essere icona intramontabile di sempre e il suo culto non smette di prosperare e di arricchirsi di nuovi progetti che celebrano il suo mito. Gli omaggi postumi che le sono stati tributati nei tre anni successivi alla sua scomparsa non si contano più, le biografie che la riguardano, i documentari che ne raccontano vita e carriera in tutto il mondo. Rimnae tra le cantanti italiani più vendute al mondo.



Ma tornando al presente, secondo indiscrezioni in merito a suggestivi lavori in corso a Spoleto – sotto la supervisione del direttore Daniele Cipriani – sta per avvenire un colpaccio senza precedenti. Sotto la direzione d'orchestra del Maestro Alberto Veronesi, con la regia di Edoardo Sylos Labini e con il più importante dei critici musicali europei, Alberto Mattioli, in veste di librettista, è in allestimento una sorprendente opera lirica che ha per protagonista la  Carrà. Parliamo di «Raffa in the Sky» di Lamberto Curtoni già presentata in esclusiva a Bergamo. «L’occasione di Bergamo Brescia Capitale della Cultura – afferma Giorgio Berta presidente della Fondazione Teatro Donizetti – ci ha convinto a realizzare un grande progetto contemporaneo, al di fuori dalle nostre stagioni consuete e dal festival dedicato al compositore cittadino, che possa però avvicinarci ai programmi dei teatri internazionali che annualmente inseriscono prime assolute nei propri cartelloni proprio per creare nuovi legami con il pubblico. Le opere che prendono spunto da personaggi in un certo senso “di attualità” sono sempre più numerose e hanno nella Traviata di Verdi il loro archetipo. Per questo nostro nuovo progetto 2023, accanto alla sfida artistica e creativa, abbiamo affrontato una sfida economica, perché volevamo fosse legato esclusivamente al finanziamento privato, proprio come in un moderno Rinascimento. Imprenditori bergamaschi e non, innovatori in tanti settori, sensibili alle attività che proponiamo, diventeranno nel 2023 anche sostenitori dell’innovazione in ambito culturale».



Raffaella Carrà «non una donna ma uno stile di vita» – come ha scritto il regista Almodovar – è stata con la sua carriera l’incarnazione di una rivoluzione sul ruolo della donna che forse ancora non si è totalmente realizzata: una rivoluzione dolce, mai divisiva, sfrontata (ricordiamo lo scandalo dell’ombelico mostrato in tv o i testi delle sue canzoni), passionale ma anche autorevole e preparatissima. Mai volgare, con una eleganza studiatissima e una professionalità dirompente, ha trasformato la televisione italiana, divenendo tradizione lei stessa. Famosissima in tutto il mondo ma mai diva capricciosa. Ha cantato in sette lingue e intervistato i grandi personaggi della politica e dello spettacolo del secondo Novecento.




«Sono sicuro che Raffaella sarebbe incuriosita, lusingata ed emozionata – dichiara il coreografo e regista televisivo Sergio Japino, per anni al fianco della Carrà e coinvolto dagli autori nella creazione di quest’opera – nel sapere che ciò che ha fatto nella sua vita ha trovato ascolto e casa anche in un mondo apparentemente lontano dal suo come quello dell’opera lirica. Un mondo che amava, come dimostra Il Gran Concerto di cui fu autrice su Rai 3, dove l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai presentò brani di musica classica e operistica a una platea enorme di bambini. In fondo, la sua è la storia di una donna e di un’artista che ha cercato sempre con coraggio di esplorare e fare incontrare mondi diversi tra loro: la danza, il cinema, la tv, il canto. E contesti culturali diversi: dal Sud America alla Russia, dagli studi del Letterman Show e Hollywood agli studi televisivi scintillanti di Cinecittà. E persone diverse, soprattutto: donne, uomini, bambini che trovavano in lei ispirazione, divertimento, famigliarità, riscatto. Per lei non era importante dove fare una cosa, ma come: con quanto amore, abnegazione, passione. E con quanta voglia di incontrare le altre persone: il loro mondo, le loro storie.





Poteva sembrare decisamente bizzarra l’idea di dedicare a Raffaella Carrà una nuova opera da rappresentare al Teatro Donizetti nell’anno in cui Bergamo e Brescia sono capitale italiana della cultura. In realtà, il regista Francesco Micheli, artefice dell’operazione, ha acutamente soppesato vari fattori. Non saprei dire se la scena iniziale de La grande bellezza (2013) di Sorrentino, con la canzone remixata di A far l’amore, abbia contribuito in modo decisivo a un rilancio di notorietà della popolare soubrette italiana scomparsa un paio di anni or sono. Ma anche il fatto che nelle settimane scorse, per pubblicizzare la nuova edizione di X Factor, sia stato scelto il motivo “Na na, na na na na” da Rumore, vuol dire che la Raffa nazionale, anche ai nostri giorni e per le nuove generazioni, non è affatto uscita dai radar. Tutt’altro.



Questo era dunque un punto di forza del progetto che, tuttavia, doveva anche superare due ostacoli non indifferenti: da un lato la prevedibile diffidenza di chi ama Verdi, Puccini, Mozart, Donizetti; dall’altro l’oggettiva difficoltà di trasformare in un credibile soggetto operistico le canzoni e le trasmissioni televisive della Carrà. Per quanto riguarda il primo aspetto, sembra che le rimostranze e i mugugni, pur percepibili sotto traccia in vari ambienti della città orobica, siano rimasti confinati per lo più nella sfera privata, senza sfociare in espliciti dissensi durante la prima rappresentazione. Sull’altro fronte, va dato atto ai due librettisti incaricati, Renata Ciaravino e Alberto Mattioli, di aver ideato un’intelaiatura drammaturgica funzionale, con un testo spesso arguto e spiritoso, con versi ricchi di rime e ottonari a mo’ di filastrocca, anche per non prendersi troppo sul serio. Grazie a loro e al lavoro di gruppo di tutti gli artisti coinvolti, senza dimenticare l’apporto economico dei sostenitori, un’idea difficilmente realizzabile si è invece potuta concretizzare.

Raffa in the Sky si presenta come una “fantaopera” in due atti, per una durata che si aggira intorno al paio d’ore. L’elemento fantastico nasce dalla provenienza aliena di Raffaella, inviata sulla terra dal pianeta Arkadia per dare consolazione al genere umano. La drammaturgia si articola su tre livelli, riflessi anche a livello scenografico: gli extraterrestri; una tipica coppia italiana, teledipendente e in crisi coniugale, che vive nel periodo degli anni ’70, ’80 e ’90; infine la carismatica protagonista che interagisce con tutti gli altri. Il re d’Arkadia (tenore, Dave Monaco) si chiama significativamente Apollo XI, con evidente allusione sia alla classica divinità delle arti, sia all’omonima missione spaziale che portò l’uomo sulla Luna. La coppia terrestre, Carmela (soprano, Carmela Remigio) e Vito (baritono, Haris Andrianos), passa dai sogni giovanili alla dura e implacabile monotonia del quotidiano, in una casa senza libri, dove il piccolo schermo, dapprima con i programmi Rai, poi con le emittenti commerciali, diviene una sorta di bussola esistenziale. Sullo sfondo, si intravedono le alterne vicende dell’Italia del tardo Novecento: gli anni di piombo e poi i trionfi calcistici degli anni ’80, tra Mundial di Spagna e Milan berlusconiano (“il gol dell’avvenire”, come canta nel primo atto il Grande Censore, basso, Roberto Lorenzi), in un’epoca comunque ancora precedente alla diffusione di internet, dei cellulari e dei social. Il figlio adolescente di Carmela e Vito, Luca (mezzosoprano), si scoprirà “queer”, e questo è un topos, semmai, delle serie televisive dei nostri giorni. Raffaella (voce di cantante pop, Chiara Dello Iacovo) alla fine rinnega le proprie origini aliene e decide di diventare una donna mortale: in questi aspetti si colgono analogie con temi trattati in opere di repertorio quali Madama Butterfly e Die Frau ohne Schatten. Ma Raffa in the Sky non sfiora le corde tragiche: piuttosto può far provare allo spettatore più o meno cinquantenne emozioni simili a quando oggi, per dire, si guarda su RaiUno Techetechete. E la “fantaopera” strappa più volte sorrisi o risate, per esempio quando Carmela accenna a Sue Ellen, indimenticabile personaggio della soap opera Dallas.

La musica di Lamberto Curtoni, violoncellista e compositore piacentino trentaseienne, già allievo di Giovanni Sollima, è zeppa di citazioni. Se le numerose canzoni di Raffaella Carrà, rielaborate ma facilmente riconoscibili, formano una sorta di struttura portante, nel discorso musicale irrompono anche numerosi motivi di Cajkovskij e, isolatamente, celebri frammenti di Donizetti (Lucia), Wagner (Lohengrin), Mozart (Don Giovanni). Raffa in the Sky si apre con una tonalissima ouverture-patchwork eseguita a sipario chiuso per proseguire con numeri formalmente tradizionali, comprendenti anche porzioni di recitativo, accompagnate da un clavicembalo sintetizzato. Al canto pop della protagonista si contrappone una vocalità di matrice per lo più pucciniana negli altri ruoli, tanto che la gelosia di Carmela, anche per il temperamento della Remigio, poteva ricordare quella di Tosca. Ma in un’aria baritonale di Vito si riconosceva, forse, una reminiscenza dell’Italiano del compianto Toto Cutugno. Negli interventi degli Arkadiani (con la partecipazione del Coro dei Piccoli Musici) si coglievano perfino echi di Monteverdi. L’opera include inoltre un accenno di fugato nel finale primo, un quadro spagnoleggiante e un quintetto a tinte fosche, con i cantanti disposti dal regista lungo il perimetro della platea. Fin troppo facile, verso la fine, ottenere un gradimento “nazional-popolare”, come del resto auspicato dagli autori, con il reiterato ritornello “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù”. Una soluzione comunque puntualmente riequilibrata da un finale di natura intimistica.



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