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L'attore e regista Marco Usai: "niente è valido se non si riesce a instaurare il patto di credibilità col pubblico e a suscitare un’emozione.". Le veccie interviste di giovani autori

dic 6, 2023 0 comments

  


Marco ci racconti di Lei, chi è Marco Usai come persona?

Sono un attore trentaduenne, vivo a Roma da una decina di anni e ho origini sarde. Nutro la passione per il teatro fin da ragazzo, motivo che mi ha fatto venire a vivere nella Capitale. Non mi sarei mai aspettato che si dovesse stare senza spettacoli e con le sale chiuse per così tanto tempo. Credo di essere riservato quanto basta e mi piace correre.



 Come nasce la sua passione per la recitazione e per la regia?

 Fin da piccolo ho fatto teatro, come molti mi sono avvicinato al palcoscenico grazie al teatro amatoriale di provincia. Pur coltivando altri interessi, i momenti in cui provavamo le scene erano per me quelli più spensierati. Mi chiedevo anche cosa sarebbe successo se avessi fatto quella scena in un altro modo e come fare per mettere in scena i testi che leggevo quando frequentavo il liceo. E così mi sono appassionato alla regia. Il lavoro di preparazione di uno spettacolo mi affascina come la sua esecuzione, anche se per motivi diversi.

 Quali sono gli artisti dai quali si sente maggiormente influenzato o da cui trae ispirazione?

 Ho avuto influenze di ogni tipo, come capita a molti della mia generazione. Dal teatro classico al cabaret, dal dramma impegnato al musical. Credo, comunque, che il pensiero di Eduardo de Filippo sia un punto di riferimento. Mi dispiace molto non avere nel sangue il dialetto napoletano, ma sogno comunque un giorno di poter lavorare sui testi di Eduardo. Un’altra grande fonte d’ispirazione è la musica. Ma anche qui il campo si allarga moltissimo, dai Pink Floyd a Fabri Fibra. E sono un fan di Nino Frassica.



 Che cosa vuol dire per Lei “dirigere” dando vita ad un buon spettacolo teatrale….

 Significa provare i diversi modi con cui si racconta una storia che deve smuovere lo spettatore seduto in platea. Credere nell’idea e realizzarla. Capire come arrivare alla messa in scena finale, per poi lasciare un messaggio nella bottiglia, che insieme al lavoro di tutti i reparti sia coerente. Credo che un buono spettacolo, come un buon film, prenda posizione su una tematica. Ovviamente niente è valido se non si riesce a instaurare il patto di credibilità col pubblico e a suscitare un’emozione. E’ interessante capire il motivo per cui un autore vuole raccontarci quella storia, che può durare trenta secondi attraverso una battuta dissacrante su un argomento che interessa solo a lui oppure tenerci incollati novanta minuti e farci ragionare su una questione universale.

 Che messaggio e che possibilità dà oggi il mondo dell’arte a un giovane regista e attore in un settore delicato  e in perenne cambiamento come il teatro  e il cinema  ormai assorbiti dalla rete?

 Non un messaggio rassicurante, siamo in un momento di transizione epocale. Il linguaggio è in continua evoluzione e quello artistico non fa differenza.



  Con la compagnia ProjectXX1 porta in scena due spettacoli di teatro immersivo, cosa vuol dire….

 Il teatro immersivo non si approccia al pubblico in maniera canonica, la fruizione non è frontale, i performer ti girano attorno e lo spettatore viene letteralmente affiancato dai personaggi dello spettacolo. Si arriva in un luogo che non è la solita sala teatrale, lo spazio viene modificato sulla base delle esigenze sceniche e lo spettatore si immerge nell’ambiente(talvolta con una maschera), sommerso da input recitativi, sonori, olfattivi. Lo spettacolo si svolge in più stanze contemporaneamente, con momenti in cui qualcuno scelto tra il pubblico viene preso da un performer, portato in un luogo appartato e messo a conoscenza di un “segreto”, è il cosiddetto “one to one”. E’ un teatro che oltre ad avere molteplici livelli di fruizione non può essere visto nella sua totalità, o quantomeno non in una sera solamente. E questo fa si che molti tornino a vedere lo stesso spettacolo più volte. La compagnia ProjectXX1, con cui ho lavorato, diretta da Riccardo Brunetti, è la più attiva in Italia su questo versante ed è in contatto con le altre realtà internazionali che fanno questo teatro da anni.



 Il rapporto con la sua città Natale.

Sono cresciuto a Vejano, un piccolo paese in provincia di Viterbo. Lì ho fatto parte delle prime compagnie teatrali giovanili e torno spesso per trovare la mia famiglia. A diciott’anni mi sono trasferito a Roma e purtroppo il legame artistico con il mio paese si è interrotto. La mia famiglia è sarda, si è trasferita nel Lazio a fine anni ’80 e sentiamo tutti molto l’attaccamento alle radici. Torniamo nell’isola almeno una volta all’anno e passiamo del tempo con i parenti. Ma la Sardegna, oltre ad essere una terra ricca di bellezze naturali, possiede una storia e una tradizione affascinante e silenziosa, che è per me fonte di ispirazione artistica e non solo.

 Come attore quali sono i personaggi che ha portato in scena  ed ha sentito più vicino alla tua sensibilità artistica.

Quando ho affrontato il personaggio di Meursault, protagonista de Lo straniero di Albert Camus ero combattuto tra il fascino e il pensiero“ma dai, è impossibile che quest’uomo si fa andare bene tutto”. Per fortuna, mi è capitato tra le mani, mentre provavo, L’ospite inquietante di Galimberti, e di come una generazione di ragazzi possa lanciare i sassi dal cavalcavia senza pensare che si può uccidere una persona. Un vuoto che la nostra società non riesce a colmare, una constatazione che non ti lascia indifferente. Lì ho capito che quella storia riguarda tutti noi, molto più da vicino di quanto crediamo. Un altro personaggio a cui sono molto legato è il Prefetto del Così è(se vi pare). Quando Francesco Giuffrè mi ha preso per quel ruolo pensavo fosse molto azzardato, alla fine è pur sempre un personaggio di sessant’anni fatto da un trentenne, ma Francesco voleva descrivere il potere nuovo che scalza quello vecchio e alla fine rimane insabbiato nelle stesse dinamiche. Quindi questo giovane governatore locale, fermo nelle sue idee, a poco a poco vede sgretolarsi ogni convinzione e perde il suo ruolo perché lo scetticismo si era impadronito di lui. Sono molto legato anche al Doge dell’Otello diretto da Giuseppe Miale di Mauro, a Frate Lorenzo di Romeo e Giulietta, per la regia di Selene Gandini, realizzato con la compagnia dei Giovani del Teatro Ghione, e a Pentothal tratto dai fumetti di Andrea Pazienza, diretto da Alessandro de Feo.



 E le regie a cui è più legato….

La seconda vita di Francesco d’Assisi di Josè Saramago, mi ha dato la possibilità di mettermi alla prova con un testo che prevedeva una compagnia di dieci attori, e di poter mettere in scena una storia di rivoluzione e ribellione a tanti difetti della nostra società a cui siamo ormai assuefatti. Mentre con Il figlio di Bakunìn di Sergio Atzeni ho fatto un tuffo nella storia del novecento della Sardegna, raccontando la storia di un uomo che non prende mai la parola, ma vive tramite i ricordi di chi lo ha conosciuto. Un rapporto unico con la “verità”.

 Il lavoro al tempo del “coronavirus” come stanno rispondendo gli artisti  a questa emergenza virale ed umanitaria che ha colpito il mondo ed in particolare il settore artistico culturale

 Il mondo dello spettacolo ha dimostrato grande consapevolezza del dramma che stiamo vivendo. Ma c’è da costruire il dopo, una sfida enorme. C’è molta più unità tra i singoli, si sono finalmente messe sotto la lente le gravi condizioni in cui si trova la maggior parte di noi. Pochi sono quelli che hanno continuato a lavorare durante la pandemia ed è comunque un bene perché se si fosse fermato tutto sarebbe stato un vero fallimento. In molti stiamo continuando a scrivere e progettare spettacoli per quando si riaprirà. Certo che stare fermi per così tanto tempo è doloroso e frustrante. C’è da augurarsi che questa unità del settore si rafforzi una volta finito questo momento e che non sia solo un ricordo.



 Preferisce più la regia o la recitazione?

 Sono due facce della stessa medaglia. Quando penso a Eduardo come punto di riferimento, ma anche a Dario Fo, Lavia, Binasco e tanti altri, noto che sono uomini di palco. Davvero non saprei dire cosa preferisco. Magari fra qualche anno avrò le idee più chiare.

 Lei collabora con l’associazione Poiesis Teatro con un corso di teatro per bambini. Ci racconti come vive questo percorso.

Come una grande scoperta. Collaboro da un paio d’anni e ogni volta mi stupisco della ricettività dei bambini. Mi colpisce come, pur con età diverse dai 6 ai 10 anni, quando il gioco o l’esercizio è credibile non ci siano differenze tra loro, anzi: diventano una ricchezza quando si crea un quadro. La bellezza con la quale un bambino si butta in un gioco con la sua fantasia crea un cortocircuito per cui anche io credo a quello che stanno facendo. Come se per un momento mi dimenticassi dell’esercizio. Ci vuole una buona dose di energia, ma durante la lezione ne danno altrettanta loro.

 

 


Redatte da Mino Carmine Ardolino

www.culturalclassic.


 

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